Parola Progetto About
STAGIONE 7 — EP. 11

Carlo Urbinati: la luce è spazio di emozioni e pensiero

03/2025 — 39:10
Con questo episodio prende il via una serie di tre puntate speciali di Parola Progetto, realizzate in collaborazione con Salone del Mobile.Milano e interamente dedicate alla cultura della luce.
Il primo ospite è Carlo Urbinati, presidente di Foscarini e di Assoluce.

Parliamo con lui di design della luce, di imprenditoria, di emozioni e cervello, ma anche di quello che ci aspetta nella prossima edizione di Euroluce.

I link dell’episodio:

– Il programma di “Light for Life. Light for Spaces, The Euroluce International Lighting Forum” https://www.salonemilano.it/it/euroluce-international-lighting-forum

– Come visitare “Mother” di Bob Wilson al Museo Pietà Rondanini del Castello Sforzesco di Milano https://www.salonemilano.it/it/articoli/preview-salone-del-mobile-2025-robert-wilson-illumina-la-pieta-rondanini-di-michelangelo

– Il libro di Carlo M. Cipolla “Allegro ma non troppo” https://it.wikipedia.org/wiki/Allegro_ma_non_troppo_(saggio)

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto.

Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.

Ed eccoci qua.

Con questa puntata inizia una serie speciale di tre episodi di Parola Progetto, dedicati alla cultura della luce e realizzati in collaborazione con il Salone del Mobile Milano e con Euroluce. Per il primo appuntamento oggi siamo a Marcon, in provincia di Venezia, e qui di fronte a me c’è Carlo Urbinati, presidente di Foscarini e di Assoluce. Nato a Genova, con studi di architettura a Roma, arriva in Venezia nel 1981 per lavorare con una giovane azienda di Murano, Foscarini. In poco tempo ne diventa socio e responsabile dello sviluppo. Con il collega Alessandro Vecchiato disegna e sviluppa la prima linea di lampade destinate alla produzione in serie, portando l’azienda dal puro artigianato verso il design. Nel 98 con Vecchiato rileva la maggioranza delle azioni di Foscarini e ne diventa presidente, avviando una realtà unica nel suo genere. Un’azienda senza fabbrica, capace di sperimentare con ogni tipo di materiale e tecnologia, grazie anche alla collaborazione con designer, alcuni già noti, altri che lo diventeranno anche grazie a lui. Oggi Carlo è socio unico di Foscarini e dal 2017 fa parte del Consiglio di Assoluce, di cui è presidente dal 2020. Parleremo con lui di design della luce, di imprenditoria, ma anche di quello che ci aspetta nella prossima edizione di Euroluce.

Ciao Carlo, benvenuto a Parola Progetto.

CU: Ciao Paolo, grazie.

PF: Partiamo dall’ultima cosa che ho detto nell’introduzione, Euroluce. In particolare, mi vorrei soffermare sull’International Lighting Forum intitolato “Light for Life, Light for Spaces”. Si terrà il 10 e 11 aprile in fiera, ci saranno oltre 20 relatori internazionali tra lighting designer, architetti, artisti, scenografi, scienziati, antropologi, astronomi e anche psicologi. Di che cosa si parlerà e soprattutto per quale motivo avete voluto questa iniziativa?

CU: Ecco, parto dal motivo, dalle motivazioni perché sono quelle che hanno le radici più profonde. In piena pandemia nel 2020, con il mio consiglio di Assoluce, ci siamo dedicati parecchio a cercare di comprendere perché non fossimo più particolarmente soddisfatti dei risultati di Euroluce. [Volevamo] quindi cercare di analizzare che cosa fosse necessario suggerire al Salone [del Mobile] per riportare Euroluce in una chiave più interessante per noi espositori. È emerso abbastanza rapidamente che Euroluce era rimasta abbastanza attaccata alla sua radice di nascita. Quando il Salone ha aperto alla luce, il Salone convogliava tutto quello che poi abbiamo chiamato design e in particolare attirava gli architetti. Nel tempo però, e non solo per la disintermediazione ma piuttosto per la specializzazione, il mondo della luce ha conosciuto uno sviluppo incredibile. Ci siamo accorti che questa divisione ha creato uno scarso interesse da parte di chi si stava specializzando sempre più sulla luce, compresa la parte più squisitamente tecnica, più di sviluppo, più di impianti. Invece Euroluce, essendo più ancillare rispetto al Salone, continuava a proporre una visione legata alla bellezza, al design, agli oggetti, al complemento. Questa cosa ha disassociato i nostri interlocutori privilegiati, che sono coloro che progettano la luce, che si riconoscevano man mano sempre con più difficoltà in quello che veniva proposto. Non era sufficiente e non era sufficiente per giustificare un investimento di tempo e anche di denaro per venire a visitare la luce.

