Parola Progetto About
STAGIONE 7 — EP. 14

Jaime Hayon: meglio speciale che perfetto

05/2025 — 49:36
Artista e designer, Jaime Hayon è un cantastorie che crea mondi.
Colore, energia e personaggi non mancano mai nei suoi lavori, dove Jaime progetta tra rigore e gioco, tradizione e visione, possibile e impossibile. Non si pone limiti di scala e ha progettato vasi e hotel, sedie e lampadari, sempre alla ricerca di qualcosa di speciale piuttosto che di qualcosa di perfetto.
In questa puntata abbiamo parlato di libertà creativa, di collaborazione, di categorie, di skateboarding, di meditazione, di Valencia, Treviso, Thailandia e Murano.Un grazie speciale alla Galleria Rhinoceros di Roma che ha reso possibile questo incontro.Il link dell’episodio:

– Il sito ufficiale di Jaime Hayon
– La Galleria Rhinoceros di Roma
– La serie Ro di Jaime Hayon per Fritz Hansen
– Il centro di arte contemporanea di Villa Noailles

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola. Ed eccoci qua! Design, scultura, pittura, installazioni. Questi sono i mezzi attraverso i quali si esprime Jaime Hayon, artista e designer spagnolo che oggi incontriamo a Roma, negli spazi di Rinoceros Gallery. Negli ultimi 25 anni Jaime ha utilizzato ogni tipo di materiale, ha realizzato oggetti minuscoli ed è intervenuto su spazi giganteschi, dai negozi ai musei, lasciando sempre la sua traccia di colore, energia, gioco, entusiasmo, personaggi immaginifici e animali fantastici. Jaime è noto anche per la sua passione per ogni forma di artigianato che lo ha portato a lavorare con maestranze di tutto il mondo, sempre alla ricerca di un personalissimo equilibrio tra tecnica e decorazione. Tra le aziende con cui ha collaborato citiamo Bosa, Fritz Hansen, Cassina, Moooi, Magis, Baccarat, Established & Sons, Bisazza, Zara, Camper e tanti altri ancora. Con lui oggi parleremo di arte e design, di produzione e di metodo, di materia e di colore. 

Ciao Jaime, benvenuto a Parola Progetto.

JH: Grazie mille. Che descrizione perfetta!

PF: Ti sei riconosciuto?

JH: Molto. E hai anche detto bene il mio nome. Sono molto felice perché in Italia mi tolgono sempre una lettera, dicono sempre “Aime”. Mamma mia, ma perché? Perché non vogliono tutto il nome?

PF: Ma quella “J” suona un pochino strana in italiano. 

JH: È molto difficile. 

PF: Come dicevo nell’introduzione, oggi siamo a Roma da Rhinoceros Gallery dove in corso la mostra “Profili e gesti”, realizzata in collaborazione con Gallerie Kreo di Parigi. Oltre alle tue opere, troviamo quelle di Pierre Charpin, Jean-Baptiste Fastrez e Chris Kabel. Sei intervenuto anche sullo spazio. Raccontaci un po’ cosa succede in galleria in questi giorni.

JH: Questi lavori sono stati selezionati un po’ assieme alla Gallerie Kreo, con l’idea di fare vedere – giustamente – non tutto quello che faccio, però cose che rappresentano molto bene il lavoro a cui sono interessato. [Ad esempio] una tecnica un po’ diversa di come usare la ceramica, come finire questa ceramica: ho trovato un modo, dopo quasi 30 anni di sperimentazione, di cercare una nuova forma di lavorare con il cristallo. Intendo il cristallo che normalmente serve per fissare la ceramica. In questo caso il biscotto ceramico lo sto usando sopra una ceramica smaltata. Con questa tecnica ho fatto dei vasi con delle forme un po’ mie, un po’ immaginarie, anche un po’ geometriche, messe assieme al mio modo, creando diverse utilità. Ci sono delle lampade, ci sono dei vasi. Sono in questo processo sperimentale, soprattutto per me. 

Io, come dicevi bene prima, provo sempre a cercare un modo nuovo per me. Penso che non lavoro per nessuno, non do il servizio a nessuno. Questo è un problema, perché non penso che il design sia, come dicono in inglese, “another service”, no? Per me è un’altra forma d’arte. Sono sempre alla ricerca e quando mi entusiasmo con una nuova maniera di vedere le cose che sto facendo, lo propongo subito. Questa è una delle cose che vediamo in questa mostra, questa sperimentazione con la ceramica, con le lampade.

Poi c’è un progetto che ho fatto vent’anni fa, dove lavoro la ceramica in bianco con il mosaico fatto assieme a Bisazza, con gli artigiani che lo fanno totalmente a mano. [Siamo partiti] con i disegni che avevo fatto, astratti e anche molto liberi. Li ho lasciati a loro per poi passarli nel linguaggio del mosaico che è molto complesso, perché ovviamente sono quadratini. Mi piace questo perché siamo qua a Roma e penso che c’è un legame, c’è un’origine anche con la città. Sono le prime ceramiche un po’ sperimentali che avevo fatto. Facevano parte di un’installazione molto grande che ho fatto anni fa. [Era] fuori di testa, con cactus di colori, con un gigante che aveva due vassoi, con dei mobili, era molto strana quella installazione. Era stata esposta al Salone del Mobile tanti anni fa come mostra sperimentale. Io la chiamavo Pixel Baile. “Pixel” perché è l’origine del mosaico e “baile” perché ormai era come una danza, era uno spettacolo dello spazio. E questi oggetti fanno parte di questa di questa mostra, ripresi un’altra volta per farle vedere al pubblico di Roma. E questo insieme fa la mostra.

PF: Mi fa sorridere perché tu dici che in questo mosaico ci vedi Roma, io invece ci vedo Barcellona.

