– Il sito di Grafica Magazine
– La copertina de L’Espresso dedicata a Elena Cecchettin persona dell’anno
– Il sito di Edicola Erno
– Il sito di Frabs Magazines
– Il sito di Reading Room
– Il sito di Edicola 518
– I lavori Ilaria Magliocchetti Lombi
– Le copertine di “Piscine – Notizie per l’élite”
– Il sito di Inque Magazine
– Il lavoro di Stefano Rovai e Susanna Weber
– Il libro “L’ultima estate in città” di Gianfranco Calligarich
– Il libro “Un cuore così bianco” di Javier Marías
PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto.
Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.
Ed eccoci qua, siamo di nuovo live da Roma e il pubblico di oggi è particolarmente fortunato perché ha la possibilità di incontrare uno dei protagonisti della grafica italiana, Stefano Cipolla. Stefano è Art Director, Graphic Designer e giornalista. Ha lavorato al Manifesto della Repubblica dove si è occupato di progetti speciali e di ben due restyling grafici. Dal 2018 è Art Director del settimanale L’Espresso.
Ma è nel 2024 che Stefano lancia un progetto coraggioso e – lasciatemelo dire – necessario: Grafica Magazine. Si tratta di un periodico in formato tabloid, tutto dedicato alla grafica, che ha colmato un vuoto nel panorama italiano.
Inoltre, Stefano è docente e coordinatore del Triennio di Graphic Design presso Rufa di Roma, insegna alla Scuola di Giornalismo di Urbino, al Mimaster di Milano, fa parte del comitato scientifico editoriale di ISIA Roma, è mentore di arti visive per IED Firenze. Oltre a tutto questo, si dedica attivamente alla divulgazione della cultura della grafica in talk e convegni.
Ciao Stefano, benvenuto a Parola Progetto.
SC: Ciao Paolo, grazie dell’invito.
PF: Benvenuto e grazie al pubblico di Roma, fatevi sentire!
SC: Poche volte ho visto un pubblico più fortunato.
PF: Vero! Fortunato, numeroso, attivo e partecipe per cui siamo veramente felici. Stefano, innanzitutto grazie ancora per aver accettato l’invito di partecipare a Parola Progetto. In preparazione a questo episodio ti ho chiesto di mandarmi la tua biografia da cui ho estratto l’introduzione che ho appena letto. Ma la cosa più interessante era la fine della tua biografia, ma non l’ho letta, la dico adesso: “il suo lavoro è la sua passione, è convinto che lavorare con le immagini sia la fortuna più grande che si possa capitare”. Ma siamo sicuri che lavoro e passione debbano andare assieme? Non rischi di scardinare totalmente il work-life balance?
SC: Ma quello è già scardinato. Ovviamente sono convinto che lavorare, fare un lavoro che è anche la nostra passione, sia una grandissima fortuna. È chiaro che in questo momento storico è cambiato tutto: è cambiato il mondo del lavoro, è cambiata la nostra disponibilità verso il mondo del lavoro e quindi, secondo me, l’unica soluzione è far sì che le due cose combacino. Poi, chiaramente, con alterne vicende da una parte e dall’altra: a volte va meglio la vita professionale, a volte va meglio la vita privata, viceversa, e a volte vanno bene entrambe.
PF: A proposito di passione e di progetti legati al cuore, partirei dalla fine: partirei dal tuo ultimo progetto, che è Grafica Magazine. Come dicevo nell’introduzione, un progetto di cui si sentiva la mancanza, ma ce ne siamo accorti nel momento in cui ce l’abbiamo avuto in mano. Prima non lo sapevamo. Per cui, insomma, un progetto che andava fatto. Allora, raccontaci: che cos’è Grafica Magazine? Soprattutto, perché l’hai fatto?
SC: Sono contentissimo di parlarne con te, perché se ti ricordi tu sei stata la prima persona a cui ho mostrato il layout del numero zero, quello con cui poi sarei dovuto andare a vendere il progetto. Ovviamente, proprio come la grafica che è il protagonista di questo giornale, il giornale stesso è un prodotto, un dispositivo combinatorio che mette insieme tante professionalità e tante persone.
Quindi io lo posso fare perché ho un socio, che si chiama Federico Falciani, che si occupa della distribuzione e dell’amministrazione, che è tutta un’altra roba rispetto alla mia passione e alla mia ossessione, ovviamente. E poi ho dei soci, anche loro, che sono Elisa Abadessa e Davide Luccini. Elisa è la vicedirettrice, quindi mi aiuta tantissimo sui contenuti. Davide Luccini si occupa della parte grafica e degli eventi.
E chiaramente il giornale è uno strumento collegiale, che va fatto insieme. Questa è la prima cosa da dire quando parliamo di magazine, di giornali. È nato da un’urgenza, è nato dal fatto che quando ci incontriamo — proprio perché la nostra vita privata combacia con la nostra vita professionale — non parliamo di calcio, in particolare perché in questo momento la Roma non va bene (perché, se no, ne parlerei un pochino), ma parliamo del nostro lavoro. Parliamo di design, di fotografia, di tipografia, di illustrazione. E quindi è un’urgenza che a un certo punto abbiamo deciso di mettere nero su bianco, senza sapere se questa nostra urgenza fosse effettivamente reale o valesse anche per altre persone. E così invece è stato.