Partiti da questo assunto ci siamo resi anche conto che occorreva evolvere un pochino o suggerire quantomeno un’evoluzione della visione del Salone stesso. Il Salone è nato ed è sempre stata un’organizzazione destinata a vendere degli spazi, detta prosaicamente, ma occorre evolvere questa visione cercando di andare a caccia del visitatore corretto, del visitatore interessante. È il visitatore ormai che fa la differenza nella qualità dell’esperienza della fiera; quindi, abbiamo promosso questo spostamento del baricentro dall’espositore al visitatore. Questo ci ha portato nel 2023, [quando] Maria Porro principalmente ha compreso al volo di che cosa stessimo parlando e probabilmente ha anche compreso che questa esperienza avrebbe potuto arricchire anche le necessità del Salone in sé. L’edizione del ‘23 è stata densa di novità: abbiamo avuto un layout che per la prima volta ha abbandonato il classico cardo e decumano, si è aperto con un disegno complesso da costruire ma molto ricco dal punto di vista della visione del singolo. Adesso non voglio spendere delle cose eccessive, ma siamo all’umanesimo che mette l’uomo al centro; quindi, [mette al centro] la visione del singolo spettatore, del singolo visitatore che dal suo punto di vista era in grado di capire più o meno che cosa gli si stava parando davanti, farsi attrarre da uno piuttosto da un altro, scegliere il proprio percorso. Invece, nell’esperienza precedente, la griglia classica ogni tanto porta alla frustrazione, perché ti ricordi di aver visto qualche cosa di interessante mentre stai camminando con qualcuno che non ti ricordi più chi sia e tantomeno ti ricordi dove fosse quella cosa interessante e quindi ti rimane un sogno.

PF: E tutti abbiamo vissuto questa esperienza da vero e proprio labirinto in queste fiere sterminate.

CU: Anche perché poi alla fine giustamente tutti proponiamo uno stesso tipo di produzione, quindi, diventa difficile [orientarsi], non ci sono degli highlights in un certo angolo del padiglione che ti dicono “era vicino a quella cosa strana”: Fanno tutti luce, bene o male. Non è facile.

PF: Quindi in sostanza avrà una forma più simile a quella di una piazza o di un borgo all’interno del quale muoversi con maggiori punti di riferimento. E soprattutto i visitatori di Euroluce quest’anno non avranno solo la possibilità di vedere dei bellissimi prodotti ma anche di ascoltare delle idee, giusto? E questo è un po’ l’intento?

CU: Appunto l’evoluzione nel 2025 del concetto [è quella di] veramente spingere la partenza di cui ho raccontato prima, e cioè attrarre i visitatori interessanti per gli espositori di Euroluce, [visitatori] che sono i decisori nel mondo degli impianti. I decisori sono i lighting designer ma anche gli architetti, ma anche stiamo cercando di riuscire a coinvolgere, per esempio, fra i decisori, i committenti importanti come le sovrintendenze alle belle arti, che devono illuminare i loro monumenti o monumenti che hanno in carico. Devono essere coinvolti in quello che sarà il forum dedicato a far crescere la cultura della luce, ma in particolare la coscienza della luce.

PF: Sì, bello. Invito tutte le persone che ci stanno ascoltando a dare un’occhiata al programma di quello che succederà il 10 e l’11 aprile: sarà nelle note del podcast e il programma è veramente incredibile, ce n’è un po’ per tutti. È, quasi mi viene da dire, una sorta di micro-festival più che un convegno.

CU: Sì, noi non possiamo non considerare la luce la nostra musa, quindi le dedichiamo il massimo dell’attenzione. Poi abbiamo anche una necessità, cioè il mondo della luce è molto frammentato: si va dal massimo della poesia, senza nulla togliere a coloro che fanno i pali per l’illuminazione stradale. Quindi, dentro c’è tutto il mondo della luce.