JH: Penso che questo modo di fare il disegno attraverso la ceramica, in questo caso il mosaico, è molto simile a Barcellona, dove [troviamo] il taglio di Gaudí che prova a fare il Parc Güell, o anche i decori della Sagrada [Familia] con i tagli per provare a creare queste forme incredibili. Io vedo questo a livello microscopico e alla fine è la stessa cosa. Se vuoi fare un cerchio devi tagliare il quadrato perché venga fuori, è molto complesso. Infatti questi vasi hanno l’80% di bianco e l’ho fatto apposta perché così ci si concentra su quella parte di mosaico che è molto complessa. Se l’avessi fatto tutto in mosaico, sarebbe stato impossibile. È molto complesso.

PF: Ricordiamo che la mostra sarà in corso fino al 31 agosto di quest’anno, per cui chi ci sta ascoltando avrà tempo di andarla a visitare. Ovviamente nelle note del podcast metteremo tutti i link e tutto il necessario. 

Parliamo un po’ dei tuoi inizi. Hai iniziato la tua carriera come designer, e ci metto tutte le virgolette del caso.

JH: Metti molte virgolette!

PF: Poi piano piano ti sei sbilanciato sempre di più su una dimensione più artistica. Ora le due realtà convivono perché anche nella tua pratica artistica ci sono degli oggetti funzionali: vasi, lampadari, specchi e così via. Come convivono questi due elementi della tua carriera? Come dialogano nel tuo lavoro design e arte?

JH: Io ho questa fortuna di… non so come dire… Credo che la cosa più bella che mi sia successa è non avere scuola. Quando io ho iniziato non c’era nessun esempio. Io sono nato a Madrid e a Madrid non è come nascere a Milano, dove il design è storico. Sarebbe andata bene anche Barcellona, che era più creativa che Madrid. Quando io sono nato, la gente diceva: “ma cos’è il design?” E io dicevo: “ma scusa, tu usi tutti i giorni cose che sono disegnate dalle persone: la tua porta, il tuo spazzolino dei denti, la tua macchina, tutto è disegnato”. “Ah, ma quello si studia?”, mi diceva la gente. “Si studia, è una professione”. Non c’era il design, non c’era neanche una scuola dove studiare il design. Tu potevi studiare architettura, potevi studiare arte contemporanea o arte antica, storia dell’arte. 

Ho avuto questa fortuna di essere un po’ perso e perdersi secondo me fa molto bene. Poi io piano piano ho fatto al contrario. Ho fatto una scuola di design, però quando sono uscito ero molto libero e in realtà ho provato a fare quello che mi è venuto in mente, che era disegnare, perché usavo molto il disegno. Dipingevo già all’epoca e mi piaceva molto la ceramica, allora ho iniziato a fare dei pezzi in ceramica. Questo è l’inizio, perché costava poco. Perché la ceramica è terra, poi le metti un po’ di oro e sembra bronzo, sembra dorato, o platino, sembra wow, no? Non ci vuole uno stampo così costoso. Per me aveva una percezione dove c’era molto valore quando ho iniziato. Secondo me queste cose convivono oggi in un modo molto naturale e più passano gli anni, più penso che non devo pensare a categorizzare niente di quello che faccio.

L’altro ieri un amico mi ha detto la frase più bella, perché mi ha detto: “Sai cosa? Alla fine, cazzo, tu sei te. Sei te e basta. Tu sei un personaggio e ti studiano. Chi se ne frega di design, arte, funzione, non funzione, scultura, non scultura”. Io oggi ho delle opere che sono artistiche, come delle sculture enormi in Corea, in mezzo della città, in competizioni pubbliche che ho fatto assieme ad altri artisti contemporanei. E allo stesso tempo vado al Salone del Mobile a far vedere degli oggetti. Per me convivono totalmente. Non ho inventato niente di nuovo. Questo esiste da molto tempo in quelli che io denomino persone che hanno un linguaggio proprio, che sono trasversali e che non hanno paura di portare i loro concetti e il loro linguaggio su qualsiasi cosa che fanno. Io domani ti faccio una torta e sarà molto diversa quella del solito pasticciere, sicuro, però la farò a mio modo. L’importante è rispettare quello che sei veramente e non pensare tanto a quello che fai.

PF: Questa è una cosa molto giusta. Sappiamo benissimo però che nel mondo del design a volte si lavora tanto per definire nel modo più chirurgico possibile la tua differenza rispetto agli altri, eliminando le possibilità, non aggiungendo. Tu non ti risparmi niente, tu provi qualsiasi cosa.

JH: Il bello è che quando io faccio design, faccio design, nel senso che io considero che il design che io faccio è un design per le persone, [fatto] per essere usato, che è funzionale, che comunque è stabilito sulle regole del design. Per quello lavoro per le aziende del design migliori al mondo. Tutti vorrebbero lavorare con Fritz Hansen, gli architetti più pregiati vogliono lavorare con Fritz Hansen. Ma perché Fritz Hansen ha scelto me alla fine? Perché Fritz Hansen cercava comunque di avere un segno, un personaggio che possa fare del design, ovviamente che funzioni, ovviamente che sia anche capito dagli scandinavi, soprattutto perché loro sono danesi, ma anche capiti dal mondo, che abbia un segno, che abbia una notorietà, che allo stesso tempo sia durevole, perché non è un design che domani non può funzionare, deve essere una roba che sta. Infatti io i progetti che ho fatto per loro da 15 anni sono sempre là, non vanno via dal mercato, no? Si fanno meglio, si fanno in altri tessuti, si fanno in altri modi. Gli scandinavi sono così e così è stato con Arne Jacobsen, così è stato con Poul Kjærholm, con tutti quanti i grandi designer e architetti con cui hanno lavorato. Però loro mi hanno sempre detto: “lavoriamo con te perché tu hai il segno, perché tu fai una cosa che è tua, è unica e a noi piace così. Però deve essere design, non può essere una roba che non si capisce”. 

