Parola Progetto About
STAGIONE 5 — EP. 5

Federico Pepe: arte, comunicazione, design e la dittatura della creatività

03/2023 — 33:05

Oggi parliamo di arte, comunicazione e design con Federico Pepe.
Federico è un comunicatore, un artista, un designer, un direttore creativo, un editore e un gallerista. Insomma, uno di quelli che si fanno in quattro per seguire il proprio sogno progettuale, qualsiasi forma esso prenda.
Il suo volto pubblico si concretizza con le apparizioni di Le Dictateur, una realtà multiforme che proclama la “dittatura della creatività”, uno spazio libero che ha preso il via come progetto editoriale e che ora è anche la sua agenzia creativa.
Con lui parliamo di come costruire spazi di arte libera, di comunicazione come lotta, della necessità di far pace con le proprie radici per avere uno sguardo universale.

I link dell’episodio:

– Il sito di Le Dictateur Studio https://www.ledictateurstudio.com/

– Il libro “Piccolo trattato di tecnica pittorica” di Giorgio De Chirico https://www.lafeltrinelli.it/piccolo-trattato-di-tecnica-pittorica-libro-giorgio-de-chirico/e/9788884167712

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola. Ed eccoci qua.

Oggi parliamo di arte e comunicazione con Federico Pepe. Federico è un comunicatore, un artista, un designer, un direttore creativo, un editore e un gallerista. Insomma, uno di quelli che si fanno in quattro per seguire il proprio sogno progettuale, qualsiasi forma esso prenda.

Ci siamo incontrati per la prima volta nel 2014. Oltre a portare avanti la sua attività artistica editoriale, in quegli anni lavorava in veste di direttore creativo esecutivo dell’agenzia pubblicitaria DLV BBDO. L’introduzione da parte di un amico comune aveva portato a organizzare una visita pomeridiana alla mostra “I am wasting my time”, presso la storica sede di Le Dictateur di Via Nino Bixio 47.

Dopo qualche incontro mi è concessa un’intervista, base per un articolo che di lì a poco sarebbe stato pubblicato su Cool Hunting. E piano piano siamo diventati amici. Quindi metto le mani avanti e dichiaro che ogni cosa che dirò, ogni domanda che farò, è prima di tutto guidata da un affetto profondo.

Tra cene, bevute, chiacchiere, fine settimana in montagna e visite in studio, ho osservato il lavoro di Federico evolversi per quasi dieci anni e le sorprese sono continue. Il suo volto pubblico si concretizza con le apparizioni di Le Dictateur, una realtà multiforme che proclama la dittatura della creatività, uno spazio libero che ha preso il via come progetto editoriale e che ora è anche la sua agenzia creativa. Giusto per capire la portata del suo raggio d’azione, negli anni Federico ha lavorato per aziende quali Alessi, Lamborghini, Prada, Seletti, Luxottica, Mediobanca, W Hotel, Frette, giusto per citarne uno per settore.

E in varie forme Le Dictateur è stato protagonista di azioni al Palais de Tokyo, alla Tate Modern, a Palazzo Grassi, eccetera. Ciao Federico, benvenuto a Parola Progetto. 

FP: Grazie, ciao Paolo.

PF: Allora, qualche anno fa il nostro amico comune Umberto, tuo compagno di scuola, tuo compagno di studi e mio compare di blog, parliamo di qualche tempo fa, mi diceva: ma come, non conosci Federico Pepe? Io no, non lo conosco. Se non stabilisce il contatto, ci incontriamo prima in agenzia, poi la galleria, dove era in corso la tua mostra “I am wasting my time”, per cui vorrei partire proprio da questa cosa qua. Era il 2014, che mostra era e come è nata? Perché stavi perdendo tempo?