Se ci fossimo messi, come Euroluce, che vuole attrarre ed essere la casa di tutti quelli che sono coinvolti, sia da una parte che dall’altra, sia dall’industria che da chi decide con cosa realizzare i propri lavori, e se ci fossimo dedicati a un trasferimento tecnologico, a un aggiornamento tecnologico, questo è un compito che riteniamo sia più specifico delle aziende, che sono lì per questo: per presentare su cosa stanno lavorando, quali sono i risultati che hanno raggiunto, quali sono le cose importanti che, secondo loro, i professionisti devono conoscere per poterle usare, e compagnia bella. Deve essere assolutamente un contenuto super partes e, quindi, al di là dell’aspirazione, parlare della cultura della luce è un modo per parlare di una cosa che coinvolge tutti indistintamente. Per promuovere la cultura della luce, per spingere avanti quello che ci serve di più come mondo della luce, noi abbiamo bisogno di una maggiore coscienza.

La luce, purtroppo, arriva sempre troppo tardi. A un certo punto, nel progetto si dice: “Devo mettere qualche cosa perché faccio la luce.” E questa è una cosa che danneggia l’aspetto più inconscio del visitatore o di colui che vive in un ambiente, sia esso un ufficio, una casa, una stazione ferroviaria, un museo.

E cioè il modo in cui chi ha fatto l’impianto di luce ti sta facendo percepire quello spazio. È una cosa su cui c’è una coscienza che va migliorata. Certo. Perché spesso si è guidati o ci si fa portare un po’ troppo per la giacchetta dalle quantità.

Per legge, determinate superfici devono essere illuminate con una certa quantità di luce, ma la legge non stabilisce quale sia la qualità della luce. Quello che ci piacerebbe che succedesse a coloro che hanno partecipato alle nostre riunioni del forum, che speriamo siano professionisti dotatissimi, è di sorprenderli e di fargli unire dei puntini che sono lì, nelle loro esperienze, ma che aspettano una spinta per poter essere connessi con qualcos’altro e quindi avanzare.

PF: Che è anche la scusa perfetta per fare una pausa sensata e di approfondimento, anche nel delirio che è quella settimana, per cui può essere un momento per sedersi ma anche per ragionare, eventualmente anche per discutere. Sono sicuro che, dallo psicologo all’antropologo all’astronomo, insomma, tutti si porteranno a casa qualcosa di nuovo.

CU: Hai detto una parola chiave per me. Le pause erano il primo step che abbiamo realizzato col Salone nel 2023: c’erano delle pause che servivano proprio per ricaricarsi, perché obiettivamente visitare il Salone del Mobile, che è una fiera immensa—immensa come dimensioni, ma anche come salti logici—è molto impegnativo fisicamente, ma anche per la mente. Alla fine, vedi tutto uguale.

E quindi eravamo passati a proporre una serie di pause in cui c’erano delle opere d’arte, c’erano delle ipotesi, c’erano anche lì delle proposte di cose messe insieme intorno al mondo della lampadina nell’Euroluce del 2023, che servivano per dire: fai una pausa, ricaricati. Se entri nella mentalità che ti stiamo proponendo, ti sollecitiamo a portarti a casa qualche cosa di quello che ti proponiamo, e poi ricomincia la tua vita. Il forum è l’evoluzione da questo punto di vista.

PF: In questa ottica, vorrei anche ricordare altre due grandi installazioni che ci saranno in fiera. Una è dell’architetto francese Pierre-Yves Rochon, si chiama “Villa Heritage”, un progetto di interni un po’ sperimentale che sarà nei padiglioni 13 e 15. Invece, all’ingresso dei padiglioni 22 e 24 ci sarà “La dolce attesa”, un’installazione di Paolo Sorrentino, che è dedicata a questo sentimento che durante la settimana del design proviamo poco: l’attesa. Quindi, la trovo una piacevole provocazione.

CU: Ma se vuoi serve proprio per staccare, no?

PF: Certo.

CU: Cioè in un momento in cui corri dietro a tante cose, alle immagini, alle persone, alle sensazioni, qualcuno che ti parla di attesa è uno stato logico che serve per staccare.