Quando faccio design, faccio design. Però quando faccio le mie sculture, quando faccio la pittura, quando faccio le installazioni, faccio quello che io sento. Comunque in quel design funzionale io do il mio input, le mie forme, la leggerezza, le forme scultoree, la tematica. Alla fine io credo che quello che unisce il tutto, la convivenza tra il design e l’arte, è che c’è una tematica che è unita. Nel senso che io sono un storyteller, alla fine sono una persona che sta scrivendo ogni volta un capitolo di un libro, ok? Questo libro è la mia vita. Certe volte questo capitolo è più design, certe volte il capitolo parla più di arte, però c’è sempre la narrativa e la narrativa è unita a tutto. Nel senso che scrive una storia. 

Quando io parlo della la Ro Chair di Fritz Hansen (una serie che già da dietro, quando la guardi, vedi la schiena che sembra la schiena di una donna) racconto a loro che i piedi in alluminio devono fare il gesto di una ballerina. L’ho spiegato a Fritz Hansen così, ho detto: “Sentite, signori, io voglio che sia come una ballerina”. Come fa la ballerina? Appoggia i piedi con quei due o tre centimetri, molto leggero, quello le dà una bellezza incredibile. Possiamo fare una gamba che sia così? Un mobile che cada in questo modo, possiamo farlo? Pensiamoci, ma stiamo parlando di una sensazione, di un narrativo, di un progetto. Le persone quando guardano questo mobile vedono esattamente questo gesto e questo è bellissimo, questa è quella cosa che alla fine unisce secondo me il tutto.

PF: È bellissima quando dici che in ogni oggetto, ogni lavoro che tu fai diventa un capitolo di questo grande libro che stai scrivendo. Mi chiedo: ti capita di partire più spesso dall’innamoramento per un materiale che poi trasformi in una storia, o magari da una storia e il materiale arriva in seguito, arriva dopo?

JH: Per me un progetto è forte quando uno lo può raccontare senza avere forma,  quando io ti posso raccontare l’idea che ho e te la racconto senza che tu neanche la veda, [quando] neanche io ce l’ho e non ho fatto nemmeno un disegno. 

Attenti che chi sa disegnare ha un problema. Ho la mano che è la progressione del cervello. È molto pericolosa perché quella mano va più veloce delle storie. La mano va bene, da una certa energia alla forma però bisogna stare attenti. Secondo me il bello è la storia, è quella narrativa che puoi spiegare senza neanche aver fatto il progetto. 

Io inizio sempre dal trovare una cosa che sia affascinante. Basta guardare, basta viaggiare, avere conversazioni, guardare il mondo e allora comincio a trovare delle cose che sono affascinanti. Io ho delle cose che adoro. Vado in giro e mi piace il folklore, mi piace andare in città strane, vedere le cose più assurde, perché certe volte nella frontiera del più terribile c’è la bellezza più grande. Mi piace andare nei musei, vedere la storia e certe volte parlo della storia, certe volte parlo di una tradizione, certe volte parlo di una tematica. 

Non è tanto il materiale, perché io sono molto classico sui materiali. Dico sempre che i materiali che uso sono i materiali che tu trovi qua, anche a Roma, in qualsiasi museo, che sono là da duemila anni, insomma. Anche perché penso che il materiale oggi può essere anche un difetto. Tante volte vado alle fiere o vado anche a vedere i progetti dei nuovi artisti, designer eccetera. Quando il ragazzo o la ragazza mi comincia a dire “Questo è un materiale assai riciclato, questo che fa quello, che fa quell’altro”, ma poi il progetto non è niente. Dici: “Dio, se il tuo progetto si basa sul materiale, non è sufficiente”. 

Io penso che ci sono materie che esistono da sempre e che sono permanenti, che comunque hanno già una forza strepitosa e invece sono le storie di cui parliamo che hanno la possibilità di rendere quello che facciamo molto più forte e unico. Questo è quello che penso io.

PF: È vero che il tuo sogno era quello di fare lo skateboarder professionista?

JH: Sì. Non è che era il mio sogno, me l’hanno offerto. Io abitavo in California e facevo le gare negli Stati Uniti quando avevo 17 anni. Ho imparato molte cose, ho scoperto il mondo con lo skateboard. La prima volta che sono venuto a Roma era perché c’erano dei campionati di skate. Sono andato con un amico mio a fare un giro in Germania e poi anche qua, avevo 15 anni. Mi ha sempre appassionato lo skate e mi piace comunque anche la cultura che c’è dietro. Però è vero che mi aveva dato tante cose interessanti. Comunque c’è una subcultura importante. Tanto di quello che [nel mio lavoro] è un po’ aggressive, un po’ street style, anche sul disegno, viene anche un po’ da quell’origine, perché l’ho fatto da quando avevo 12 anni. Adesso è molto popolare, è anche [sport] olimpico, però alla mia epoca era tutto punk, era molto diverso.

PF: E disegnavi anche le tavole [da skateboard].

JH: Sì, uno dei primi lavori che ho avuto in California era fare ruote, tavole, T-shirt con gente che oggi hanno fatto anche delle mostre nei musei. C’era gente molto brava. Ci sono delle gallerie con cui lavoro adesso, anche a Miami, anche in altri posti, che hanno degli amici skater dell’epoca, che sono molto forti. Avevo scoperto quel mondo, però mi era interessato molto alla parte creativa di quel mondo. Poi a un certo punto ho deciso che per me era meglio studiare che continuare con lo skate, però ero [a un passo dal] diventare professionista a fare solo quello. Tanti amici miei l’hanno fatto, però io no. Alla fine no.

