Parola Progetto About
STAGIONE 9 — EP. 1

Alfredo Taroni: dal pensiero alla pietra, dalla litografia al design

09/2026 — 44:12
Per la prima puntata della nona stagione di Parola Progetto andiamo a Como, da Edizioni Lithos, proprio nei giorni del Lake Como Design Festival. Qui incontriamo Alfredo Taroni, che l’ha fondata sul finire degli anni ’80 e la porta avanti ancora oggi.
Partendo dalla litografia, ha sperimentato ogni tecnica di stampa, dalla serigrafia al digitale. Negli anni ha collaborato con grandi poeti, artisti e designer, diventando un punto di riferimento per nomi quali Mario Botta, Andrea Branzi, Enzo Cucchi, Michele De Lucchi, Nathalie Du Pasquier, Corrado Levi, Alessandro Mendini, Lucia Pescador, Ettore Sottsass e molti altri.
Con la collaborazione di Daniela Cairoli, andiamo alla scoperta di storie uniche, aneddoti succosi e un punto di vista sul mondo che parte dall’alchimia e arriva alla magia. Senza mai dimenticare che relazioni e pensieri sono alla base del buon design.
Grazie a Lake Como Design Festival per aver contribuito alla realizzazione di questa puntata.
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I link dell’episodio:
Il sito di Lithos https://edizionilithos.it
Il primo libro suggerito da Alfredo, “La lingua salvata” di Elias Canetti https://www.adelphi.it/libro/9788845904172
Il secondo libro suggerito da Alfredo, “Scritto di notte” di Ettore Sottsass https://www.adelphi.it/libro/9788845925047
Il sito del Lake Como Design Festival https://www.lakecomodesignfestival.com

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.

Ed eccoci qua.

Oggi siamo a Como, nella sede di Edizioni Lithos, dove incontriamo il fondatore Alfredo Taroni. Laureato al Politecnico di Milano, nel 1989 fonda con alcuni amici una piccola casa editrice specializzata in libri d’artista, tra grafica e poesia. Qualche anno dopo arriva anche l’architettura, con il supporto e la complicità di Ettore Sottsass.

Oltre a lui, Alfredo collabora con Mario Botta, Andrea Branzi, Enzo Cucchi, Michele De Lucchi, Nathalie Du Pasquier, Corrado Levi, Alessandro Mendini, Lucia Pescador e molti altri. Nel 2007 Edizioni Lithos si trasforma in un’associazione culturale che, attraverso corsi, lezioni e talk, promuove la cultura della litografia e del libro d’arte. Ascolteremo le bellissime storie di Alfredo, delle sue collaborazioni e sperimentazioni, e di una pratica antichissima eppure più che mai piena di fascino e spunti per tante forme di progettazione contemporanea.

Allora Alfredo, benvenuto a Parola Progetto.

AT: Ciao Paolo, grazie.

PF: Allora, partiamo con una domanda base. Ci spieghi che cos’è la litografia, esattamente come lo spiegheresti a una persona che non ha mai sentito questa parola in vita sua.

AT: La litografia è una tecnica che è nata ed è stata scoperta in un periodo particolare, in una rivoluzione particolare, la cosiddetta rivoluzione industriale. Quindi è stata una tecnologia, chiamiamola così, una nuova tecnica di stampa che è stata, stiamo parlando della fine del 1700, rivoluzionaria. Con la litografia è stata data la possibilità di divulgare la stampa, libri, con una capacità di riproduzione molto più complessa e molto più articolata e con una diffusione anche completamente diversa rispetto alle precedenti tecnologie. Poi, per quanto ci riguarda, la litografia è stata utilizzata tantissimo dagli artisti, da Picasso, da Goya, Chagall, Miró, tutti gli artisti più importanti hanno dato un contributo notevole alla diffusione delle loro opere attraverso questa tecnica.

PF: Correggimi se sbaglio, è una specie di grande timbro?

AT: Più che un grande timbro, diciamo che è un disegno che l’artista può eseguire direttamente sulle pietre litografiche, pietre litografiche che hanno una conformazione calcarea, le più importanti e le più belle arrivano da una cava in Germania, cava di Solnhofen. E la litografia, tra l’altro, è stata scoperta, messa a punto da Senefelder, che era un musicista, tra l’altro un compositore, e stava scrivendo una composizione e, avendo come base questa pietra, ha scoperto che l’inchiostro, che aveva una base grassa, penetrando, andando oltre il foglio e depositandosi sulla pietra, aveva prodotto una strana reazione. Poi chiaramente si sono sviluppati tutti i procedimenti che io chiamo alchemici di trasformazione della materia per dare poi adito alla stampa. Comunque, è l’artista che disegna direttamente utilizzando matite, inchiostri litografici sulla pietra. Poi, in un secondo momento, sono state utilizzate, per una maggiore praticità, delle lastre litografiche più leggere composte da zinco e piombo.