PF: So però che c’entra un pochino anche Riccardo Falcinelli nella spinta, diciamo, a fare questa cosa, se non ricordo male, proprio perché parlavate del tuo sito. E poi, cosa è successo?
SC: Lui c’entra sempre. In un modo o nell’altro, Riccardo Falcinelli c’è sempre. Effettivamente, qualche anno fa — forse 4 o 5 anni fa — proprio per questa urgenza di parlare, di scrivere, di disegnare, di grafica, io ho creato un sito con il mio nome. Però non ho messo i miei lavori là sopra, anche perché mi annoiano i miei lavori, li conosco.
Ho iniziato a scrivere articoli che parlavano di graphic novel, di fotografi, di progetti grafici, di magazine che magari uscivano dall’altra parte del mondo o anche in Italia. L’editoria indipendente, in questo momento, è estremamente interessante.
E un giorno, in uno di questi pranzi che facciamo con Riccardo Falcinelli, in cui parliamo del nostro lavoro, di grafica, lui mi ha detto: “Guarda, io ti devo dire una cosa, però non ti devi offendere.” Ho detto: “Oh madonna, che mi deve dire?”
“Secondo me è sbagliato chiamarlo stefanocipolla.com, perché è una testata, è un giornale a tutti gli effetti.” E lui mi ha messo questa pulce nell’orecchio per la prima volta. Quindi, diamo a Riccardo Falcinelli quello che è di Riccardo Falcinelli.
PF: Il fatto di scegliere un nome così semplice, diretto… immagino anche questa sia stata una scelta precisa. Perché non hai scelto un nome un pochino più evocativo, un po’ più poetico, o più particolare?
SC: Perché io sono 30 anni che lavoro nel mondo dei giornali, e tu devi sapere che spesso nel mondo dei giornali si dà quello che viene chiamato un titolo di lavoro, un nome di lavoro ai progetti, e poi quello rimane. Ti faccio un esempio — tanto so che il diretto interessato non mi tirerà le orecchie più di quanto ha fatto in passato — ed è Angelo Rinaldi, art director di Repubblica.
Quando abbiamo creato un secondo sfoglio, una seconda parte del giornale per Repubblica (quindi il primo sfoglio è quello delle notizie calde, quello che parla di cronaca, degli esteri, di quello che accade quotidianamente, il secondo sfoglio invece è quello di approfondimento: cultura, spettacoli) volevamo un po’ riportare l’esperienza che avevamo fatto nel Domenicale. Ezio Mauro è stato un grande direttore, che teorizzava la settimanalizzazione dei quotidiani, perché un giornale quotidiano non può essere graficamente, e anche contenutisticamente, bello quanto un periodico?
E quindi, a un certo punto, il grande successo del Domenicale gli fece pensare: “Facciamolo tutti i giorni.” Pensa quanto eravamo contenti noi, che già facevamo le notti per fare un settimanale… figurati! E il titolo di lavoro di questo progetto era mutuato dal Guardian, che aveva il G2 — cioè la G iniziale del Guardian — quindi: chiamiamolo R2. E R2 è andato. Quindi, questo progetto chiamiamolo Grafica Magazine, poi vediamo… quello, cambieremo. E invece è rimasto Grafica Magazine.
PF: L’organizzazione dei contenuti è divisa in tre parti, giusto? Ogni numero ha tre sezioni: una più legata all’attualità — forse le cose che raccontavi sul tuo sito — poi c’è una parte invece dedicata all’educazione, e una parte invece dedicata all’archivio. Perché l’hai strutturato in questo modo? Come sono nate queste tre sezioni?
SC: L’ho strutturata in questo modo perché — tu lo sai — nella grafica, nel design, non si inventa nulla. Quindi, c’è una bellissima pubblicazione che si chiama Monocle, che ha una sua costola che si chiama Monocle Alpine e che è molto simile a questo giornale da un punto di vista del formato. Presentava tre sfogli diversi. Gli sfogli diversi cosa sono? Sono, ad esempio, il New York Times Magazine della domenica. È un grande esempio: ha tanti piccoli pacchettini di giornale. C’è il New York Times, che è il quotidiano, poi c’è la Book Review, che è quella dedicata alla cultura, poi c’è lo sport, poi c’è il design, c’è il magazine…
A me sarebbe piaciuto fare tre panini (vengono chiamati “panini” questi giornali perché vengono messi l’uno dentro l’altro). A me sarebbe piaciuto proprio fare tre panini separati, che però, in fase di stampa, chiaramente erano tre messe in stampa. Quindi si triplicava il costo. Le ho messe tutte insieme, e – come dicevi te – la prima sezione è quella del magazine, legata all’attualità, con interviste, approfondimenti, rubriche. La seconda parte si chiama Workshop ed è dedicata alla formazione, con un articolo, una cover story di approfondimento, e una sezione che pubblica le tesi dei ragazzi delle università e delle accademie di tutta Italia.