PF: Guardando il tuo lavoro – in un certo senso me l’hai già confermato quando hai parlato di storytelling – ho sempre pensato che tu dovresti fare anche il regista. Ti è mai venuto in mente, non so, di fare un film, un’opera teatrale, raccontare storie in quel modo?

JH: Sì. Questo è un momento interessante adesso perché, guarda, mi stai parlando in un momento in cui sono in piena trasformazione.È un momento fantastico, intanto perché ho compiuto 50 anni, che sono sempre importanti per ragionare. Però è un momento molto molto interessante perché, prima di tutto mi sento molto integro in quello che sto facendo dopo questi quasi 30 anni di non stop. Quando dico integro è che mi sento che sto facendo quello che mi piace. Sono stato un filosofo della mia vita perché durante tutti questi anni ho fatto le scelte per essere libero. Sono andato a Londra, poi a vivere a Valencia e nella costa della Spagna perché costa poco vivere e perché si può creare senza farsi tante domande. Questa libertà è quello che ho sempre voluto avere. 

In questo momento mi chiedo molte cose. Una di queste, tutti mi dicono “Dio, hai fatto delle cose bellissime. Madonna, ma ce l’hai fatta, bla bla bla”. A me questo non interessa. Quello che mi interessa è sapere dove vado adesso con quello che sto facendo, qual è la prossima tappa. E ci sono cose che mi interessano molto, tipo i film. Sembrano incredibili. Tra l’altro adesso sto parlando con due o tre registi amici, e ho due amici produttori molto bravi con cui sto parlando, anche di certe idee. Mi hanno anche proposto di fare un documentario sul mio lavoro, però questa è tutta un’altra cosa. Le opere teatrali non è la prima volta che mi sono state proposte. C’è gente che mi ha proposto anche una produzione teatrale con quello che faccio, perché comunque il mondo che faccio io, quella fantasia, può diventare qualcosa. È vero che ha una potenzialità che è portata a un altro mondo e può essere interessante. Non lo so dove andrà, però è una domanda interessante perché in questo momento ti dico che ho molta voglia di sperimentare cose nuove senza nessuna paura. Per me è come chiudere un momento e iniziarne un altro. E non c’è problema, in questo momento non c’è problema assolutamente.

PF: Io immagino il tuo lavoro in una dimensione come di fantascienza, ma non ambientata nel futuro, una fantascienza contemporanea (tu ti definisci anche archeologo del ventunesimo secolo), una cosa a metà tra quello che c’è stato e quello che non c’è ancora.

JH: È vero. Tante volte mi chiedo da dove viene tutta questa cosa, perché è allucinante. Per esempio, quest’estate faccio una mostra in una villa al sud della Francia, Villa Noailles. Ed è molto curioso perché volevo fare una mostra sul disegno, l’importanza del disegno nel mio lavoro. Con il mio team e con il curatore, ho cominciato a vedere, a tirare fuori tutti questi disegni. È una follia! Io stesso dico: “Ma sono stato posseduto da… va a capire cosa?” Perché io non mi sono mai fermato dal disegnare, ma [ho] tanti quaderni, tante cose. C’è una percentuale che è stata prodotta per tante cose che ho fatto. Sono 300 o 400 quaderni pieni di roba, di un mondo che non finisce mai, che è sempre. Tutto questo è come [se fosse] dentro di te e lo devi tirar fuori. È per quello che adesso sono un pazzo che sta dipingendo sette anni non stop. Adesso la gente mi chiede “ma non disegni più? Non fai design? Adesso sei sempre a fare pittura?” E dico “No, faccio tutto”. 

Però adesso per esempio il design lo sto vedendo in un altro modo perché sto dipingendo tutti i giorni e sto facendo il colore da capo, sto facendo qualsiasi cosa che ho in testa, senza nessun filtro, [senza] nessun tipo di problema. Mi va bene e non ho neanche bisogno di venderlo. Non lo faccio per venderlo, per cui sono un artista fortunato, perché tanti altri purtroppo hanno questo problema che lo devono vendere per vivere. Io ho questa fortuna. È molto curioso.

PF: Tra l’altro ho visto che in mostra – chiunque verrà a visitarlo lo vedrà – ci sono anche dei lampadari, degli oggetti che diventano quasi delle tele su cui dipingi.

JH: Totalmente. Infatti per questo in questa mostra ci sono anche due quadri. Ho messo due quadri che rappresentano un po’ i colori della ceramica, ma anche degli atelier che sono persi, degli atelier che ho immaginato. Quando ho iniziato questa mostra io stavo cercando in Italia e in Spagna degli atelier un po’ strani dove poter fare le mie ceramiche, il vetro, gli oggetti. Infatti questi li avevo già immaginati e quando li ho immaginati ho creato questi quadri, li ho creati in monocromie perché volevo che fossero come una progressione di questi oggetti, come se io avessi tirato fuori da quei quadri monocromatici, verdi, gialli, rossi, un oggetto da questa fantasia. E questo oggetto, puff, è in galleria. Per quello ci sono due quadri, perché comunque è iniziata dai quadri la ricerca di dove andare a fare queste cose. È un po’ surreale.

PF: E poi c’è anche una dimensione di dialogo tra le pareti e gli oggetti, però non voglio spoilerare niente, bisogna venire a vedere la mostra.