PF: Ok, infatti poi lo racconto per chi sta ascoltando ma non è qui con noi in questo spazio meraviglioso: qua ci sono anche delle specie di librerie dove, invece che avere dei libri, ci sono quelli che sembrano dei mattoni, ma in realtà sono tutte le pietre litografiche che hai utilizzato. Dal punto di vista tecnico, a te piace di più rispettare la tradizione o metterla in discussione, nel senso anche sperimentare?

AT: Recentemente, in questi ultimi anni, mi è piaciuto anche molto sperimentare, facendo interagire questa tecnica tradizionale, questi procedimenti tradizionali, con ad esempio la stampa digitale oppure con la serigrafia, creare un po’, come dire, di frizioni anche particolari, mischiando queste possibilità.

PF: Ma sono state iniziative tue o sono nate magari dalla collaborazione con qualche…

AT: Sono state necessità che sono maturate in determinate occasioni, confrontandosi soprattutto con l’artista, che sia appunto un grafico piuttosto che un designer o un architetto, insomma, ognuno ha dato un proprio contributo.

PF: Tu ti ricordi il momento in cui hai scoperto che esisteva la litografia?

AT: Certo, come lo ricordo, anche perché mi ricordo bene di aver rovinato un torchio litografico, perché ero totalmente, come dire, ignorante, non sapevo niente sulla litografia, ho avuto però la fortuna di avere un insegnante di Urbino, allora frequentavo liceo artistico, mi aveva lasciato un giorno da solo davanti al torchio litografico e lui, mi ricordo, doveva andare via e mi ha detto: ma fai qualcosa. Lui forse pensava, immaginava che io avessi già in qualche modo una nozione minima, invece no, mi ricordo aver preso dei sassolini, di averli messi sulla pietra litografica e di aver stampato a secco dei sassi rovinando il torchio, eccetera eccetera. Questo è stato il mio primo approccio con la litografia, per cui è stato un disastro.

PF: Ma è stato in quel momento, di fronte a quell’incidente, che tu hai deciso che sarebbe stato il tuo futuro?

AT: Questo momento scioccante per me e soprattutto per questo mio insegnante, lui ha insistito e da allora ci siamo frequentati. Poi, tra l’altro, avevo terminato il liceo e mi ero iscritto ad architettura, ma nei momenti liberi andavo a Varese, dove c’era questa bottega, e da lì ho iniziato ad appassionarmi. Poi nel 1989, con questi altri due amici, uno era architetto e un artista, ho detto: ma perché non facciamo delle edizioni che possano inizialmente mettere in relazione artisti e poeti, dove però l’artista non doveva rappresentare o illustrare, che so io, la poesia, ma dovevano convivere in modo del tutto autonomo sulle pagine, sul foglio, sulla carta. Diventava importante non soltanto arrivare a realizzare un prodotto, un libro o una cartella di litografia o di incisione, ma proprio stabilire una relazione di aiuto, di responsabilità, di piena collaborazione con l’artista, col poeta, col designer.

PF: Nella tua attività riconosci dei maestri, al di là di quelli che ti hanno insegnato il mestiere, guardando al passato, tornando indietro nel tempo, passando proprio alla storia dell’arte o dell’architettura o del design? Ci sono secondo te delle figure chiave nel tuo percorso?

AT: Sì, molte, tantissime. Nell’ambito della grafica posso citare artisti come Picasso, ad esempio, è stato un mio primo riferimento. Passavo delle giornate a osservare tutte le sue incisioni, la serie famosa della litografia del toro che si trasforma togliendo, sottraendo e diventando poi un elemento astratto, quasi un segno, un filo sottile. E poi tutti quelli che fortunatamente abbiamo incontrato qua.

PF: Una domanda dal punto di vista proprio del metodo. Già nell’introduzione ho citato tantissimi nomi che adesso riprenderemo tra poco e ci racconterai insomma le storie che ti legano a queste persone. Capita più spesso che siano gli autori che ti vengono a cercare o sei tu che vai a cercare gli autori con cui vuoi collaborare? Perché l’hai già sottolineato, la collaborazione è alla base di tutto quello che fai.

AT: Sì, c’è una ricerca, per me era importante una ricerca anche empatica, che suscitasse delle emozioni a me innanzitutto e spero anche in loro. Prima c’è stato questo aspetto, diciamo l’elemento guida è quello, una ricerca di empatia, di relazioni, di emozioni.