PF: Bellissima idea questa, veramente bella.
SC: Sì, abbiamo fatto una call to action perenne, permanente. E devo dire che, dopo il primo numero – in cui noi andavamo a bussare alle varie istituzioni, a Urbino, allo IUAV, alla RUFA, anche a quelle ovviamente private – adesso sono gli studenti stessi che ci mandano il materiale. Ed è molto interessante, anche perché questi lavori chiaramente non solo non vengono pubblicati spesso, ma non vengono proprio presentati: non c’è la possibilità di andarli a visionare.
La terza e ultima parte, invece, è dedicata agli archivi, cioè al grande tesoro che abbiamo in Italia in tutti i settori, ovviamente anche nel settore della grafica. E questa, non essendo una mia competenza, l’ho appaltata a Marta Sironi, che è una grandissima storica dell’arte della grafica, che ogni trimestre, in ogni numero, tira fuori un personaggio, un movimento artistico o un archivio che non è conosciuto o che rischia di andare dimenticato.
PF: Tu eri partito con un’idea di un numero di copie da stampare, poi in realtà hai dovuto fare anche un bel po’ di ristampe. È un prodotto di nicchia, ma evidentemente ’sta nicchia tanto piccola non è. Come ti spieghi il successo editoriale, che tra l’altro so che si riflette tantissimo anche sugli abbonamenti?
SC: L’editoria di nicchia è, secondo me, il futuro dell’editoria in questo momento. È chiaro che l’editoria generalista, cioè quella dei grandi giornali, ha dei sistemi economicamente non più sostenibili. Parliamo quindi di giornalisti, professionisti assunti, poligrafici, grafici, tecnici… che non riescono più a sostenere quelle spese, in corrispondenza di vendite che stanno andando giù. Perché è un po’ come sparare nel vuoto: tu cerchi di vendere qualcosa a una folla che ormai non esiste più. Invece, il giornale di nicchia è estremamente interessante, perché io so che se realizzo un giornale sulle lampade, tutti gli appassionati di lampade lo compreranno. Magari non sono tanti, ma io non ho una struttura che debba reggere una tiratura di migliaia di copie, anche se qua rischiamo di andare incontro a questa eventualità.
Per quanto riguarda il design, è evidente che c’era bisogno, perché poi è multidisciplinare: parliamo di grafica, ma parliamo di design, di architettura persino, di design del prodotto. Evidentemente quella nicchia, come dici te, non era così piccola e aveva una grande voglia di leggere.
PF: Ci puoi dare qualche numero?
SC: Sì. Adesso, diciamo che come tiratura siamo tra le 1300 e le 1500 copie. Eravamo partiti da mille copie col primo numero, ne abbiamo dovute stampare quasi il doppio, e sono andate esaurite. E gli abbonati sono 800. Quindi sono 800 prima di Parola Progetto!
PF: Figurati adesso!
SC: Figurati adesso! Io aspetto il 15 giugno.
PF: Il successo dell’editoria di nicchia va di pari passo anche con il successo delle edicole, o dei nuovi negozi che vendono riviste, che non sono semplicemente edicole. E i casi sono tantissimi: penso, qua a Roma, all’edicola Erno; a Milano, a Napoli e anche a Roma c’è NSS, l’edicola NSS; poi l’edicola 518 di Perugia. Ma pensiamo anche a Frab’s, con il quale so che avete anche un ottimo rapporto, o a Reading Room, entrambi a Milano. Non nominiamo nemmeno i festival tipo Mag to Mag, eccetera…
Per cui: come si alimentano, come dialogano queste due dimensioni?
SC: In realtà abbiamo ottimi rapporti con tutti, perché sono veramente delle persone appassionate anche loro. In particolare, tu hai citato Edicola 518, Frab’s, Reading Room, e loro hanno contribuito tantissimo al movimento dell’editoria indipendente. Se adesso abbiamo questo trend delle edicole, si deve a loro. Tant’è che loro hanno iniziato prima solo online, e poi invece adesso hanno tutti dei negozi fisici, anche perché è un tipo di prodotto che va toccato: l’esperienza tattile è fondamentale. Quindi, loro hanno dato sicuramente questo boost iniziale.
E adesso, io credo che sia anche un po’ una bolla, questa che sta arrivando adesso l’onda lunga. Credo che sarà una bolla. Quindi, insomma, queste edicole non sono solo specializzate in magazine, ma sappiamo che, per esempio, fanno pop-up, mettono in mezzo altri prodotti. Però benvenga, in un momento in cui praticamente andare a comprare un giornale in edicola è quasi un calvario, per trovarne una aperta. Se se ne aprono, è un’ottima notizia.
PF: E perché non l’hai fatto anche digitale?
SC: Non l’ho fatto digitale perché sono convinto che chi ha questa ossessione/passione vuole un giornale di carta. Vuole toccarlo, vuole che quel dispositivo (a me piace chiamare i giornali dispositivi, perché sono un insieme di sensazioni, di emozioni, di notizie ovviamente) vuole che stia lì, sul tavolo, per un periodo, finché non finisci di leggerlo, e poi lo metti da parte.