FP: Prima di tutto vorrei specificare che l’amico Umberto non è stato solo un compagno di classe, ma è stato il primo copywriter col quale io ho lavorato all’agenzia McCann Erickson. Abbiamo proprio cominciato insieme. Come nasce nel 2014 “I am wasting my time”? Stavo attraversando quello che secondo me era un periodo non molto produttivo, proficuo, perlomeno mi agitavo tanto, facevo, brigavo, ma non sentivo che le cose che stavo facendo potessero portare, vuol dire, verso buone soluzioni, verso cose interessanti. Per cui mi ritrovo a un certo punto con i miei taccuini, fogli, penne, matite a commentare il momento, proprio a commentare il momento, “I am wasting my time”, e poi lo scrivo un’altra volta e poi lo scrivo un’altra volta e poi incomincio, tipo quando stai al telefono, come quando una volta si stava al telefono e si facevano, si scarabocchiava, e incomincio a scriverlo un po’ più arzigogolato, “I am wasting my time”. Di lì sono andato avanti tre anni e mezzo, nel senso che a un certo punto mi sono detto benissimo. Ovviamente ho fatto delle altre cose, non è stato l’unico progetto, però l’ho portato avanti per tre anni e mezzo perché ho veramente cercato di portarlo verso i limiti del possibile e dell’immaginabile, quelli che potevano essere per me i limiti del possibile e dell’immaginabile. Però a un certo punto mi sono detto: beh, sai, non so esattamente che cosa sto facendo, però questo può essere effettivamente un progetto interessante, cioè declinare non solo formalmente ma anche intellettualmente questo momento di passione non positiva. Ci ho speculato dal punto di vista tipografico, del disegno, della pittura, della scultura, dell’installazione.

PF: Quindi è diventata una sorta di ossessione creativa che ha preso mille forme diverse, ricordo, pittura, come dicevi, scultura, tipografia, ma anche addirittura intarsio. Ricordo un pannello di legno meraviglioso con la scritta Wasting My Time.

FP:  Sì, sì, sì. Ho dato tutte le forme che in quel momento mi potevano interessare. Nel senso che, sai Paolo, la forma e il contenuto non sono la stessa cosa.

Per cui io in quel momento sentivo di non avere un contenuto sufficientemente valido. Quello poi l’ho diventato. Ma la forma sì, perché comunque lavorando anche come art director, ok? L’art director sicuramente sta sul contenuto ma sta anche molto sulla forma.

Ok? Deve immaginare, speculare, provare, tentare, vedere una stessa cosa in quella forma lì o in quella forma là, in quell’altra forma là. Per cui, come ho detto, ho cercato di veramente sovrapporre il più possibile l’idea della forma e del contenuto.

PF: Quante forme ha avuto “I am wasting my time”?

FP: Allora ne ho avute centinaia. All’interno della pubblicazione della mostra, poi ne sono finite, se non ricordo male, 150-160, ma ovviamente ne ho fatte molte di più.

PF: Come è iniziato il tuo percorso creativo? C’è un momento che tu ricordi in cui hai realizzato, hai detto: voglio fare creativo o sono un creativo, o è una sorta di sentimento che ti ha sempre accompagnato?

FP: I primi ricordi che ho, che hanno a che fare con la creatività, hanno a che fare con lo studio di mio padre. E mi ricordo che entravo nello studio di mio padre. Mio padre ha lavorato per tanti anni in questa agenzia che si chiama Armando Testa e lui faceva il grafico pubblicitario, che è una figura un po’ diversa, che quasi non esiste più. Il grafico pubblicitario era veramente un artigiano, doveva sapere disegnare benissimo, dipingere. Le abilità manuali erano, diciamo, il 95% di quello che dovevi saper fare. Per cui avevo questo studio pieno di fogli, i colori, eccetera eccetera, insomma mille cose, e lui non lavorava lontano, per cui tornava il sabato e la domenica, durante la settimana il suo studio era una prateria, io entravo e facevo man bassa, inzaccheravo cose, gli sprecavo un sacco di materiale, sostanzialmente, mettiamola così.