PF: E sono incontri questi qua che a volte magari sono casuali, qualcuno ti presenta qualcun altro? O ti è mai capitato magari dire: io voglio lavorare a tutti i costi con quella persona, ci devo arrivare?

AT: Beh, questa cosa è capitata in modo proprio deciso, voluto, sofferto, con Ettore Sottsass. Questo nostro desiderio di riavvicinarsi in qualche modo all’architettura, al design, è nato intorno al 1993-94. Con questi miei soci, soprattutto con Piermario [Larghi], abbiamo detto: ma con chi ci piacerebbe iniziare questa avventura nell’ambito del design e dell’architettura?

E io ho detto: ma sarebbe molto bello con Ettore Sottsass. Ma come facciamo? Dove andiamo a incontrare Ettore Sottsass?

Dopo un po’ di tempo ho preso coraggio e mi ricordo che ho chiamato alla Sottsass Associati in via Melone a Milano, in zona Brera. Ettore non c’era, era in viaggio, era via, allora mi avevano pregato di richiamare nei giorni successivi. Ho chiamato e subito Ettore ci ha dato un appuntamento.

Ma non avevamo praticamente, avevamo fatto qualche libro con qualche autore comasco, qualche poeta comasco e artisti anche comaschi. E mi ricordo però avevamo appena terminato un piccolo libretto con Lucia Pescador, anzi erano due libretti, uno era Dionysos “A Dioniso. A Eros”, con questi frammenti orfici con immagini litografiche di Lucia Pescador, e l’altro era “Alla notte. A Nemesi”, sempre con testi tratti da frammenti orfici e sempre con litografia di Lucia Pescador. Ci siamo presentati da Ettore con questi due libretti ed Ettore molto carinamente ci ha ascoltato, dopodiché è rimasto in silenzio e ha detto: va bene, ci penso.

Ci siamo salutati, siamo ritornati a Como, c’era un suo messaggio che diceva se potevamo ritornare il giorno successivo da lui, che aveva delle proposte da farci, e con nostra sorpresa aveva preparato un menabò di quello che poi sarebbe stato un suo primo libro, che era le Epifanie Brevi.

PF: Andrea Branzi ha scritto una cosa molto bella a proposito del tuo lavoro, leggo quello che ha scritto: «Nel distretto della seta si impara a tessere, a stampare decori, a usare il colore, attraverso grandi industrie ma anche piccoli laboratori artigianali dove si usa il torchio, le tecniche litografiche e le piccole edizioni numerate. L’attività della Lithos ha incontrato i protagonisti del design italiano e ha lasciato l’impronta preziosa dei loro disegni». Allora mi chiedo, a livello di territorio tu ti senti vicino ai tuoi colleghi setaioli del distretto? Penso anche dal punto di vista tecnico, magari degli scambi che sono potuti avvenire tra le tecniche di stampa della seta e le tecniche di stampa invece che metti in atto tu?

AT: No, sono due cose diverse, però c’è stata l’occasione, ad esempio proprio con Branzi, di realizzare un’edizione, tra l’altro che poi ti mostrerò, particolare, che è praticamente “10 modesti consigli per una nuova carta di Atene”. Attualmente è esposta in Triennale a Milano, riprodotta, stampata su una seta di 20 metri, quindi è stata ingigantita, 20 metri. Quindi questa è un’occasione particolare di trasportare questa edizione che era stata stampata in origine su carta, con un intervento poi diretto manuale di Andrea Branzi, trasposizione stampata ingigantendola in un rotolo lungo 20 metri.

Poi recentemente abbiamo, c’è stata l’occasione, è stato l’ultimo lavoro che abbiamo potuto realizzare con Andrea Branzi, è un lavoro appunto a quattro mani con Enzo Cucchi che hanno chiamato Mappa, è praticamente un foglio ripiegato stampato in bianca e volta, in fronte e in retro, contenuto poi in una borsetta cucita in tessuto. E questa è stata anche un’idea di Nicoletta Morozzi, la moglie di Andrea, che ha curato un po’ questa cosa qua. Quindi c’è sempre un po’ questa contaminazione di tecniche e anche materiali diversi.

Ad esempio, abbiamo fatto anche, sempre con Enzo Cucchi, una cartella dove c’erano tre soggetti stampati in litografia, delle bave (come lui le aveva chiamate) di pelle ritagliate sulle quali era stata poi stampata un’incisione, un’acquaforte.

PF: Le “Epifanie Brevi” e il “Trattato di Architettura” sono i primi due libri d’artista che hai progettato e sono firmati con Sottsass, tirati in soli 70 esemplari. Sarebbe bello che tu ci raccontassi un po’ la genesi di questi due volumi che sono stati poi l’inizio di una collaborazione che è stata lunghissima e importantissima.