PF: Inoltre, ci sarà anche un evento che personalmente non vedo l’ora di vedere in città. Parliamo di “Mother”, che è una mostra-installazione di Robert Wilson con musica di Arvo Pärt, che si terrà al Castello Sforzesco, in particolare nel Museo della Pietà Rondanini. Per cui, la Pietà Rondanini vivrà di questa esperienza veramente bellissima. Inaugura il 4 aprile, e anche qui, nelle note del podcast, metteremo tutti i link necessari. Ci saranno dei giorni con ingresso gratuito in occasione della Milano Art Week. Sarà aperta fino al 18 maggio, per cui ci sarà tanto tempo per andarla a vedere. È necessario prenotarsi, perché bisogna entrare per scaglioni, in modo da godersi tutta l’installazione.

Carlo, ci puoi raccontare qualcosa in anteprima?

CU: Prima di tutto, ritengo che questo sia un regalo che il Salone e Maria Porro fanno alla città: un regalo di essere andati a convincere Bob Wilson a impegnarsi in questa cosa. Bob Wilson è un artista che ha lavorato spessissimo con la luce ed è un grande scenografo. La somma delle due cose mi aspetto che sia qualcosa di assolutamente da ricordare.

Da quello che ho sentito, che ho sentito raccontare, che ha detto Bob Wilson, ho visto delle fotografie di lui che è andato a vederla di nuovo e ha cercato di cogliere cosa doveva sottolineare. È proprio questo: credo che lui lavorerà per creare della profondità, cosa in cui è un mago con la luce, e credo che cercherà di allontanare il punto di vista del visitatore perché lo possa vedere come un gruppo intero. Credo… mi sono fatto questa idea, sono molto curioso di vedere come verrà fuori e, guarda caso, è esattamente quello che stavo dicendo prima. Con la luce si interpretano non solo, in questo caso, le sculture, ma anche le facciate. Ho citato prima la necessità che anche nelle sovrintendenze si migliori la percezione dell’importanza della luce, perché le facciate sono come degli spartiti. Lo spartito è uguale per tutti, ma se tu senti lo stesso spartito interpretato da un direttore d’orchestra o da un altro, vengono fuori delle cose che non avevi sentito: sottolineature, chiaroscuri, e compagnia bella.

È la stessa cosa. E, in questo senso, questa esperienza che Bob Wilson ci farà vivere è esattamente il suo modo di farci vivere una statua che conosciamo da centinaia d’anni.

PF: A proposito di luce, mi piacerebbe soffermarmi un attimo a parlare di tecnologia. Sappiamo che tutti gli strumenti di illuminazione vanno sempre, comunque, di pari passo con le tecnologie. Penso a una cosa su tutte: l’introduzione dei LED, che hanno letteralmente trasformato tutto il settore. Tu vedi all’orizzonte una tecnologia che potrà portare a un cambiamento altrettanto radicale? Qualcosa che influirà sull’industria, dalla progettazione fino all’uso?

CU: Non sono la persona più adatta per sapere che cosa bolle in pentola nella tecnologia e devo anche sottolineare che noi diamo per scontato, in Europa, che i LED siano l’unica fonte che ci è concesso di usare. Ma negli altri continenti esistono ancora le lampadine a incandescenza. Quindi, ce n’è di strada da fare.

Hai detto bene: per noi è stato un cambio paradigmatico faticosissimo come imprese, perché siamo stati spinti ad abbandonare il mondo dell’elettricità e a trovarci a operare nel mondo dell’elettronica. E non è solo un gioco di parole: vuol dire cambiare completamente i ritmi, le aspettative, le abitudini.

Rodolfo Dordoni diceva: “Io parto dal tondo quando disegno una lampada, io sono lì che telefono e con la penna faccio dei giri e poi viene fuori una lampada. Perché faccio dei giri? Perché la lampadina a incandescenza illuminava a 360 gradi, il LED illumina solo da una parte”. Quindi già qua siamo messi proprio male. Tant’è vero che le lampadine che adesso riproducono l’effetto di una vecchia lampadina sono picchiettate di piccoli LED più o meno a 360 gradi per riprodurre quell’effetto.