JH: Anche perché quando dipingi le pareti – che è una cosa che io faccio in un modo molto viscerale – cambia qualcosa perché intanto fai [in modo] che lo spazio stesso sia un canvas. Poi c’è il canvas che è là, ma poi dal canvas hai tirato fuori degli oggetti tridimensionali. Spiega molto il lavoro che faccio io, perché la bidimensionalità immaginata diventa la tridimensionalità con tutte quelle qualità che rappresentano il nostro lavoro. Dopo si arricchisce questa tridimensionalità attraverso la passione dell’artigianato, attraverso le qualità della storia di una materia, della ricerca della materia, e tutte queste cose alla fine creano quello che faccio io, ed è questa interdimensione e questa passione di trovare veramente queste capacità sulle persone. C’è una parte molto umana. Allora, in questa mostra, dalle piccole cose tu capisci bene questa interazione fra il grande e il piccolo, il gesto che è nella parete, il gesto che ritorna nella ceramica con la manualità, ma poi anche la forma che poi fa anche una lampada, un vaso, un elemento. Queste scale cambiano e questi giochi succedono, questa playfulness comincia a esistere. Allora, in   poco ti rappresenti subito. 

Poi c ’è questo specchio là, veneziano, che è molto curioso. 

PF: Quello è divertente perché è un insieme di tecniche, un insieme di forme, anche un insieme di funzioni.

JH: Sì, ma anche lui sta giocando e la tocca anche quella parte. A me piace molto – ed è un lavoro che prova a fare ogni volta – trovare la tecnica più complessa, ma veramente storica, che nessuno vuole più, perché ti giuro che nessuno la vuole più. Tra l’altro, ieri ero a Venezia e stavo camminando e mi sono trovato uno di questi personaggi che fa proprio gli specchi per me. È allucinante, è una tecnica che, Dio! Loro sono là perché restaurano [gli specchi] dei grandi palazzi o dei posti nel mondo intero. Gente che li fa lavorare nel modo in cui loro sono capaci, purtroppo non c’è. Lui mi diceva “guarda, sono felicissimo che tu sia venuto da noi, perché ci fai lavorare come sappiamo lavorare, come i nostri genitori ci hanno insegnato a fare, come i nonni e i bisnonni lavoravano il vetro qua a Murano. Ci fai lavorare in questo modo perché rispetti quello che facciamo noi, però lo fai in un modo contemporaneo. Bello questo, vogliamo continuare così”. Per me è un piacere sentirli. Giustamente, quando sei un creativo, devi essere molto molto molto rispettoso perché li devi lasciare fare il loro gesto. Tu devi essere te, ma devi lasciare che facciano il loro. E quando lasci che lo facciano, è quando la magia arriva. Perché tu vedi comunque uno specchio veneziano dove c’è il taglio e dove c’è la specchiatura (loro non la fanno industriale, la fanno proprio con il liquido, che lasciano, evapora e diventa uno specchio). Ogni pezzo è tagliato, bisellato perfetto e unito a mano. C’è una base di vetro della laguna che è colorato a mano e poi inserito. Sono tutte tecniche di 400 anni fa. È bellissimo questo, a me piace un sacco, questa è una cosa proprio bella.

PF: Un’altra cosa che mi colpisce molto del tuo lavoro e della tua vita è il fatto che tu sia profondamente “eccentrico”. Mi spiego. Tu sei sempre fuori dal centro.

JH: Eccentrico [significa] fuori dal centro? Non lo sapevo!

 

PF: In latino, vuol proprio dire “fuori dal centro”. Un eccentrico è un po’ sbilanciato, sta un po’ fuori, però trova il suo equilibrio, il suo centro. Tu vivi e lavori tra Valencia, Barcellona e Treviso. Nessuna di queste città è una capitale del design o un centro particolarmente rilevante per il design. A me questa scelta ricorda tanto quella del nostro amico comune Luca Nichetto, che [vive e lavora tra] Venezia, Mestre e Stoccolma. Milano proprio l’ha lasciata fuori. Ecco, mi chiedo, immagino che sia stata una scelta consapevole quella tua di non stabilirti negli Stati Uniti o in Inghilterra o in una grande capitale come Parigi o Londra, o magari in un’altra città del design come Milano. Ecco, mi chiedo: perché questa scelta?

JH: Io penso che questa è una filosofia di vita. Questi posti dove io ho delle attività sono posti dove uno può fare delle cose bellissime perché ci sono ancora artigiani incredibili. Iniziamo dal fatto che nella zona di Treviso, per esempio, c’è pieno di gente che ti fa il vetro, che ti fa fare le scarpe, che ti fa fare quello che vuoi, delle ceramiche incredibili là sulle montagne. Fanno tutto bene. Ecco, in Spagna se tu prendi Valencia, una zona quasi più industriale, tra Barcellona e Valencia c’è tutta l’industria della ceramica, ci sono tante cose. Allora, è un posto dove la gente fa delle cose e fare delle cose per me è molto importante. 

Io ho anche vissuto in città grandi, ho studiato a Parigi, sono andato a vivere a Londra cinque anni. Quando io vivevo a Londra, ad un certo momento mi sono reso conto che non devi essere nella grande città, perché conoscano quello che fai. Uno pensa che questo è importante, però è un po’ assurdo quando oggi abbiamo tutti i cellulari, quando uno ci mette un’immagine, ovunque sia, e la vedono tutti. Allora, sì che è vero che quando sei in una città grande sei più dentro quello che succede, però per me è molto importante [stare] dove si può fare. Perché uno che ha delle idee e che le deve rendere, se non le riesci a fare questo ti crea veramente un problema. Se non sei in una di queste piccole città, è molto difficile farlo, secondo me. Io ero a Londra, per esempio, e facevo fatica per fare qualsiasi cosa, era assurdo. Dovevi andare lontanissimo a trovare degli artigiani che non erano neanche così bravi, era molto faticoso. Infatti io abitavo a Londra e andavo a Treviso a farmi fare delle ceramiche per portarle a Londra. Posso dirti che costava meno farmeli mandare dall’Italia o dalla Spagna. Costava meno che farmeli mandare al nord di Londra o al centro di Londra. È assurdo! Per cui queste città in realtà vanno bene per i finanziari, penso. Io comunque ci sono nelle città grandi con il mio lavoro, con le mie gallerie, con le mie collaborazioni. Però invece per me, per la mia famiglia, per la mia vita, per la mia creatività, per la longevità, penso che è molto più interessante essere in una città secondaria. [Non amo] queste città che sono mega prese di turismo, di gente. Io sono così. Parlavo prima della filosofia di vita: sono delle scelte che ho fatto piano piano. È allucinante. La gente soffre in queste città ed è molto complicato, soprattutto per il creativo. 