AT: Beh, la genesi è stata molto, una genesi molto bella, un’esperienza bellissima, coinvolgente, che tra l’altro è durata parecchio perché circa due anni si è lavorato a questi due progetti. Allora, “Epifanie Brevi” è praticamente un condensato riunito in nove litografie composte a fogli sciolti, dove immagine e testo sono tutt’uno, cioè non c’è separazione, e raccontano in modo molto poetico la poesia, gli interessi di Ettore Sottsass, e così anche l’architettura. Il trattato di architettura sicuramente non è il trattato di architettura vitruviano, ma è un trattato di architettura sottsassiano. C’è una bellissima litografia dove Ettore disegna tutti i personaggi che hanno segnato profondamente la sua vita proprio, da Mario Radice, Allen Ginsberg, Shiro Kuramata, Luigi Spazzapan, il caporal maggiore Trezzi che era un suo caporal degli alpini, cioè il suo vissuto è molto toccante.

PF: Sempre dal “Trattato di Architettura”, cito una frase che tra l’altro tu hai citato in un bellissimo articolo di Domus di qualche anno fa. Queste sono parole di Sottsass: «Si gira dentro la cultura interessante del tempo, ma con interessi fuori anche dal tempo, oltre che delle cose. Tutto quello che è stato fatto e pensato prevede osservazioni non soltanto grafiche, ma che riguardano argomenti come la politica, l’onnipresente mistero dell’esistenza, una visione poetica dell’architettura-disegno della vita, la vicinanza e i suggerimenti delle culture orientali». C’è tanta roba dentro questa frase qua.

AT: C’è, ci sono tanti pensieri, tante emozioni e anche nostalgie, che sono quelle che hanno sempre guidato un po’ tutti questi anni e questa esperienza con Ettore Sottsass e con tutte le persone con le quali lui poi mi ha aperto delle finestre, dei mondi. Parlo appunto di Michele De Lucchi, dell’Andrea Branzi, Nathalie Du Pasquier e molti altri.

PF: Allora, hai già iniziato a citare dei nomi importantissimi. Allora io vorrei fare con te una cosa che non ho mai fatto a Parola Progetto: io ti do dei nomi e tu mi racconti un aneddoto. Facciamo una sorta di raffica prima della raffica, quindi facciamo una raffica di aneddoti. Magari, non so, ci puoi raccontare del primo incontro, della cosa più strana che avete fatto, del progetto più assurdo, della sfida insormontabile magari che ti hanno dato. Ho fatto una selezione, sono tutti in ordine alfabetico. Allora, il primo: Mario Botta.

AT: Ci stiamo lavorando anche recentemente, avremmo l’ipotesi di mettere a punto un progetto con dei disegni che riguardano il bestiario romanico. Poi abbiamo fatto qualche anno fa una cartella che invece ha presentato due litografie della chiesetta che lui aveva realizzato tanti anni fa a Mogno, molto bella.

PF: Allora, il prossimo: Andrea Branzi. Avrai millecinquecento storie. Scegline una.

AT: È stato una persona incredibile, un amico col quale abbiamo iniziato a collaborare dal 1997-98. Il primo lavoro è stato sul Pinocchio. Lui stava lavorando alle scenografie del Pinocchio per il Maggio Musicale Fiorentino e quindi abbiamo realizzato questa cartella dove lui ha rappresentato i disegni preparatori di queste scenografie.

Con Andrea Branzi ci si incontrava spesso a casa sua e si parlava di tutto, ad esempio spesso parlava, citava questi poeti che arrivavano da mestieri più disperati, chi faceva il postino, chi faceva il tranviere. Lui diceva spesso che era più interessato, più che al contenuto della poesia, alla vita. Lui diceva: io leggo, la prima cosa che leggo di un libro non è la poesia, ma è la biografia, il vissuto dell’autore, del poeta.

PF: Certo.

AT: Era molto appassionato di queste cose.

PF: Bellissimo.

AT: Parlavamo tanto di tutte queste cose qua, non direttamente di design, di prodotto o di commercializzare un prodotto di design, si parlava di poesia, si parlava di vissuti particolari, tutte queste cose qua bellissime, ci perdevamo, almeno io mi perdevo ad ascoltare questi racconti di Andrea.

PF: Sono sicuro, sono sicuro. Michele De Lucchi, come vi siete incontrati? La vostra è una collaborazione lunghissima, profonda.

AT: Michele è un uomo, è un personaggio, un amico eccezionale, unico. Ci siamo incontrati sempre tramite Ettore Sottsass, Michele era venuto, ricordo, alla Galleria Jannone, dove stavamo presentando appunto le “Epifanie Brevi”, e mi ricordo che il giorno successivo Michele aveva lasciato un messaggio in segreteria che voleva incontrarci, voleva conoscerci meglio, e da lì è iniziata una collaborazione incredibile. Con Michele qua in questo spazio abbiamo passato delle serate incredibili a mangiare prosciutto, salame, formaggio e a raccontare le cose più belle.