Quindi, per noi è stato un cambiamento altro che sostanziale. È anche vero che, però, la tecnologia ci consente alcune cose molto interessanti, molte realizzazioni che sarebbero state assolutamente impensabili disegnando con la penna a casa mentre sei al telefono. Adesso sono consentite perché la miniaturizzazione della fonte luminosa permette di nasconderla o di posizionarla dove vuoi. Consente di lavorarci poi sopra con degli ammennicoli, che sono le lenti, che una volta non avevamo molta opportunità di usare ma che ora ci consentono di illuminare e far andare la luce dove vogliamo.

Quindi, come progettisti, ci si sono ridotte certe possibilità, ma se ne sono aperte tantissime altre. Come industria, abbiamo realizzato un risparmio energetico formidabile, perché grazie all’elettronica, non solo alle fonti luminose, siamo in grado di calcolare che, in teoria, un impianto progettato oggi potrebbe raggiungere addirittura un risparmio del 50% rispetto allo stesso tipo di illuminamento ottenuto con le tecnologie di 15 anni fa.

PF: Hai citato i mercati internazionali. Recentemente mi è capitato di parlare con diversi imprenditori della luce, di avere a che fare con diverse aziende dell’illuminazione e mi si è aperto un mondo, nel senso che ho scoperto tutte le leggi legate al mondo della luce, che possono essere un ostacolo non da poco. Parlo di certificazioni sulla sicurezza, consumi, materiali, rifiuti, compatibilità elettromagnetica, efficienza energetica, che cambiano da continente a continente, ma anche da paese a paese. Cioè, una bella matassa da sbrogliare. Qual è, secondo te, il modo giusto per affrontare questo tipo di regolamentazioni, queste limitazioni a livello internazionale?

CU: Il modo giusto è farsene una ragione e lavorarci, perché non abbiamo tante alternative. C’è da dire che, finché si parla di sicurezza, noi siamo i primi a essere interessati. Finché si parla di prove di laboratorio che ci garantiscano, che ci fanno stare tranquilli, che stiamo facendo qualcosa che non solo sarà sicuro, ma sarà sicuro nel tempo. Perché le lampade, ormai, sono spesso un bene durevole. Quante volte nella vita si cambiano le lampade a casa? A meno che tu non cambi completamente vita o completamente casa, è molto difficile. Quindi, è un bene durevole. Di conseguenza, la sicurezza non deve essere garantita solo al momento dell’installazione, ma anche nel tempo.

Ti aggiungo una cosa a quello che hai detto tu, che è tutto giustissimo: c’è anche la prova di rigidità dielettrica, che io, avendo fatto architettura, ignoravo completamente. Ma è una prova che noi, per esempio, effettuiamo su tutti i nostri apparecchi—e credo che sia abbastanza normale—che serve per garantire che, nel tempo, il decadimento delle qualità dei materiali, in particolare le coperture dei cavi e certe connessioni, non diventi troppo povera e non crei possibili insicurezze. Quindi, lo proiettiamo anche nel tempo, e fino a lì noi siamo interessati.

Altra cosa, invece, è quando ci troviamo davanti a barriere non doganali, come spesso, purtroppo, sono le certificazioni dei singoli paesi, che impongono determinate prove e determinati costi. Quindi, c’è una soglia di ingresso per ogni paese, che a volte è molto alta. Questo è particolarmente pesante per l’industria italiana, che è fatta principalmente di piccole e piccolissime imprese, che proprio per questo riescono a essere particolarmente creative e propositive e si accontentano di quello che riescono a portare a casa. Ma, siccome per noi esportare è un obbligo—perché, altrimenti, con il mercato solo italiano non staremmo in piedi—tant’è vero che la nostra media è l’80% di esportazioni di prodotti italiani di illuminazione, diventa per un’impresa piccola un impegno veramente pesante confrontarsi con le richieste di certificazione di praticamente ogni paese che abbiamo come target.

PF: Al di là della luce, allarghiamo un po’ il discorso al design in generale. Come sta evolvendo, secondo te, il rapporto tra il design italiano e i mercati internazionali? Abbiamo ancora in Italia una centralità o gli equilibri si stanno un po’ ridistribuendo?