PéF: La cosa più importante che hai imparato a scuola? 

JH: La cosa più importante? Mamma mia ma a scuola quale? 

PF: Qualsiasi. 

JH: Quella dei piccoli o quella dopo?

PF: Qualsiasi scuola tu abbia frequentato. Una cosa importante che hai imparato sui banchi di scuola? 

JH: È molto difficile.

PF: Se c’è, perché magari non hai imparato niente di importante…

JH: Quando ero piccolo facevo molta fatica ad andare a scuola, non mi piaceva. A me non è mai piaciuto che la gente mi dica cosa devo fare, credo. Questo è stato sempre un problema. 

PF: Questo è chiaro.

JH: Quando ero in scuole come l’università, no, mi piaceva tanto, perché mi piaceva imparare, scoprire. La cosa più bella per me della scuola, di qualsiasi scuola, è quando tu esci e sei entusiasta di una cosa che hai imparato. Questa cosa, questa sensazione, oggi ho imparato che è incredibile; questa cosa che ti entra in testa per la prima volta, qualsiasi cosa che ti impari, che ti illumina, questa è la cosa che io credo che sia affascinante. La scuola certe volte ti da questo, ma non solo la scuola, la scuola della vita, la scuola della conversazione con un amico, la scuola di andare in un bar a prenderti una birra, anche quella è una scuola, tutte sono scuole.

PF: Invece c’è stato un consiglio, una frase che ti è stata detta che tu ripeti, magari è una frase che ripeti a te stesso per tenerti su, per ricaricarti su quando bisogno, o che magari ripeti ad altri quando ne hanno bisogno? Una frase, un motto?

JH: Io dico sempre a tutti che devi trovare la tua unicità. Lo dico a tutti perché tutti si lamentano che non trovano il loro spazio, che non trovano come fare una cosa affascinante, perfetta, non direi perfetta ma speciale, speciale perché speciale è un po’ legata anche all’unicità. E io lo ripeto sempre e lo dico per esempio ai giovani. L’ho detto anche quando ho fatto dei corsi all’università, che ho fatto in diversi momenti della mia carriera, in Svizzera, in Spagna, in diversi posti. Dicevo sempre ai ragazzi: “Dovete guardare a chi siete. Voi dovete fare una specie di DNA test, per dire da dove vengo, chi sono i miei genitori, cosa mangiavo quando ero piccolo, cosa c’era vicino a me e come penso che le persone abbiano bisogno di guardare a se stessi e trovare se stessi. Soprattutto in questo momento in cui abbiamo troppe scelte, l’unica scelta sei te. Guarda a te stesso. Il tuo specchio e se tu. Ti rispetti in questo modo. Penso che tu potrai creare una cosa molto unica e guardare veramente chi sei te, perché in realtà tutti siamo unici, solo che perdiamo questa unicità provando ad essere come gli altri. È così. 

I ragazzi giovani mi chiedono sempre “Ma come ce l’hai fatta a fare questo?”. Ho cominciato questa intervista con te, questo dialogo assieme, dicendoti che per me era molto importante essere perso, perché sennò non potevo inventare una storia, perché non sapevo come fare e allora facevo quello che pensavo fosse giusto, anche se magari non lo era. O magari lo era. Però l’essere perso e guardare a te stesso e dire “questo mi piace” ed essere sincero e intuitivo è molto importante, per cui la gente deve come togliersi delle cose per cominciare a trovarsi a se stesso, è molto importante questo.

PF: So che fai meditazione.

JH: Sì, io sono molto spirituale.

PF: Quindi in questa ultima risposta leggo un po’ di risultati forse della meditazione?

JH: Sì, ma non solo della meditazione. Io vado molto in Thailandia, vado a vedere i monaci e vado a vederli molto spesso. Credo molto a fare delle pause anche con le persone a cui vuoi bene, con la famiglia, con la tua compagna o il tuo compagno, quello che sia. Ecco, credo che è molto importante rispettare questi momenti per trovare te stesso, perché è l’unico modo di andare avanti. Per me è molto importante, ma anche questo fermarsi un attimo e dire “ok, adesso faccio una settimana, poi mi concentro per, non so, andare a scrivere o a disegnare o a fare solo quello, senza nessun problema”. E penso che questo è un modo per rispettare se stessi. Sì, credo molto in questa meditazione, in questa idea di trovare l’energia.

PF: Il tuo è un lavoro più solitario o più di gruppo? A parte il lavoro con gli artigiani, tu hai un team, hai uno staff, come sei organizzato?