Devi pensarci un attimo prima di piegarlo, anche se io esorto sempre a piegarlo, perché è un giornale. E soprattutto è un giornale che mette nero su bianco quello che, in rete, potrei vedere quella sera, quel giorno. Per esempio, io consulto la rete la notte prima di andare a dormire e, proprio come i sogni, spesso non mi ricordo quello che ho letto, quello che ho visto, dove l’ho visto. Invece, un giornale di questo tipo ovviamente ti costringe a ricordarti dove hai letto le cose.
PF: Però la vera prova del successo sarà trovarlo nella sala d’aspetto di qualche dottore, quella sarà la svolta. Dal parrucchiere, dal dottore.
SC: C’è già un salone di parrucchiere che ce l’ha.
PF: Ah, davvero? Vedi te… Vogliamo sapere quale, perché sicuramente hanno gusto. Detto tutto questo però, Grafica Magazine è un hobby, nel senso che è una delle tante cose che fai. Il tuo lavoro è anche (diciamo “anche” adesso) quello di art director dell’Espresso. Mi chiedo: com’è, se c’è, la giornata tipo di un art director?
SC: La giornata tipo di un art director, così come di un giornalista, comunque inizia la mattina leggendo i giornali in digitale – perché ormai ci si informa in digitale – e si lascia magari al weekend il lusso e il godimento di leggere invece su carta. Poi si va in redazione e si ha la fortuna, per esempio, di lavorare con colleghi che si ha il piacere di incontrare ogni mattina. Quello è, secondo me, un aspetto fondamentale di un lavoro redazionale, di un lavoro che si fa in gruppo. Pensate che orrore sarebbe andare in un posto dove non ti piace andare, dove non ti piace incontrare le persone che incontri e con cui devi interagire.
Nel mio caso sono particolarmente fortunato. E sono stato sempre fortunato, devo dire. Gli uffici grafici in cui ho lavorato sono sempre stati pieni di ottimi professionisti e di persone fighe.
E quindi tendenzialmente si va al giornale, si fanno call, sai che ormai si fanno call, si fanno call, si fanno call… e si fanno riunioni quando non si fanno call. E si progetta, si impagina, si progetta, si pensa alla copertina, fino alle sei, alle sette di sera. E poi si switcha su Grafica Magazine. Insomma, ci si aggiorna. Abbastanza noiosa, detta così.
PF: Davvero? Immagino che ci saranno anche dei momenti di bella discussione. Immagino, ad esempio, la scelta di una copertina. Non dico che magari volano i coltelli, ma qualche bella discussione accesa ci sarà.
SC: Diciamo che più volano i coltelli più la copertina viene bene. Nel senso che più c’è il confronto più si ha la capacità di tornare indietro di dire la propria, di continuare a dire la propria se sei convinto che sia la via giusta da perseguire. Quindi in realtà come come tutte le cose più c’è discussione e più c’è interesse.
PF: Capita più spesso di vedere una foto e dire: “Questa sarà la copertina”, o capita più spesso il contrario? “Voglio dare questo messaggio… aspetta, dobbiamo cercare la foto giusta?”
SC: No, ti direi che per come lavoriamo noi è il titolo che comanda. Anche perché io posso trovare la foto più bella del mondo, o l’illustrazione più bella del mondo, ma se poi non dialoga con il titolo non ci faccio nulla. Quindi è assolutamente il titolo che detta la linea: la linea del direttore, la linea dell’editore. E poi, a seconda del titolo – io lavoro così, lavoriamo così-, andiamo dietro con l’immagine. D’altronde, chi fa grafica editoriale sa che l’immagine è al servizio della notizia. Non siamo artisti, siamo giornalisti
PF: La copertina di cui sei più orgoglioso?
SC: Sicuramente la copertina del personaggio dell’anno 2024 di Elena Cecchettin, la sorella di Giulia Cecchettin. Perché era una copertina che, dopo un certo periodo di tempo, finalmente ha comunicato ai lettori come il DNA dell’Espresso fosse sempre lo stesso, fosse il DNA di un giornale impegnato in battaglie sociali e civili. E in questo momento era molto importante dare quel messaggio, attraverso — tra l’altro — una fotografia incredibile di Ilaria Magliocchetti Lombi, che è una grandissima ritrattista fotografica e che è andata a parlare con Elena, che è una ragazzina che non era certo abituata a stare sulla copertina di un giornale. E quindi, dopo due giorni di discussioni (vedi, torniamo sempre alle discussioni che devono essere costruttive), Elena ha capito che comunque stare sulla copertina di un giornale era molto importante, anche per il tipo di messaggio da dare alla società.
PF: A proposito di copertine e di messaggi, nel secondo numero di Grafica Magazine la copertina è di Olimpia Zagnoli ed è dedicata al design inclusivo. Sappiamo che in molti settori (anche quelli creativi) c’è ancora molto da fare in questo senso. Sembra che anche la società stia andando in una direzione diversa rispetto all’inclusività. Allora mi chiedo: qual è il contributo che la grafica può dare nella direzione di una maggiore inclusività? E ha senso che la grafica partecipi a questo dibattito e magari vada alla ricerca di qualche soluzione?