Poi ormai ogni anno, da più di vent’anni a questa parte, ormai da quasi trent’anni, venticinque, trent’anni, ogni anno c’è con Michele la tradizione di stampare gli auguri di buon anno. Sono delle incisioni che poi lui associa a dei vasi o dei vasetti in tiratura limitata che poi produce attraverso il suo marchio, il suo laboratorio di Produzione Privata. E comunque è una tradizione che ormai prosegue da più di 25 anni.

PF: Nathalie Du Pasquier.

AT: Nathalie Du Pasquier, anche lei, dovevamo incontrarci già tantissimi anni fa. Tant’è che poi quando ci siamo rivisti, anche lei mi ha detto: finalmente riusciamo a ritrovarci e a realizzare qualcosa insieme.

Una bella occasione è stata quella nel 2012, facendo incontrare Nathalie con Giorgio Orelli, questo poeta svizzero molto bravo, molto importante, che ci diceva che passava le giornate ad osservare due ragnetti che si calavano dal soffitto della sua casa, e da lì è nata questa poesia qua, Ragni, con dei lavori di Nathalie Du Pasquier.

PF: Ma che bello. E il titolo è “La buca delle lettere, Ragni”.

AT: Una delle caratteristiche di questi libri è che possono dispiegarsi e quindi trasformarsi anche in manifesti.

PF: Ma che belli. Spettacolo. Arriviamo a tempi più recenti con uno che è stato anche ospite di Parola Progetto, che è Francesco Faccin.

AT: Con Francesco Faccin ci siamo conosciuti sempre attraverso Michele De Lucchi, perché Francesco ha collaborato alcuni anni con Michele De Lucchi, però in precedenza Francesco aveva collaborato con Enzo Mari, e poi dovrei raccontarti una cosa di Enzo Mari. Se vuoi te la racconto subito. Allora, quando con Ettore Sottsass si è stabilito che dovevamo intraprendere questo percorso di edizione di libri particolari, il primo autore che ci aveva indicato Ettore, col quale avremmo dovuto realizzare un libro, era Enzo Mari, e mi ricordo che siamo andati in piazzale Baracca numero 10, se non vado errato, alle 3 del pomeriggio; siamo usciti da Piazzale Baracca alle 10 e mezzo di sera, dove è stato un incontro incredibile. Però Ettore Sottsass ci aveva anche detto che questi libri non dovevano raccogliere disegni già utilizzati per altre edizioni, per altri progetti di questi autori, ma dovevano nascere con una loro freschezza, con una loro unicità.

E insomma io avevo detto: ci penserò, ci penserò, ma poi sono passati diversi anni e non siamo riusciti. Purtroppo, questa cosa un po’ mi è mancata perché era un personaggio che mi aveva intrigato molto. Allora poi con Faccin recentemente ci siamo conosciuti perché Faccin cura un master di design del prodotto nella Scuola Politecnica di Design a Milano e quindi recentemente, da due anni a questa parte, mi ha coinvolto.

Mi ha coinvolto, e ha coinvolto me e la Lithos, a collaborare a questo master, quindi i ragazzi, gli studenti del master hanno un modo di sperimentare la loro idea progettuale attraverso l’utilizzo di processi di stampa tradizionali.

PF: Poi tra poco parleremo anche di formazione, lo faremo con la tua collaboratrice Daniela Cairoli, tra un attimo passeremo anche a questo argomento importantissimo per la Lithos. Un altro grandissimo nome: Alessandro Mendini.

AT: Con Alessandro Mendini era una persona anche lui, proprio una persona graziosa, e con lui abbiamo realizzato un libro che si chiama “Mendini Mandala”. E poi nel 1998, era da molti anni che la Casa del Fascio a Como di Giuseppe Terragni non veniva aperta al pubblico. Con un amico e anche con la collaborazione dell’Ordine degli Architetti di Como, avevamo organizzato una serie di tre incontri. Un primo incontro con Ettore Sottsass, un secondo incontro con Andrea Branzi e un terzo incontro con Alessandro Mendini. A parte la possibilità di incontrare questi tre personaggi, ma poi di incontrarlo all’interno di questo edificio storico, che era da tanti anni, anche perché è presidio militare, perché non è normalmente aperto al pubblico.

PF: Tu come fai ricerca, Alfredo? Come ti informi su quello che succede nel mondo? Leggi, vai online, usi social, il giornale? Come capisci il mondo?