Dopodiché in realtà per tanti anni la cosa è svanita, nel senso che non mi ci sono concentrato. Ho pensato a quella cosa lì, ho pensato ad altro, sostanzialmente. Poi quando finisco il liceo tutti erano belli carichi e convinti rispetto a ciò che dovessero fare, chi medicina, chi ingegneria, e io invece ero proprio uno di quelli che non sapeva assolutamente, sapevo molto bene che non volevo fare nulla di quelle cose, non sapevo che cosa volevo fare, ma sapevo benissimo che non era il momento, che io non era quello il momento in cui volevo cominciare a fare qualcosa, volevo, prima di tutto volevo filarmela dal paese in cui ero cresciuto, perché sono cresciuto in un paese bellino, insomma, dove ho ancora tanti amici eccetera eccetera, però insomma, di duemila anime sulla montagna passai un anno a Londra, bellissimo, lavorando, studiando un po’ l’inglese, cosa che poi mi ha servito, devo dire, moltissimo. E poi a un certo punto mi sono però detto, come dire, in un momento di lucidità, non che ce ne fossero molte durante quell’anno, in un momento di lucidità però mi dico: caspita, devo fare qualcosa, devo capire dove andare a finire, che cosa voglio fare. Il padre mi dice: guarda, perché non vieni, non scendi a Milano un giorno, facciamo un pranzo con con i più giovani dell’agenzia. Io faccio questo pranzo e a questo pranzo c’erano un paio di persone che avevano fatto questa accademia, che esiste ancora, che si chiama Accademia di Comunicazione, e mi dicono: guarda, ma è proprio qua dietro. E andai lì a vedere, andare lì a vedere, il fatto sta che cominciai questa scuola e mi piacque molto. Effettivamente, effettivamente sì, mio padre ha fatto questo mestiere, però di fatto c’è anche molta casualità.

PF: Poi per tanti anni hai lavorato tra un’agenzia e l’altra, poi arriva il 2006, tra il 2005 e il 2006 nasce Le Dictateur, che è un po’ il tuo progetto editoriale alter ego, una dimensione quasi quasi parallela. L’hai fondato con Pierpaolo Ferrari e da subito decidete che deve essere uno spazio libero, un raccoglitore di opere di artisti tra di loro diversissimi, che ha preso da subito la forma della rivista, diciamo pure di una rivista di qualità, di altissima ricerca anche proprio dal punto di vista materiale, editoriale, delle tecniche. Quindi Le Dictateur, perché mi spiegavi, la dittatura della libertà, la dittatura dello spazio libero, che è insomma un po’ una contraddizione, ma è un grandissimo spazio di sperimentazione. Scrive Azalea Seratoni in un saggio molto bello: “Si potrebbe dire che Le Dictateur è una sorta di autoritratto, perché come i suoi ideatori comunica attraverso il formato delle pagine, la natura e lo spessore della carta, il suo colore, la texture, le fustellature, le piegature, la scelta delle immagini, l’impaginazione, il progetto grafico”. Dopo tutti questi anni, da poco è uscito l’ultimo numero, Le Dictateur numero 6, giusto? È ancora un autoritratto o in questi anni è diventato qualcos’altro?

FP: Ma io credo sia ancora un autoritratto, nel senso che è ancora una risposta a quel teorema di cui parlavo prima, dell’essere uno spazio di estrema libertà e di possibilità, che decidiamo, se ne abbiamo la possibilità, di darci. Si chiamano i dittatori e chi partecipa diventa automaticamente un po’ dittatore dello spazio che ha a disposizione e che decide di prendersi. Per cui sì, credo di sì. E lo è anche perché non avendo, come dire, una data di uscita fissata, se decido di fare una cosa è perché effettivamente ho voglia di farlo.

PF: Anche andare contro le regole fondamentali, perché ad esempio i primi cinque numeri sono stati praticamente di pura immagine o di oggetto, numeri con palline di metallo che scappavano via appena aprivi il volume, oppure rivestimenti in silicone, quindi anche proprio delle sperimentazioni materiali, materiche, piuttosto estreme. L’ultimo numero invece è di sole parole, quindi è l’esatto contrario di quello che avevi fatto fino ad allora.

FP: Solo parole, non immagini, se non dei box neri, quasi ad indicare il fatto che le immagini sono state bannate. Sì, ma risponde alla cosa che dicevamo prima da due punti di vista. Prima di tutto, Le Dictateur non è nato per ospitare esclusivamente lavori di artisti o di artisti del mondo dell’arte contemporanea, ma di designer, persone che vengono dal mondo della moda, della fotografia, della scrittura, della poesia.

Uno degli interventi ai quali sono più legato, quello di Alda Merini per esempio, una delle ultimissime poesie che ha scritto, l’ha scritta per Le Dictateur. I curatori sono, come dire, fanno parte di questo gruppo allargato. Qual è il punto? Non potevano essere uniti agli altri numeri, perché non aveva senso farlo, ma a un certo punto nel ribaltamento, anche nel tentativo di dribblare un po’ il meccanismo dopo cinque numeri che si era un po’ instaurato, questo era, come dire, mi sembrava una buona risposta. Per cui la richiesta fatta a questa trentina di curatori è stata quella, tu sei uno della selezione, è stata quella di immaginare, scrivere, criticare la propria mostra ideale, senza l’ausilio delle immagini, ma riferendosi ad autori vivi, morti, futuri, esistenti, inesistenti, ma era comunque piuttosto aperta la cosa.