CU: Questa è una domanda molto delicata e ti rispondo più volentieri a livello personale, basandomi sull’idea che mi sono fatto io. Ti dirò una cosa che, con qualche amico con cui ho condiviso, non ha avuto reazioni molto positive—niente di grave, ma insomma.

Parto da un assunto: per me il design, per la mia esperienza, per quello che ho visto succedere in questi anni, in tanti anni, è il fratello piccolo delle arti visive. È il fratello piccolo nel senso che si nutre di tutto quello che succede in alto, dove l’arte ha come scopo quello di essere inutile. Un’arte utile non è più arte, quindi l’arte ha un altro scopo: suscitare pensieri, emozioni, anche negative magari, ma comunque ha un altro scopo. Però esplora modi di accostare materiali, cose, volumi, colori, e da lì poi si comincia a discendere nel mondo delle arti visive fino al design, che si nutre di queste cose ma deve fare i conti anche con una funzione. Cioè, deve avere una funzione: è un modo per vestire una funzione, per interpretarla, per dare un senso alla funzione. Per me, fare design vuol dire dare un senso alle cose, ai segni. Perché l’hai fatto così e non l’hai fatto colì? C’è chi segue di più la mano dell’utilizzatore, chi privilegia il colpo d’occhio dell’oggetto, ma è sempre un dare un senso a quello che viene fatto.

Se tutto questo è vero come assunto, allora stiamo parlando del design come un risultato, un precipitato di una serie di questioni che affondano le radici nella cultura. E la cultura non è comparabile: non esiste che la cultura italiana sia meglio della cultura di—metti tu il paese. Per cui, se è vero tutto questo, io rispetto il design di qualsiasi parte del mondo. Ho trovato oggetti antichi africani che sono meravigliosi. E poi ho scoperto che molti degli espressionisti avevano in casa una collezione di arte africana da cui hanno ampiamente attinto per le loro ispirazioni.

Possiamo dire che il design italiano è migliore del design scandinavo? È diverso. Perché affonda in valori culturali diversi. La luce scandinava è totalmente diversa dalla nostra. Noi, in Italia, abbiamo un’esposizione al sole non solo quantitativamente maggiore, ma è un sole diverso. La luce che c’è in Italia è diversa rispetto a quella che c’è in Scandinavia. La luce in Scandinavia ha anche un “bentornato a casa” come spirito. Perché se l’hai fatta franca fuori, con quello che c’è, sei tornato a casa: bravo, adesso ti metti qui, bello tranquillo, che ti facciamo caldo noi. E te lo facciamo con la luce. L’usanza di mettere le lampade alla finestra, che esiste in Scandinavia, esiste solo lì.

Vogliamo dire che il design italiano è migliore del design giapponese? È diverso. La cultura giapponese è diversa, grazie a Dio. Se no, sai che noia se fossimo tutti uguali.

Noi abbiamo la fortuna che il design italiano, derivando da una grandissima capacità artigianale molto diffusa, fatta di microaziende, in cui l’orgoglio dell’individualismo italiano—che in questo caso è positivo—ha fatto sviluppare delle bravure inenarrabili, capaci di realizzare cose straordinarie, che aspettano solo che qualcuno le metta insieme. Che arrivi il designer come Deus ex Machina, che sintetizza certe capacità e certe possibilità e le fa diventare una cosa eccezionale. Questo ha fatto sì che il designer italiano probabilmente parli una lingua più facile da accettare in un mondo molto più vasto rispetto a culture più difficili da comprendere, come quella giapponese.

PF: A proposito di futuro, come accenderemo la luce tra 25 anni?

CU: È la seconda volta che mi susciti un ricordo. Come Assoluce, noi facciamo parte del gruppo europeo che raccoglie tutte le associazioni di produttori europei, basato a Bruxelles. Siamo interessati a capire che cosa succede da quelle parti e stiamo facendo un bellissimo lavoro anche sulla cultura della luce.