AT: Come capisco il mondo? Ma forse sarebbe più giusto dire come non lo capisco.

PF: È vero.

AT: Cioè, decisamente, proprio faccio una difficoltà incredibile a capirlo. E poi un approccio abbastanza, come dire, un po’ caotico il mio approccio alle cose. Anche le letture, non so, inizio un libro, ma quello da sempre, anche da studente, anche quando frequentavo architettura, iniziavo un libro, magari un saggio, poi trovavo un suggerimento e andavo a beccarmi un altro libro, che magari c’entrava poco o niente, però all’interno di questo.

Quindi si diventava un puzzle. Però credo che questa cosa qua, questo mio modo di procedere, è stato un po’ anche l’aspetto che, per tanti aspetti, scusa il gioco di parole, mi ha salvato. Mi ha salvato perché ogni volta mi arricchivo di curiosità. Ecco, credo di poter dire di essere una persona abbastanza curiosa.

PF: Certo.

AT: E di appassionarmi abbastanza a quello che faccio. E forse ultimamente magari sono diventato anche un po’ magari selettivo col passare degli anni. Cerco, non so se poi riesco, di salvaguardare l’utilizzo del tempo, facendo le cose che più mi divertono sostanzialmente. Quindi sono a ricerca di rapporti che aiutino in questa direzione.

PF: Perché è chiarissimo anche dalle chiacchierate che abbiamo fatto al di là del podcast di oggi che tu hai una visione molto contemporanea di quello che succede attorno a te, nonostante il tuo lavoro sia legato a una tecnica antichissima, io ti sento come una persona estremamente contemporanea.

AT: Grazie.

PF: Sì, ed è sicuramente determinato dal fatto che comunque hai avuto queste frequentazioni meravigliose di maestri, ma anche di autori contemporanei, però insomma vedo questa grande libertà enciclopedica nel tuo modo di procedere.

AT: Ma sì, credo che, come penso di averti detto anche un po’ prima, quello che cerco, che desidero almeno cercare, prima ancora di realizzare un prodotto che sia un libro, una grafica, è questa necessità, questo desiderio di creare un rapporto, che poi quando sei fortunato diventa anche un’amicizia, qualcosa che però, per quanto mi riguarda, diventa lo strato, la fondazione necessaria per poter proseguire nel lavoro, per arrivare poi a concretizzare il prodotto, il lavoro, quello che chiamiamo l’oggetto di design.

PF: Esatto, perché sappiamo benissimo che i libri sono oggetti di design.

AT: Il titolo che tu hai dato al tuo podcast, Parola Progetto, credo di sentirlo molto come qualcosa che sento anche come mio, perché la parola per me è stata importantissima, seguita in diverse forme, in diverse modalità, ma comunque c’è sempre questo riferimento della parola e del pensiero, prima ancora della cosa fisica.

PF: Poi il tuo modo di lavorare secondo me incarna molto bene quella che è l’essenza anche del design italiano, che è il rapporto diretto tra chi le cose le fa e chi le cose le pensa. Non sono due fasi separate ma sono sempre qualcosa che si sviluppa appunto nel rapporto di cui parli.

AT: Ma credo che poi in questi ultimi anni questo aspetto sia molto diventato importante, credo che diventerà sempre più importante, e lo diventerà anche soprattutto per i giovani se vogliono conquistare un loro modo di dare un senso anche a quello che fanno, quindi unire tutti questi aspetti qua, sentirsi partecipi in tutte queste modalità, quindi un’apertura, un coinvolgimento a 360 gradi, allargare un po’ le cose. Poi i pensieri che ti portano poi al progetto arrivano da tante cose diverse, magari anche lontane da quello che sono, o che perlomeno erano 50 anni fa, gli approcci al design o all’architettura.

PF: Visto che ormai sono diversi anni che fai questo lavoro, il passaggio generazionale l’hai visto, tra i designer con cui hai iniziato e magari quelli giovani o anche giovanissimi in alcuni casi con cui collabori adesso. Vedi una differenza di approccio al progetto da parte delle prime generazioni e delle generazioni di oggi?

AT: Sì, c’è una differenza di approccio, però sto notando in alcuni giovani che ho incontrato anche il desiderio di approcciare a vecchi sistemi, a vecchi modi, modalità di intendere, di ricercare, dare un senso alla loro ricerca, al loro progetto. Quindi non farsi attrarre soltanto da dinamiche diverse che sono legate al mercato, alla funzionalità, al merchandising, a tutte queste faccende qua, che comunque ci sono, sono importanti. Ma tutto quello che c’è, c’è prima, cioè il pensiero, ritrovare dei pensieri che diano in qualche modo autenticità al loro gesto, al loro fare. Un recupero, credo, che sia più legato a modalità magiche che hanno più a che fare con tradizioni antiche legate alla magia, dove la magia non era soltanto una cosa così slegata dalla realtà, ma era quella cosa che poi ti dava la possibilità di capire, di comprendere la realtà in modalità diverse, non soltanto razionali o razionalizzanti.