SC: La grafica è parte integrante della società. La cultura visiva è cultura a tutti gli effetti, quindi ha senso eccome. Il contributo che la grafica può dare all’inclusività viene spiegato benissimo da Sara Fabbri, che è l’autrice dell’articolo principale. Sara è l’art director di Linus, ma anche l’art director di SMACK!, che è una rivista del collettivo di artisti e femministi che si chiama Moleste. E fa una disamina bellissima: racconta come anche quelle opere che sono considerate le opere di grafica più belle dei grafici italiani (alcuni manifesti della Pirelli di Bob Noorda o addirittura della Rinascente di Lora Lamm) contemplavano la bicicletta soltanto con la canna, cioè la bicicletta maschile. E lei dice: “No, bisogna cambiare, bisogna veramente progettare in maniera inclusiva e quindi in maniera universale.”
Oppure fa l’esempio dei pittogrammi delle Olimpiadi, che fino alle ultime Olimpiadi di Parigi presentavano sempre il lumino come pittogramma. E questo era ovviamente sbagliato. Adesso, da Parigi in poi (spero), i pittogrammi mostrano lo strumento dello sport: quindi il pallone, o la racchetta, o lo sci… e quindi non più il genere. La grafica può fare tanto.
Allo stesso modo, Ellen Lupton (intervistata da Elisa Abadessa), che è la grande teorica della grafica femminista, racconta come sia importante, in questo momento storico, affidare alle donne i progetti grafici. Addirittura, noi ci siamo posti (e le abbiamo posto) la domanda se non trovasse ghettizzante il proliferare di tanti premi di grafica e di design dedicati alle donne. E noi, forse un po’, ci aspettavamo che dicesse: “Sì, beh, è un po’ ghettizzante.” Invece, lei ha avuto una risposta netta, un po’ alla Black Lives Matter: ha detto “ci devono essere, finora non ci sono stati, quindi adesso è giusto che ci siano”. E davanti a queste affermazioni, chiaramente, non puoi controbattere. È giusto così.
PF: Certo. Torniamo sempre al tema della visibilità e della rappresentazione, che — insomma — è l’essenza stessa della grafica (è un messaggio visivo). Un altro articolo che mi ha colpito moltissimo è “Tipi clandestini” (che è sempre nel secondo numero di Grafica Magazine), di Andrea Vendetti, dove si racconta questa storia bellissima di tipografie che stampavano tanto per i fascisti quanto per i partigiani, in maniera più o meno clandestina. Vorrei che ci raccontassi rapidamente questa storia, proprio perché spiega bene come la grafica, in realtà, possa essere la scusa per raccontare magari delle storie meravigliose di cui non avevamo assolutamente conoscenza. Delle storie che sembrano veramente l’inizio di un film.
SC: Ne approfitto anche per raccontarti che io vengo da giornali generalisti, quindi mi piace trattare un giornale di nicchia come fosse generalista. Cosa si fa nei giornali generalisti? Si celebrano gli anniversari.
Quest’anno saranno gli 80 anni della Resistenza italiana, no? E quindi ho pensato: perché non parlare della Resistenza in termini di caratteri mobili, di tipografia? Andrea Vendetti è uno storico e ha raccontato proprio che le tipografie, durante il fascismo, stampavano i lavori per i fascisti, poi chiudevano le saracinesche all’ora di cena e stampavano i volantini per i partigiani. Adesso, voi sapete che stampare con i caratteri mobili vuol dire prendere dei caratteri che un tempo erano di legno (quindi si usuravano facilmente), metterli sulla macchina per stampare e stampare, per l’appunto. Caratteri mobili, quindi rovinati, sono un po’ come quando giochi a carte e sai che il settebello ha quell’orecchietta che lo riconosce. I nazisti, i nazifascisti, cosa facevano? Vedevano i poster, riconoscevano le lettere rovinate, andavano nelle tipografie e si facevano tirare fuori le lettere. E dove vedevano che quella rovinata corrispondeva a quella del manifesto, incarceravano (mettevano in galera) il tipografo. Questo è un aneddoto di cui io personalmente (evidentemente sono ignorante) non sapevo nulla. E questo giornale ti offre la possibilità di conoscere anche la storia. È interessante, questo, attraverso la grafica.
PF: Secondo te c’è un ambito in cui la grafica può fare qualcosa di importante e ancora non l’ha fatto? Non parlo solo di politica, ma parlo anche proprio di vita quotidiana. Un ambito in cui ancora, secondo te, c’è tanto da dire?
SC: Beh, l’infografica intesa come cartografia, la segnaletica — la segnaletica delle città (in Italia in particolare, e a Roma ancora di più, oserei dire) — non è all’altezza di una grande metropoli europea. E poi c’è una tradizione: Bob Noorda, Massimo Vignelli… abbiamo delle grandi tradizioni di infografica, di segnaletica, di cartografia. Ecco, secondo me, in quel campo c’è ancora tantissimo da fare.
PF: Qual è la lezione più importante che hai imparato sui banchi di scuola? E tu, da docente quale sei oggi, quale cerchi di trasmettere in maniera più netta possibile ai tuoi studenti?