Abbiamo fatto una serie di incontri in cui qualcuno di noi, che al tempo era anche il nostro presidente, ci ha scioccato. Stavamo chiedendoci: nel 2035 che cosa ci sarà? 2035, quindi, non all’infinito. E lui, volutamente, disse: “Se andiamo avanti con intelligenza artificiale e computer quantistici, prima o poi qualcuno ci installerà dei chip sottopelle. Avete presente i robot che saldano e che montano le automobili? Non hanno bisogno di luce.” E questa cosa è scioccante, perché nella tua domanda si dà per scontato che la luce servirà. Io mi auguro di sì, ma non solo come persona interessata: proprio come essere umano preferisco vedere la luce. Però, obiettivamente, potrebbe anche succedere che domani, come i computer stanno perfettamente nello spazio e come si stanno evolvendo, la luce non sia più necessaria. Io ho obiettato: “Sì, ma i computer non hanno emozioni. I computer non hanno quella parte del cervello che vive solo di emozioni. Quindi, grazie a Dio, la luce ci servirà.”

Per venire al punto, non lo so come si accenderà. Potrebbe esserci l’Hi-Fi di cui si parla da tanto tempo, ma che per qualche motivo—che non escludo possa essere anche commerciale—è incantonato da qualche parte. Non se ne parla molto.

PF: Secondo te, esiste un settore, un ambito di vita in cui la luce è fondamentale ma che non è ancora stato studiato o progettato con la dovuta attenzione? C’è un ambito nel quale il lighting design ha tanto da dire, ma ancora non l’ha fatto?

CU: Mi viene da dire tutti. Mi viene da dire tutti perché, dovunque ti giri, a me capita questa deformazione professionale: entro in un posto e dico: “Ma come fanno a stare con questa luce così brutta?” Ma non brutta perché non si vede, ma perché è brutta. Perché è fredda, perché non è accogliente magari, perché è distribuita male.

PF: Perché la frequenza è terribile.

CU: Perché la frequenza è terribile. Per tanti motivi. Quindi, mi viene da dire tutti, ma ci sono ambiti particolari in cui davvero potremmo fare molto.

Stiamo tornando sul tema del Forum: questo è quello che vorremmo suscitare con il forum. La luce dovrebbe venire prima. La luce non è una commodity, un qualcosa che ti serve perché, altrimenti, sbatti. La luce definisce l’atmosfera nell’ambiente in cui ti trovi a vivere e, quindi, chi fa un impianto di luce sta decidendo come vivranno le persone che ci sono lì dentro. Non è un compito da poco.

Per fare un esempio ancora più forte, ho assistito in un congresso alla presentazione di un lavoro molto interessante dedicato alle donne. Perché io ricordo che, all’università, feci un esame che lì per lì mi lasciò un po’ perplesso, ma a cui poi finisco sempre per fare riferimento. Si chiamava “Geografia urbana” e consisteva nello studiare come, nell’urbanesimo, quando si fa un progetto urbanistico, si sta di fatto stabilendo come la gente si muoverà in quel contesto. Un esempio pratico: se c’è un semaforo in un punto sempre affollato, tu mentalmente cerchi di evitarlo. A Venezia, se in fondo alla calle c’è un ponte, ci vai; se sai che non c’è un ponte, mentalmente la tua mappa ti porta da un’altra parte. Questo succede purtroppo anche per le donne nelle città moderne, perché non c’è abbastanza luce. Riuscire a riappropriarsi dell’interezza della città, far diventare alcuni luoghi spazi di incontro e di scambio, non solo sicuri, ma anche piacevoli, è fondamentale. Luoghi in cui le donne non solo si sentano sicure, ma decidano di darsi appuntamento. E tutto questo dipende dalla luce.

PF: Una frase che hai detto in un’intervista recente mi ha molto colpito. Hai detto: “Vorremmo che la luce riuscisse a diventare il posto dove si creano i pensieri.” Sono due cose: la luce che è un posto—io la trovo una cosa bellissima, si ricollega un po’ a quello che dicevi sugli spazi—e poi un luogo dove si creano i pensieri. Mi racconti bene cosa intendevi con questa frase?