PF: Certo. Siamo partiti parlando di alchimia, chiudiamo parlando di magia. Che bel cerchio ti hai chiuso, bellissimo.

AT: Grazie.

PF: Bellissimo. Prima di passare alla raffica che ti aspetta, vorrei passare qualche minuto con Daniela Cairoli, che è una tua collaboratrice stretta, vicepresidente anche di Lithos Edizioni, e che in particolare si occupa tanto di aspetti anche legati alla formazione. Per cui io farei a Daniela la stessa domanda. Come si interagisce oggi con le generazioni giovani e come il vostro lavoro, quello della stampa, della litografia, entra nelle loro vite? Cioè tu lo vedi con l’attività di formazione, che insomma che in Lithos è abbastanza importante.

DC: Sicuramente i ragazzi che hanno avuto modo, attraverso la Lithos, di incontrare personaggi come Mario Trimarchi, come Faccin, come lo stesso Michele De Lucchi, Andrea Branzi, la stessa Nicoletta Morozzi, hanno tratto da quegli incontri la magia della parola che questi personaggi ci hanno restituito. Ricordo che in occasione di questi incontri abbiamo sempre cercato di trovare una frase che riassumesse un pochettino quello che era stato detto nel corso di queste interviste, di questi momenti che abbiamo trascorso con gruppi di studenti che superavano anche il centinaio. E queste frasi, sempre molto d’effetto, che erano state pronunciate da questi personaggi, hanno accompagnato poi i ragazzi per esempio nella stesura del lavoro preparatorio della maturità, piuttosto che quando ritornano dopo aver finito questa prima fase di studio, questa fase liceale di studio, ritornano, passano di qui, chiedono Alfredo di poter lavorare un po’ con lui, collaborano, imparano, perché appunto, non so, penso a qualche ragazza, ma qualche ragazzo che ha chiesto proprio di imparare le tecniche della stampa, e poi questi ragazzi volano altrove, vanno, però vanno arricchiti sia di quelle parole ma anche di questo fare che imparano qui. Alfredo di solito è sempre molto generoso con loro, quindi a parte li travolge di stimoli, perché di solito li aspetta con queste montagne di libri che mostra, sfoglia in maniera compulsiva, dando il più possibile materiale a questi ragazzi.

PF: Certo.

DC: E poi certo, insomma, imparano a usare i torchi, a fare le acqueforti, magari non lavorando solo su lavori propri, ma anche proprio lavorando su lavori di personaggi come potrebbero essere Michele De Lucchi, e allora questi ragazzi si misurano con la stampa, su anche la magia della stampa, ma soprattutto anche sugli inciampi che la stampa, sia della litografia che delle acqueforti, può creare. Poi la formazione è proprio la gioia di poter, penso per Alfredo, trasmettere questi suoi aneddoti, questi suoi racconti che incuriosiscono questi ragazzi che poi si informano e diventano anche loro amici di questi personaggi pur non avendoli conosciuti.

PF: Vorrei sottolineare ancora una cosa che hai detto all’inizio. È vero che voi non mettete a disposizione di questi ragazzi e di queste ragazze solo una tecnica, ma anche le persone. Quindi fate loro incontrare i designer, le persone che hai citato. E sempre nell’ottica della collaborazione di cui parlava prima Alfredo. Non è una collaborazione che resta privata, ma diventa una collaborazione che si apre al mondo. E questa la trovo una cosa speciale, veramente speciale.

DC: I ragazzi hanno anche incontrato poeti che hanno lavorato con noi; quindi, ci sono stati anche tanti incontri di poesia. E poi l’atelier Lithos è un luogo aperto, perché qui è stato proiettato il “Don Quijote” di Mimmo Paladino e anche in quel caso sono stati invitati ragazzi che sono venuti, hanno visto. E poi ci sono stati anche qui degli incontri, delle letture, non so, penso alla lettura che abbiamo fatto di testi di Ettore Sottsass.

E quindi ecco, questo posto è un posto frequentato anche da questi studenti che arrivano, che vengono informati e che hanno modo poi di conoscere. Sì, anche la dimensione più personale di questi amici di Alfredo, chiamiamoli così. Perché poi alla fine sono sempre delle collaborazioni molto belle per le quali si spende tanto tempo a chiacchierare, a condividere anche tematiche che riguardano il mondo, oltre che magari la parola poetica piuttosto che la tecnica di stampa o lo spirito di un’opera che nasce.