PF: Certo, era una sorta di gigantesco vale tutto, in cui sono venute fuori delle cose sicuramente molto molto belle, perché anche per i curatori non c’è sempre uno spazio di libertà totale, anche proprio nel concepire l’idea. Per cui alcuni sono andati molto indietro, altri sono andati molto avanti, altri sono andati di fianco, per cui sono andati in altri settori.

FP: Certo. Beh, sai, la figura del curatore io da una parte l’apprezzo molto, da una parte ogni tanto l’ho anche un po’ disprezzata questa figura, nel senso che nel momento in cui io decido di essere Le Dictateur e dare questo spazio di libertà agli artisti, mi riferisco ai numeri precedenti, la figura del curatore è totalmente in contrapposizione a quest’idea. Dall’altra parte, da tanti anni ormai c’è questa discussione che quasi vede non tanto sovrappositi, ma riguardo alla figura del curatore, a volte anche schiacciare la figura dell’artista, quasi il curatore fosse più importante della figura dell’artista, un po’ come quando si parla nel mondo della moda, a volte lo stylist è quasi più importante del fotografo, ci sono delle aree, dei mondi dove a volte non capisci tanto. Per cui ho detto: benissimo, se queste cose sono vere o comunque vere o non vere, è benissimo, adesso ve la potete vedere da soli, immaginare quello che volete, fare tutto voi, e vediamo che cosa viene fuori. Effettivamente ci sono stati alcuni risultati molto belli, molto forti, molto potenti, altri devo dire anche più deludenti, ma questo è il bello dell’idea di progetto, questo è il bello di costruire una sorta di playground, dare delle regole e vedere come le persone si interfacciano con questi o entrano in questo campo da gioco.

PF: Da qualche anno hai iniziato a realizzare oggetti di design, oggetti veri e propri, ricordo ad esempio il mobile credenza con Patricia Urquiola, i tappeti di cc-tapis, le superfici ceramiche di Cedit, le carte da parati di Wall & Deco, ma anche le tue autoproduzioni che sono state protagoniste di una, a mio avviso, memorabile mostra al Museo Filangieri di Napoli durante l’edizione 2022 di Edit. Molto spesso i tuoi oggetti sono delle specie di disegni tridimensionali dove il segno grafico e il colore creano delle forme apparentemente impossibili, quasi più da rendering che da vita reale, o a volte giocano anche con il ready made, quindi sono più reale del reale. Io ricordo che nella primissima intervista che mi hai concesso, quella del 2014, ti chiesi di cercare di definire al meglio, in una forma comprensibile e semplice, tutte le varie cose che fai.

E tu mi dicesti: “io in fondo in fondo sono sempre stato uno scultore, mi sento uno scultore”. E la scultura era la cosa che io allora non vedevo nel tuo lavoro e vedevo meno possibile. Oggi possiamo dire che trasformi il segno grafico, il disegno, anche tipografico in alcuni casi, in scultura, o siamo di fronte a un qualcosa di diverso?