CU: Mi ricollego a quello che dicevo prima. Noi che abbiamo la fortuna di vederci—perché, per chi ha fatto l’esperienza delle cene al buio, mettendosi nei panni di chi purtroppo non ci vede, è una cosa assolutamente scioccante—l’80% delle informazioni che acquisiamo sono visive. Queste informazioni viaggiano su un’onda luminosa, cioè quella parte del cervello che citavo prima, che vive solo di emozioni e non ha linguaggio. Ed è proprio questo che mi dà la speranza—da ignorante—che l’intelligenza artificiale non sia ancora pericolosa: perché ha bisogno di un linguaggio. L’intelligenza artificiale ne ha bisogno, mentre il nostro cervello ha una parte che non ha bisogno del linguaggio: quella delle emozioni. Quelle cose lì sono quelle che ti fanno accendere una sensazione. È scientifico che i nostri ricordi più profondi, legati a momenti che ci hanno colpito, ci fanno ricordare esattamente che odore c’era in quel momento, non solo che luce. Quindi, quando sei esposto a un certo tipo di luce, ti ricordi che quello stesso tipo di luce l’hai vissuto in un’esperienza incisa sulla tua corteccia cerebrale. E da lì possono partire delle associazioni che ti spiazzano completamente, che ti fanno sintetizzare cose che devono essere già in bollitura, ma che hanno bisogno di chiudersi.

PF: Carlo, è arrivato il momento della raffica! Allora, ti ricordo le regole: sono dieci domande, solo risposte secche. Hai due bonus: una possibilità di passare e una possibilità di argomentare, per cui giocateli bene.

CU: Sì, non so cosa aspettarmi comunque…

PF: Lo scopriremo molto presto! Allora, partiamo. Per staccare la spina: Cinema o teatro?

CU: Teatro.

PF: Per la prossima vacanza: Italia o Estremo Oriente?

CU: Direi Italia.

PF: Per raccontare il design: foto o video?

CU: Progetti.

PF: Stai argomentando. Spiega, spiega.

CU: Io non so se si insegna ancora così, ma quando studiavo architettura mi facevano ridisegnare le piante. È il modo migliore per conoscere i progetti. Se tu vedi solo l’effetto finito, lo godi come spettatore, ma non lo capisci. Non sai quali sono le difficoltà che sono state affrontate e come sono state risolte. Dopodiché, lo apprezzi molto di più.

PF: La tua casa ideale: piena di luce o piena di ombre?

CU: La mia casa ideale è piena di ombre.

PF: Per leggere un libro led o lampadine a filamento?

CU: Sono fuori legge…

PF: Quindi led, il problema non si pone. Per una cena romantica luce elettrica o lume di candela?

CU: No, il lume di candela non mi piace.

PF: Il progetto di illuminazione ideale per te, come imprenditore e progettista: progettare un museo o un’abitazione privata?

CU: L’abitazione privata.

PF: La luce naturale migliore per una casa? Quella dell’alba o quella del tramonto?

CU: Tutte e due.

PF: Quindi passi?

CU: No, non passo, non riesco a trovare uno meglio dell’altro. Il bello è che l’unica luce che si muove è il sole, le altre sono fisse da 120 anni in questa parte.

PF: La luce più bella: il sole o la luna?

CU: Il sole.

PF: Vetro soffiato o materiali high tech? Hai ancora il passo.

CU: Potrei dire entrambi, ma i materiali sono una risposta a un problema progettuale. Quindi, dipende qual è il problema progettuale.

PF: Bene, fatto, finita la raffica. Allora, la domanda finale del podcast: consigliaci un libro, uno solo, per te importante che dovremmo leggere anche noi.

CU: Io regalo spesso, a persone che magari ho conosciuto da poco e con cui sono interessato a instaurare una relazione di scambio, un libro di Carlo Cipolla che si chiama “Allegro ma non troppo”. Uno dei due pezzi—è un libricino—è dedicato alle leggi della stupidità umana. Carlo Cipolla era un grande storico che si è occupato della vita di tutti i giorni, principalmente dell’impatto di certi scambi e di certe usanze nella quotidianità dell’antichità. Quando si è ritirato, si è dedicato a scrivere questa piccolissima cosa, in cui—mi sembra—le leggi della stupidità siano quattro. Sono un punto di partenza interessante quando si incontrano gruppi di persone o individui di cui, alla fine, ti chiedi: “Questo da che parte sta?” E ti aiuta.

Non è per etichettare qualcuno come stupido—ogni tanto capita a tutti di essere lo stupido di turno. Però credo che sia un bagno di saggezza utile per tante cose.

PF: Carlo grazie.

CU: Grazie a te.

 

 

 

Puntata registrata a Marcon (Venezia) il 12 marzo 2025 e pubblicata il 15 marzo 2025.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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