SC: Ce ne sono ovviamente tantissime. Una fondamentale è quella di non innamorarsi del proprio lavoro, perché il nostro è un lavoro che nasce da dentro, quindi è molto facile tirare fuori un’idea e poi dire: “Questa è l’idea più bella del mondo.” In quel caso, a volte, non si ha la possibilità di lavorare in team (e quindi di fare quelle discussioni di cui sopra, costruttive), ed è molto difficile — da soli — essere obiettivi e disinnamorarsi della propria idea. Secondo me, quello è fondamentale. Poi ognuno raggiungerà un proprio metodo e dirà: “Vabbè, io vado al cinema e quando torno mi rivedo la mia idea e capisco”, oppure: “Ci dormo sopra”, oppure: “Me la riguardo fino allo sfinimento.” Però quello è fondamentale.
PF: Una cosa che ha detto Angelo Rinaldi — che hai citato, che è stato un tuo maestro — una cosa che ha detto proprio a Parola Progetto era questa: “Butta via, butta via, butta via.” Ed è doloroso per qualsiasi creativo (in particolare per chiunque lavori con passione su qualcosa). Riuscire a eliminare, avere il coraggio di buttare, è una delle cose più difficili… ma forse una delle cose più necessarie.
SC: Adesso che me lo dici, può essere me l’abbia insegnato lui…
PF: Tu fai fatica a buttare via?
SC: No, no.
PF: Ti fa male?
SC: No, no, proprio. Dopo 15 anni sullo stesso tavolo con Angelo Rinaldi, evidentemente la lezione l’ho introiettata bene.
PF: Una cosa che dico spessissimo ai miei studenti è quella di osservare i supermercati, che secondo me sono i musei etno-antropologici più belli del mondo. Dico sempre: se andate in un paese straniero, la prima cosa che dovete fare è andare al supermercato, perché capite cosa la gente consuma, cosa mangia, cosa vuole, cosa usa per pulire la casa… insomma, scoprite i consumi. L’altra cosa è proprio la cultura visiva, cioè un supermercato è un archivio di grafica del contemporaneo.
SC: Ma sai che è strano? Perché proprio l’altro giorno parlavo con un grande maestro della grafica, che si chiama Stefano Rovai, che però fa parte di quella genia dei maestri che sta col profilo basso. Noi sappiamo che i maestri o hanno un bisogno enorme che gli accarezzi l’ego, oppure hanno questo profilo basso. E Stefano Rovai (che è un fiorentino, sempre a Firenze, non vuole andare via da Firenze) mi diceva: “Sai, si pensa che gli italiani abbiano le case piene di oggetti di design. Uno pensa alla lampada Castiglioni… In realtà, loro hanno le case piene di design grafico. Pensaci: i libri, i packaging della pasta, i packaging dei biscotti.” Ed è esattamente quello che dici te: il grande magazzino. È là che vai a capire anche i trend, anche cosa stanno progettando in questo momento, e poi te lo porti a casa.
PF: Tu hai mai disegnato per un supermercato? Nel senso: qualcosa che hai disegnato tu, che hai realizzato tu, è mai finito in un supermercato?
SC: Ma sai che secondo me sì… ma non me lo ricordo. Perché comunque sono 30 anni che faccio questa roba. Sicuramente giornali e libri, nell’area giornali e libri dei supermercati illuminati, ci stanno. Io credo di aver fatto qualcosa… però è evidente che, se non me lo ricordo, non ha vinto il Compasso d’Oro.
PF: Hai nostalgia del tuo lavoro nei quotidiani? Te lo chiedo perché i tempi di un quotidiano sono molto diversi dal tempo di un settimanale, o da un periodico che esce due volte all’anno (o leggermente di più, come Grafica Magazine). Ti manca il ritmo del quotidiano?
SC: No, ti direi che come ritmi no, perché comunque ogni cosa ha il suo tempo. E chiaramente ero molto più giovane quando ho fatto il quotidiano. Mi può mancare quella botta di adrenalina che accade quando arriva il fatto all’improvviso, quel cinismo che ti porta a dire che se un personaggio noto è morto a una certa ora è morto bene (perché hai il tempo per preparare le pagine), oppure se muore la sera lo maledici ulteriormente perché è morto malissimo.
E poi mi manca magari il rapporto con quei colleghi che non sono più colleghi, perché tu ci passi più tempo che con i tuoi familiari e diventano amici. E chiaramente non voglio citare ancora Angelo Rinaldi… però insomma, quel tipo di rapporto con Angelo — anche se ovviamente siamo amici fraterni — il tipo di rapporto quotidiano, quello mi manca. Però poi penso agli orari… e scompare tutto.
PF: Quindi tu lavori meglio, mi sembra di capire, con un po’ di tempo davanti o funzioni meglio con una scadenza ravvicinata?
SC: No, no, no, io funziono meglio con la scadenza. Assolutamente.
PF: Quindi te le crei o aspetti che arrivino?