FP: Penso che possiamo tornare a quella definizione rivedendola un po’, perché io non so se sono uno scultore ma sicuramente mi riferisco alla scultura e tengo, come dire, la forma, il segno, la sintesi del segno nella mia testa in quella forma lì. Spesso sento, come dire, immagino proprio di girarci intorno, e questo è il motivo per cui alcuni di questi segni possono diventare facilmente, uno potrebbe anche non immaginarselo, ma come la vedo io possono facilmente diventare effettive forme tridimensionali, possono effettivamente prendere vita. Però sì, la scultura è una cosa, come dire, che mi ispira sempre, che mi fa sentire, come dire, mi fa sentire a casa, però non so se alla fine sono uno scultore. Benché una parte del mio lavoro sicuramente abbia a che fare con la scultura molto ultimamente, e queste forme a volte poi incominciano ad interagire con altri elementi che dalla dimensione 2D piatta anche loro devono per forza di cose entrare nel mondo reale, per cui segni che effettivamente erano nati o nascono nella bidimensione poi li forzo a prendere una tridimensionalità per avere a che fare, per interagire con alcuni dei progetti ai quali lavoro. Effettivamente un’altra cosa che mi ha sempre affascinato è l’idea del clash, dello scontro tra oggetti diversi, discipline diverse, figure diverse, mondi diversi, questa è una cosa che mi ha, l’idea dell’ibridazione, diversi miei lavori hanno proprio la dicitura clash, quando io clash, diciamo così, una famiglia di prodotti con un’altra diventa clash morse clash you this clash, perché sto prendendo quella famiglia di prodotti che hanno una loro purezza di segno e incomincio a quasi a violentarli, perché voglio che incomincino ad avere a che fare con dei segni diversi, con una spazialità diversa, con dei materiali diversi. Ha molto a che fare con l’idea del bambino che smonta e rimonta pezzi di cose diverse per vedere. Questa è una cosa che effettivamente facevo molto.

PF: Tempo fa mi hai citato una bella frase di Mimmo Paladino: se vuoi essere internazionale devi appartenere a un posto. Lo credi ancora?

FP: Assolutamente sì. E lo credo ancora di più. Se vuoi essere ascoltato, se vuoi avere qualcosa da dire, se vuoi entrare nelle discussioni con un punto di vista che non sia un punto di vista totalmente omologato, appiattito. E oggi siamo tutti molto a rischio da questo punto di vista. Io credo che assolutamente delle solide radici ti diano la possibilità di portare attorno al tavolo qualche cosa di veramente personale. E poi certo, voglio dire, tu avrai la capacità di rielaborarlo, declinarlo, usarlo da figura internazionale. Però l’esempio che faccio sempre è il cinema, è il cinema italiano. Il cinema italiano ha successo solo ed esclusivamente quando fa il cinema italiano. Quando il cinema italiano incomincia a scimmiottare il cinema francese o il cinema americano o il cinema orientale, perché va, in quel momento lì fallisce. Tanto, tutte le volte che il cinema italiano ha raccontato le malformazioni del nostro paese, del nostro popolo, e sugli aspetti anche meravigliosi chiaramente, ha fatto veramente scuola. La stessa cosa vale, sicuramente vale per qualunque altro tipo di progetto. Con il tempo poi si impara, si impara anche un po’ a far pace con una serie di cose, per cui dopo un po’ ci abbandoniamo a quello che siamo, cominciamo a diventare forse anche un po’ più indulgenti con noi stessi, a conoscerci, e a quel punto per osmosi lasciamo che quello che siamo veramente entri nei progetti in cui lavoriamo.

PF: Dopo anni come direttore creativo in agenzie grandi e anche grandissime, tu hai creato la tua realtà che è appunto Le Dictateur Studio, un’agenzia che progetta tante cose diverse, grafica, branding, hai già accennato un po’ a queste cose, video, packaging. Per te la comunicazione, a questo punto della tua carriera, è un divertimento o è una necessità?

FP: È ancora prima di tutto un lavoro. Nel senso che io mi approccio a quello che faccio, cerco di approcciarmi a quello che faccio comunque da professionista, cerco di essere professionale, prima di tutto, certo ci sono alcune cose che mi fanno molto divertire, altre che mi fanno molto meno divertire, però cerco di gestire l’una e l’altra o anche, come dire Paolo, anche delle responsabilità, per cui, nel senso, a un certo punto si cresce anche per imparare a gestire queste cose. Il divertimento o la parte positiva per quanto mi riguarda sta nel fatto che ho volutamente creato uno spazio che mi permettesse di portare dentro di nuovo discipline diverse, per cui si vada dal branding alla comunicazione, il design, il design di prodotto, la parte artistica ovviamente che possa essere mia diretta espressione o lavoro di curatela o dare spazio ad altri, tante cose. È una cosa per me necessaria perché a un certo punto diciamo che la mia dieta si è evoluta in questo senso, per cui ho bisogno di alimentarmi di cose diverse, cerco di farlo nel miglior modo possibile, nel senso che cerco di frequentare queste discipline diverse nel modo più alto possibile, migliore possibile, a volte ci riesco a volte meno, come tutti ovviamente, però è sì una grande fatica da una parte, ma anche una grande soddisfazione, ma tornando a quello che dicevi tu prima, alla fine è una necessità.