JH: C’è gente che quando ha scoperto come lavoro non ci crede. Ho un team di supereroi, è vero, perché non siamo in tanti, ma facciamo cose molto complesse e molto delicate, nel senso che tutto è fatto preciso. Lavoro con delle persone che considero una famiglia. Ho due team, uno che è in Italia e uno che è in Spagna. In totale lavoriamo in 12 persone, però facciamo un lavoro di 100 persone, perché tutte le cose che non sono importanti le diamo a altri. Questa è una cosa che ho sempre fatto. Le persone che ho da me sono tutte persone che fanno dei lavori importanti, sono dei dottori in guerra, loro non fanno cazzate. Per cui se facciamo un albergo a Bangkok (come abbiamo fatto) in una torre gigante con 350 camere, disegnando anche la maniglia, lo facciamo perfetto. Però cosa facciamo? Noi facciamo tutto il design perfetto, preciso, assolutamente stabilito con tutti i dettagli e tutte le cose, però diamo un pacchetto facciamo subcontract a un architetto locale che ha un team magari di 50-70 persone. Guadagniamo meno, però siamo più felici. Questo è il nostro concetto per farti un esempio. Il team con cui lavoro io è un team di persone che sono veramente appassionate di fare le cose, a renderle fisiche, a dialogare e discutere le cose. Sicuramente sono io quello che lavora di più alle idee, però sono in piena conversazione, costantemente a dire “ , come vedete questo? Facciamo così, facciamo così?”. Ormai è un team che è molto abituato a come sono io. Ho delle persone che lavorano con me da 25 anni, mi conoscono, con cui faccio uno scarabocchio e dicono “Te lo facciamo perfetto”. Io sono sempre molto [presente] in prima persona. Anch’io considero un lusso andare a lavorare con l’artigiano, infatti questa è la scelta che faccio sempre. Questa è una cosa che sorprende molto le aziende con cui lavoro e anche le persone con cui lavoro. A me piace andare a fare cose, perché credo che questo sia un lusso, nel senso che io vado a lavorare con l’artigiano per vedere le qualità, per sbagliare con lui, per prendere il prosciutto con lui. Ieri ero a Venezia, ho finito i lavori col vetro di Murano e loro subito hanno aperto il prosecco perché non si è rotto il pezzo, che è super rischioso. E questa è una cosa incredibile, è bellissima, per me è un lusso totale. Se io perdo questo, perdo tutto. Guarda che tanti non vanno. Io ho delle persone, degli artigiani di alta qualità, che lavorano con i migliori al mondo: loro non ci credevano che venivo io. Mi chiedono “Ma lei non manda nessuno del suo staff?” Dico “No, io vengo qua. Semmai verrà più tardi qualcuno dal mio staff se io non posso tornare, però io voglio lavorare con lei, voglio lavorare a vedere cosa fate”.

PF: È la differenza tra un lavoro d’autore come quello che fai tu e il lavoro di altri esimi tuoi colleghi, il cui nome diventa praticamente un brand.

JH: Questo è vero. Questa è la parte per cui ti dico che io alla fine sono un artista che lavora nel settore del design, per cui se tu sei là con le tue idee, con la tua maniera di vedere le cose, è molto importante capire anche queste piccole magie che ci sono quando uno ha la conversazione nell’atelier. A questo non si può dare un disegno [e dire] “poi arrivo”. No, perché le cose cambiano.

PF: Tu hai collaborato anche con la moda, in particolare hai lavorato con due aziende spagnole, che sono Zara e Camper. Come si lavora con la moda?

JH: Per me è molto naturale e la moda è molto curiosa, no? Perché è quello che ti dicevo: se tu hai un mondo, hai un concetto, tutto può diventare una cosa nuova, basta che tu sia te stesso, cioè tu non faccia una cosa che non sia te. [E questo vale] per la collaborazione tanto con Camper come con Zara, che sono state delle capsule collection. Ho fatto anche una collaborazione con Jasper Morrison, molto curiosa, che si chiamava Jijibaba, che ha prodotto Comme des Garçons. Abbiamo fatto una collezione assieme anni fa e anche questa era molto curiosa. Tutte queste collezioni sono sempre state molto naturali per me, anche perché a me piace molto la moda, mi piace come si fanno le cose. È un esercizio molto simile [al design]. Ogni volta vedo che c’è meno differenza in tutto. Io non vedo perché uno non possa fare qualsiasi cosa, te lo giuro. Non so perché la gente si chiuda tanto. Ci sono tanti personaggi nella storia che non si sono chiusi, che hanno fatto di tutto, che erano ingegneri, erano pittori, e la diversità è quella che fa la ricchezza. Infatti, tante volte penso che è molto noioso quando tutto è troppo preciso, per me almeno, anche se certe volte potrei semplificarmi la mia vita. 

PF: Quali sono le critiche più dure da digerire?

JH: Per me la parte più dura è quando la burocrazia e quella cosa chiamata marketing, arrivano a dirti quello che loro pensano che è giusto, quando dicono “No ma questo è impossibile che funzioni! Ma no ma questo non sarà mai una cosa di successo! No ma non lo faremo questo perché alla fine qua butteremo i soldi, perché chi è che si compra una cosa così?” Cioè queste cose. Ma è vero. A me la vita mi ha fatto capire che quella scienza è assurda, perché non la possiamo controllare, è incontrollabile. Io ho fatto delle cose che, come dire, non sono orgoglioso di averle fatte, però sono grandi successi. Non so come dirti. E io pensavo che queste non sarebbero mai funzionate, ma non solo io, anche loro, anche questi filosofi del marketing. “No, ma chi si compra un mobile nero e poi uno rosso e uno verde monocromatico? Ma no, ma la gente vuole cose che sono semplici”. Questo si diceva nei primi progetti che facevano negli anni ’90. Invece perché erano di questi colori con queste forme andavano avanti bene perché comunque si staccavano da tutto. Secondo me è una scienza molto più simile a una lotteria. Tu pensa quando andavi in discoteca e non ti facevano entrare se avevi le sneaker. Diglielo adesso che le sneaker costano 4.000 euro, se non porti le sneaker non entri. “Cos’hai, le scarpe? Sei fuori?” Capisci? È assurdo, ma che assurdo è?