SC: No, attendo, attendo. Intanto mi preparo la scrivania, mi faccio tutte le cose così… però finalizzo all’ultimo minuto. Anche perché (non so se l’ho già citato) c’era un art director storico di Repubblica, e anche vicedirettore, che si chiama Angelo Rinaldi. Io, appena arrivato a Repubblica, quando arrivavano a disegnare le pagine, avevo un’ansia, le facevo subito. E poi, durante il giorno, me le cambiavano, me le cambiavano, morivano. E lui, dopo tre mesi di questa vita, di questa frustrazione, mi disse: “Guarda, non le fare mai subito. Perché in un giornale (essendo poi quasi un organismo in evoluzione), nella migliore delle ipotesi cambieranno. Altrimenti proprio muoio. E tu avrai fatto un lavoro inutile.”
PF: Nel tuo lavoro, secondo te, conta di più la conoscenza o la curiosità?
SC: La curiosità. Perché la curiosità è alla base della conoscenza. Se non hai curiosità, non vai da nessuna parte.
PF: E dove fai ricerca? Quali sono le cose che tu guardi, cerchi, ascolti per nutrire appunto la tua curiosità, che poi diventa conoscenza?
SC: Tutto, ti direi. Nel senso che — e questo io lo dico anche agli studenti — guardate le serie tv. Ormai le serie tv hanno delle sigle televisive con una grafica incredibile (sembra di essere tornati ai tempi di Saul Bass, per quanto sono belle). Quindi: la conoscenza, la curiosità di sapere un po’ di tutto.
Anzi, ecco, la cosa bella l’ha detta una studentessa un po’ di tempo fa, che ha detto: “Noi, come grafici, dobbiamo sapere tanto di tutto.” Ed è bellissimo, perché di solito si dice “bah, bisogna sapere un po’ di tutto” — ma perché? Noi dobbiamo sapere tanto di tutto. E quindi dobbiamo trovare tutto: dai libri (ovviamente — ecco, quella forse è la cosa che manca di più ai ragazzi: la lettura lenta), alle immagini, quindi ai film, alla musica. La musica è fondamentale.
PF: Il progetto grafico che meglio ti rappresenta qual è?
SC: Sarebbe facile dire Grafica Magazine.
PF: Ma non dirai Grafica Magazine?
SC: Ti dirò: una sorta di fanzine, un giornale fatto soltanto in PDF, esistito per quattro numeri e mandato soltanto a chi — attraverso una mail alla redazione — dimostrava di far parte dell’élite (qualsiasi cosa volesse dire).
Sono arrivate delle mail deliranti. Il progetto si chiamava “Piscine, notizie per l’élite”, e lo facevo insieme a due scrittori: Francesco Pacifico e Cristiano De Maio. Cristiano De Maio adesso è direttore di Rivista Studio. Ed era molto divertente. E lì con noi lavoravano dei giovani talenti, che allora erano proprio giovani. Ti parlo di Irene Graziosi, che adesso lavora per “Lucy. Sulla cultura”, oppure Niccolò Contessa, che poi ha fondato il gruppo musicale I Cani, oppure Daniele Manusia, che poi ha fondato la testata giornalistica sportiva “L’Ultimo Uomo”.
Quello è un progetto molto divertente, introvabile. Magari, se un domani mi dimostrerai di far parte dell’élite, potrei mandarti i PDF.
PF: Te la devo mandare questa mail. Ma sono sicuro che, nei meandri della rete, forse da qualche parte si trova… o l’avete nascosto molto bene.
SC: Sta nel deep web.
PF: Invece, il progetto grafico che avresti voluto fare tu e che non hai fatto tu?
SC: Ce ne sono tanti. Un progetto grafico che mi fa impazzire è Inque Magazine (scritto “Inque” con la Q, ma si pronuncia “ink”, come inchiostro), che è un progetto molto interessante. L’art director è Matt Willey, che è l’ex art director del New York Times — quindi gioco ovviamente in maniera facile — però è un progetto interessante perché sono dieci numeri che usciranno una volta l’anno per dieci anni, e poi morirà.
PF: Usi l’intelligenza artificiale?
SC: No.
PF: Non l’hai detto convinto?
SC: No, non l’ho detto convinto, perché l’ho usata, chiaramente, e abbiamo fatto anche un paio di illustrazioni su L’Espresso, e subito ho capito il rischio quando il direttore ha detto: “Bellissima, mettiamola in copertina”. Ecco, no, perché comunque da un punto di vista qualitativo ancora non ci siamo. Una mia studentessa ha preparato la tesi, ha creato un magazine tutto fatto con l’intelligenza artificiale — cioè, il deal era che facesse tutto, testi e immagini, con l’intelligenza artificiale — e quindi ci siamo scontrati sulla difficoltà che ancora c’è a lavorare con l’intelligenza artificiale.
L’infografica non riesce a gestirla neanche lontanamente, ma anche l’uniformità delle immagini, che ovviamente in una rivista è fondamentale, non la si riusciva a ottenere. Alla fine ce l’abbiamo fatta, anzi ce l’ha fatta, perché chiaramente la testa ce l’ha sbattuta lei su questa difficoltà, utilizzando l’intelligenza artificiale di Photoshop. Secondo me non è un caso che l’intelligenza artificiale che funziona di più è quella all’interno di un software che esiste da più di vent’anni e che noi sappiamo gestire alla perfezione. Questa, secondo me, è il futuro dell’intelligenza artificiale.