PF: Come si organizza un gruppo di lavoro? Allora, tutto quello che fai presuppone dei gruppi di persone, in alcuni casi anche giganteschi, penso, non so, il set di uno spot pubblicitario, o anche un progetto editoriale qualsiasi, o l’organizzazione di un evento. Forse l’unica, mi viene da pensare, correggimi se sbaglio, che è l’unica cosa che fai in totale solitudine è la pittura, forse poco altro. Come si organizza un gruppo di lavoro? Da cosa si parte?

FP: Si parte, direi, prima di tutto da delle affinità, da cercare di avere intorno persone che ti capiscono al volo, che sentono e capiscono quello che tu hai in testa, quello che vuoi. Io poi devo dirti che in questi ultimi anni ho lavorato molto in questo senso, devo dire che sì, forse diversi dei ragazzi che lavorano con me hanno fatto un po’ di fatica, però alla fine in qualche modo ce la fanno. Non sono uno che sta a dire tantissimo, non sono uno che sta lì a, come dire, a cotonare tanto, come dice qualcuno, ma perché mi piace lavorare in fretta, mi piace tenere il ritmo alto, lavorare in fretta, vedere le cose in fretta, un po’ come un certo tipo di cucina, mi piace la cucina espressa, non stare lì ore e ore e ore, perché ho la sensazione che poi le cose si sgonfiano, si perdono di freschezza. Già partire da questo per cercare di ramificare le cose, ma facendo partire la ramificazione nel modo giusto, è fondamentale, per cui tu hai delle persone più vicine con le quali devi per forza di cose lavorare, perché quando tu devi gestire e lavorare a 5, 6, 7, 10 progetti allo stesso momento, nella stessa giornata, devi avere persone che ti aiutano, per cui queste persone devono capirti al volo e a loro volta riuscire a trasferire ad altri quello che devi fare. Dopodiché ci sono progetti che si risolvono con dei piccoli gruppi di due persone, tre persone, quattro persone, altre, tutto lo studio, adesso stiamo facendo per esempio una serie di progetti per una serie di gare molto grandi e c’è tutto lo studio che sta lavorando questi progetti. Dopodiché quando si va in produzione, tu citavi il momento della classica produzione pubblicitaria, un set, esatto, lì ti connetti e, come dire, ingaggi una casa di produzione. Quando produciamo Lamborghini, adesso abbiamo prodotto l’ennesimo film Lamborghini abbastanza gigantesco, e lì una settimana in Spagna la produzione e poi la post-produzione, la post-produzione, un sacco di post-produzione, per cui la post-produzione è ancora un altro livello, che poi si innesta con la produzione che è già stata fatta. Ma lì possiamo dire che è un progetto al quale alla fine avranno lavorato, non lo so, 150, 200 persone, per un unico progetto, abbastanza incredibile, molto bello, molto bello capire, vedere tutte queste parti che poi un po’, no?, come un robot si uniscono e si mettono insieme. Certo, però è affascinante, molto affascinante.

PF: Delle volte quando vengo in studio da te ci sono dei momenti di silenzio, sembra che non ci sia nessuno e invece ci sono magari 20 persone che stanno lavorando. Oppure dei momenti in cui c’è pochissima gente ma c’è un caos totale di gente. A me, entrando in studio lì da te, viene in mente la palestra dell’Uomo Tigre, è presente? Dove si allenava l’Uomo Tigre, che era una specie di, non so, un girone infernale che però era anche un posto, che era quasi un tempio, in cui c’erano magari, dovevano fare degli allenamenti in cui rischiavano la vita, ovviamente non capita a te, ai tuoi, quindi dei momenti di massimo di movimento e di pericolo, di rischio eccetera, e dei momenti invece di grandissimo silenzio. Per cui parlavi di velocità, ad esempio, di riuscire ad eseguire rapidamente qualcosa: la comunicazione è un’arte marziale?