Forse l’unico che non è venuto qui è Andrea Branzi, che non è venuto negli ultimi anni perché appunto si tendeva ad andare da lui. Però Andrea Branzi l’hanno incontrato gli studenti, molto generosamente, per due volte, raccontandoci delle cose straordinarie.

PF: Tipo?

DC: Tipo la sua teoria per cui il design è nato esattamente tra il Medioevo e il Rinascimento. Quindi il design non è qualcosa che nasce con l’industria, come invece molto spesso si dice, ma secondo lui il design erano proprio queste immagini che accompagnavano la vita quotidiana delle persone, che potevano essere addirittura anche i gargoyle, lui amava poi fotografare, e sosteneva con forza questa teoria che aveva un po’ stupito.

PF: Alfredo, è arrivato il momento della raffica.

AT: No!

PF: Lo sai che la raffica è quello che tutti gli ospiti vogliono.

AT: Che demolisce le persone.

PF: Certo, ci si fa i nemici con la raffica. No, non succederà sicuramente. Però ti ricordo le regole. Sono dieci domande a risposta secca. Hai due jolly: un passo e un’argomentazione. Quindi hai un passo e un’argomentazione. Ricordati le regole, ok? Per il resto mi devi solo rispondere secco, o l’una o l’altra.

DC: E ricordati che Michele De Lucchi ha argomentato tutte le sue risposte.

PF: Sì, Michele De Lucchi ha argomentato tutte le risposte, ma non dovrà risuccedere questa cosa qua. A lui gliel’abbiamo concessa, ma non lo concedo più. Andiamo. Una tua litografia, al Louvre o al Metropolitan?

AT: Una mia litografia?

PF: Esatto, una litografia fatta da Lithos.

AT: Al Louvre.

PF: Una collaborazione impossibile. La faresti con Dalì o con Miró?

AT: Con Miró.

PF: Un’altra collaborazione impossibile. Con Italo Calvino o con Giovanni Pascoli?

AT: Italo Calvino.

PF: Una sera a cena. Con Marina Abramović o con Miuccia Prada?

AT: Con Marina Abramović.

PF: Una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. Con chi la faresti? Con Maurizio Cattelan o con Jeff Koons?

AT: Davanti a un bicchiere di vino? Con Cattelan.

PF: Le litografie più esemplari da cui imparare, per te vengono dal nord Europa o dall’estremo oriente?

AT: Da entrambi.

PF: Stai argomentando, spiegami.

AT: Ci sono autori come Hokusai, ad esempio, che mi piace tantissimo, mi ricordo di aver visto una bellissima mostra anni fa a Milano a Palazzo Reale, se non ricordo male. E poi mi hai detto al nord.

PF: Sì, nord Europa.

AT: Beh, le litografie di Munch per me sono bellissime, anzi mi sarebbe piaciuto conoscerlo e poter realizzare qualcosa con lui.

PF: Bellissimo. È più bella la carta o è più bella la pietra?

AT: Tutte e due.

PF: Quindi qua passiamo su questa. Grande formato o piccolo formato?

AT: Piccolo.

PF: Cinque copie o cento copie?

AT: Cinque copie.

PF: Quindi proprio piccolo, tiratura limitata, è quella la passione, ho capito. Ultima domanda della raffica: arte o design?

AT: Convivono, non riesco a dare una… è l’approccio che conta, sono due modalità così vicine, non lo so.

PF: Certo. Bene, fatta la raffica, non è stato difficile.

AT: Volevo dire anche un libro che sto leggendo, che sto rileggendo, che l’ho preparato.

PF: Aspetta. Certo che l’hai preparato. Non anticiparmi le domande, aspetta, era l’ultima della raffica, non l’ultima del podcast. L’ultima domanda del podcast, quella che faccio a tutti gli ospiti e che tutti gli ospiti si aspettano. Un libro per te importante che dovremmo leggere anche noi.

AT: Beh, uno… sono due libri che voglio proporti. “La lingua salvata” di Elias Canetti, che sto rileggendo in questi ultimi giorni, e poi, oggi è il compleanno di Ettore Sottsass, “Scritto di notte”, che è bellissimo.

PF: È vero, è vero, è vero, perché oggi è il 14 settembre, la puntata uscirà il 16, ma stiamo registrando il 14 di settembre ed è proprio il compleanno di Ettore Sottsass. Bene, grazie Alfredo.

AT: Grazie a te Paolo.

PF: E grazie Daniela anche.

DC: Grazie a te.

PF: Grazie, grazie.

 

 

 

Puntata registrata a Como il 14 settembre 2026 e pubblicata il 16 settembre 2026.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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