E queste sono sempre state [critiche] molto dure, perché sono dei ragionamenti dove la creatività viene intossicata, perché la creatività deve essere libera, e la creatività deve essere una cosa che ti deve far paura. Quando tu sei troppo sicuro di quello che stai facendo, per me il progetto non va bene. Per me c’è sempre questo momento di rischio. Se sono troppo sicuro vuol dire che “Jaime, la creatività non è andata nello modo giusto”. Però quando non sei troppo sicuro, quando dici “Oddio, magari questo è troppo, oddio magari questo non è giusto” è quando dici “Mh, non è male”. Però devi raschiare, è così.

PF: Riesci a darmi una tua definizione di successo? Cos’è il successo per te?

JH: Per me il successo è avere i piedi per terra dopo aver avuto successo. Va bene?

PF: Perfetto, chiarissimo. Jaime, è arrivato il momento della raffica!

JH: Oddio, oddio, che paura.

PF: Questa è quella che tutti desiderano, ma tutti temono. Ti ricordo le regole. Dieci domande a sorpresa, solo risposte secche, due bonus: una possibilità di passare e una possibilità di argomentare.

JH: Una argomentare, l’altra?

PF: Passare.

JH: Passare, non voglio rispondere.

PF: Non vuoi rispondere.

JH: Una sola, mamma mia. Ok, va bene.

PF: Allora, partiamo. Arti folkloristiche o arti digitali?

JH: Folkloristico.

PF: I prossimi personaggi li fai arrivare dallo spazio profondo o dalle profondità marine?

JH: Dallo spazio profondo.

PF: Vacanza in famiglia: Spagna o Italia?

JH: Spagna.

PF: Vacanza da solo Spagna o Italia?

JH: Spagna.

PF: Qua hai le idee chiarissime. Ti regalano un’ora per pensare: vai in biblioteca o vai in un parco?

JH: Io volevo dire che volevo andare al bar…

PF: Vuoi andare al bar? Allora stai argomentando.

JH: È che non è nessuna delle due. Io vado al bar!

PF: Vai al bar? Fantastico! Per ricaricarti, sport o meditazione?

JH: Sport.

PF: Con gli amici: giochi da tavolo o partita a carte?

JH: Giochi da tavolo.

PF: Ti propongono un progetto no budget, a tua scelta. Fai un parco giochi o un grattacielo?  

JH: Un parco giochi. 

PF: Il prossimo esperimento: usi la stampa 3D o il tornio?

JH: Tornio. 

PF: L’ultima. Paella valenciana o pasta e fasoi? 

JH: Pasta e fasoi. Almeno una volta facciamo vincere l’Italia!

JH: L’Italia mi piace molto! Pasta e fasoi sì!

PF: Bene, fatta la raffica. 

JH: Non è tanto dura. Meno male! Stavo già  male! Però ti giuro che pensavo che dicevi che andavamo al bar a disegnare. Tu sai quante volte mi hanno detto “Ma sei fuori di testa” quando io sono arrivato a Valencia e ho preso un ufficio bellissimo. A chi mi ha chiesto perché sono andato a Valencia ho fatto un paragone. In quel momento io ero spaventato dai prezzi di Londra. Io abitavo a Londra in un posto molto bello, però pagavi una fortuna, ma pagavi anche di riscaldamento una fortuna, perché era un posto molto grande. E allora dissi a un mio amico: “Senti, ti spiego perché sono a Valencia. C’è un ufficio di 250 metri quadri con i tetti altissimi e sto pagando di affitto, quello che pagavo di riscaldamento a Londra. DI riscaldamento! A me costava uguale”. Però gli ho detto anche una cosa: “Il problema è che ci sono troppi bar e prima di arrivare in ufficio mi fermo sempre in un bar, mi metto a disegnare ed è passato il giorno”.

PF: Per quello hai centinaia di quaderni. Ho capito!

JH: Te lo giuro. Sai quante volte non sono andato in ufficio perché mi sono fermato in un bar, una terrazza, al sole? Sempre così, questo è il problema.

PF: Bene Jaime. La domanda finale del podcast, qual è un libro per te importante che dovremmo leggere anche noi?

JH: Io ho letto tanti libri perché mi piace molto leggere. Ho avuto la mia epoca della fiction, dei romanzi, ho letto un sacco di biografie, perché mi piacciono molto. Però c’è un libro che mi ha sempre colpito e sicuramente è uno dei primi che ho letto quando ero piccolo, ed è “L’Alchimista” [di Paulo Coelho]. Perché è un libro così vero, in tutti gli anni della mia vita. Uno cerca e cerca e va e dice tante volte che non va bene dove siamo, non va bene cosa… È sempre come se non volessimo il posto che abbiamo vicino, le cose che abbiamo vicine, le persone che abbiamo vicino. Invece sono le più ricche! E questo libro parla di quello. Per me il messaggio di questo libro, anche se è basico, – come dico, è uno dei primi libri [che ho letto] – non lo dimentico mai perché è una lezione molto importante. È una cosa che sento ovunque e tutti si lamentano della stessa cosa, vogliono sempre un’altra cosa, soprattutto in questo mondo dove c’è troppa scelta di tutto. Un’altra cosa, tu vai là e stai mangiando da dio, però stai vedendo su Instagram l’altro che sta mangiando da dio in un altro [e pensi] “Oddio, dovevamo andare là!” Sempre così. Questo libro ti parla di tornare dove sei, guardare dove sei. Per me questa è una lezione.

PF: Grazie Jaime.

JH: Di niente, è un piacere.

 

 

Puntata registrata a Roma presso Rhinoceros il 18 marzo 2025 e pubblicata il 15 maggio 2025.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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