PF: Hai un motto? Una frase guida?
SC: Allora, sì, ce l’ho. Però è un aneddoto abbastanza risibile… ma tanto siamo qua tra di noi, lo possiamo dire.
PF: Tra di noi tutti gli ascoltatori di Parola Progetto.
SC: Quando ho fatto un corso Domestika (sai, la piattaforma che fa corsi online), arrivò in Italia. A un certo punto chiamò alcuni di noi — c’era Emiliano Ponzi, ovviamente — e siamo andati a fare questo corso, che in realtà è una cosa seria: lo prepari, fai tre mesi di preparazione, poi vai a Milano a registrare per una settimana. Fai una settimana di registrazioni (tra l’altro sempre con lo stesso vestito), quindi vi potete immaginare la situazione.
PF: La continuity.
SC: Sì, esatto. Era proprio la situazione igienica… A un certo punto, l’ultimo giorno, mi dicono: “Mi raccomando, poi devi dire una frase che acchiappi gli studenti.” E a me non veniva in mente nulla. Dalla stanza a fianco, intanto, Emiliano Ponzi citava Picasso: “L’ispirazione esiste, ma deve trovarti al lavoro.” Sai, tutte queste cose altissime. E io, più sentivo queste frasi altissime… e a un certo punto mi viene in mente, mi ricordo questa frase. Guardo la telecamera e dico: “Ricordatevi di essere sempre la persona meno importante nella stanza.” Bomba! E questi mi dicono: “Ma bravo! Ma è tua?” Più o meno così. Questa frase io l’avevo letta tipo due giorni prima sul Corriere della Sera, in un’intervista ad Alessandro Borghi, l’attore (che è evidentemente una persona molto profonda). Però io lì per lì lui mi sono vergognato. Di là: Picasso, Klein, c’erano tutti. E io: Alessandro Borghi. Quindi adesso voglio pubblicamente ringraziare Alessandro Borghi, per avermi fornito questa frase (che tra l’altro è super interessante).
PF: Altroché! Perché così puoi diventare una persona più intelligente. Puoi solo crescere. È fantastico. E torniamo sempre a curiosità e conoscenza.
SC: Certo. E a Borghi.
PF: Stefano, è arrivato il momento della raffica.
SC: Mi ricordi le regole?
PF: Ti ricordo le regole: dieci domande completamente a sorpresa, solo risposte secche. Hai una possibilità di passare e una possibilità di argomentare. Siamo pronti?
SC: Yes.
PF: Diventi direttore. Scegli un settimanale o un mensile?
SC: Mensile.
PF: Un’ora libera per leggere: letteratura o saggio?
SC: Letteratura.
PF: Serif o San Serif?
SC: Serif.
PF: Penna a sfera o stilografica?
SC: Penna a sfera.
PF: Carta e matita o tablet e stilus?
SC: Carta e matita.
PF: Grafica americana o grafica inglese?
SC: Americana.
PF: Ti obbligano a usare il Comic Sans. Ci provi o ti licenzi?
SC: Passo.
PF: Arial o Helvetica?
SC: Helvetica.
PF: Fotografia o illustrazione?
SC: Illustrazione.
PF: Ah, così secco? Cioè, rinneghi l’ultima copertina così?
SC: No, perché ti dicevo che sono per la divisione delle competenze. Quindi, c’è un profilo nei giornali (che è quello del photo editor) che deve scegliere le foto. Invece, non c’è chi sceglie le illustrazioni. Quindi, da sempre, mi sono argomentato.
PF: Certo che hai argomentato. Ma era l’ultima.
SC: Ah, era l’ultima?
PF: Perfetto! Benissimo, ottimo. Grazie, grazie. Hai fatto la raffica.
SC: Perfetto.
PF: Comunque devo fare le magliette “Ho fatto la raffica”. [Anche per] Voi due qua davanti che l’avete fatta. Magari in Comic Sans.
SC: Loro poi l’hanno fatta alternata, bellissima. Tu sei uscito. Bellissimo.
PF: La domanda finale fel podcast: qual è un libro per te importante, che dovremmo leggere anche noi?
SC: Allora, per chi è di Roma, “L’ultima estate in città” di Gianfranco Calligarich. Per chi non è di Roma (quindi per tutto il mondo): “Un cuore così bianco” di Javier Marías.
PF: Perché?
SC: Perché è un bellissimo libro sui misteri che ci teniamo dentro, sui segreti che ci teniamo dentro. È un libro di una poesia incredibile. Io avrei potuto dire almeno altri 3-4 libri di Javier Marías. Però “Un cuore così bianco” non è il suo primo, ma è il primo tradotto in italiano (prima da Donzelli, poi — in un secondo tempo — da Einaudi), e a me colpì molto ai tempi.
PF: Grazie, Stefano.
SC: Grazie a te. E grazie a voi.
Puntata registrata a Roma il 18 marzo 2025 e pubblicata il 15 giugno 2025.
La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.
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