FP: La comunicazione è un’arte marziale? Non lo so, la comunicazione a volte mi verrebbe da dire che è un po’ una lotta, sì, che sia un’attività marziale, un’arte marziale non lo so, però sicuramente oggi come oggi bisogna lottare tanto, è una performance, comunque è una performance. E tornando ai momenti di casino e di silenzio, è un po’ come quando sei intorno alla tavola e stai pranzando e tutti sono in silenzio, quando tutti sono in silenzio vuol dire che tutti stanno mangiando e apprezzando, quando ci sono questi momenti di silenzio vuol dire che tutti stanno spingendo sull’acceleratore, stanno lavorando. Poi diciamo che uno di quelli che fa un po’ più casino con la musica sono io, nel senso che io lavoro quasi costantemente con la musica, cerco di non essere, di non superare una certa soglia di volume, ma forse per me il volume sarebbe sempre al massimo, anche Stefania questa cosa non la sopporta, quando lavoravamo insieme Stefania ed io lei proprio dice: guarda Fede, adesso io non ce la faccio più, per favore abbassa la musica perché io devo scrivere. Ok, questa è la musica, invece io ho bisogno del…

PF: Sì sì, cioè devi avere lo spazio pieno e le cuffie non ti danno soddisfazione.

FP: Sai cosa che ho fatto per tanti anni, ho lavorato con le cuffie ma perché mi potevo proprio, come dire, concentrare solo su una cosa, ma adesso onestamente no, no, perché non posso chiudermi in me stesso per sei ore a stare a craftare una cosa, cioè devo stare connesso molto di più, e poi mannaggia una cosa che devo dire, che lavorando anche tanto, io lavoro tanto con WhatsApp, il telefono è uno strumento dal quale passa tanto, tante conversazioni, tanto, il telefono, tanto check del lavoro, è una rottura di scatole per cui togli le cuffie, abbassa, no guarda rispondi, è una rottura di palle. È molto comodo da una parte perché, tornando a quello che dicevo prima, mi dà la possibilità di essere snap, di essere veloce, ma anche con i clienti oggi devo dire, prima era tutta una messa ogni cosa, quando facevi il reworkino del cavolo, e risettiamo la presentazione, rifaccia, cioè questa era la cultura dei posti da cui venivo, adesso è tutto molto più veloce, più istantaneo, e questo è un bene. C’è un downside della cosa, che chiaramente tende a invadere un po’.

PF: Fede, è giunto il momento della raffica.

FP: Questo è un momento delicato, un momento molto delicato.

PF: Ti ricordo le regole: dieci domande, solo risposte secche, solo una possibilità di passare e una possibilità di argomentare. Ok, partiamo. Matita o Illustrator?

FP: Oggi matita.

PF: Caravaggio o Andy Warhol?

FP: Andy Warhol che fa Caravaggio.

PF: Questa è già un’argomentazione quasi, ok, te l’accetto.

FP: Beh, me la sono bruciata.

PF: Vediamo le altre. New York o Tokyo?

FP: Tokyo.

PF: Bitcoin o gettoni?

FP: Gettoni.

PF: Fotografia o illustrazione?

FP: Fotografia.

PF: Cinema o teatro?

FP: Cinema.

PF: Una settimana di tempo per disegnare: il set di una sfilata o un evento del Fuorisalone?

FP: Sfilata, perché mi piacerebbe tanto farlo.

PF: Mandiamo un messaggio a qualche cliente.

FP: Non voglio mandare messaggi a nessuno. Assolutamente. Però effettivamente non mi è ancora capitato di farlo.

PF: Ti ci vedrei tanto, infatti pensando alle cose da chiederti quella è una, visto che la moda, comunque, bene o male l’hai toccata per altre cose.

FP: Ho fatto delle presentazioni a riguardo. Però vabbè, adesso non possiamo dire queste cose al microfono.

PF: Off the records. Poi ne parliamo dopo. Le tue due opere, al MoMA o al Prado?

FP: Al Prado.

PF: Uno spot con Chiara Ferragni o con Giorgia Meloni?

FP: No, con Giorgia Meloni, benché non sia assolutamente d’accordo con quello che dice, che fa, ma preferirei mettermi in mezzo con Giorgia Meloni.

PF: Una cena con Kanye West o con Elon Musk?

FP: Devo proprio Kanye West.

PF: Ok, questa era la decima, te la sei cavata, potevi anche passare, in effetti c’era il passare. Allora l’ultima la passiamo, ti eri giocato il jolly dell’argomentazione.

FP: Me l’ero scordato questo qua.

PF: C’era il passo.

FP: Non è che fossero domande che imbarazza, che lui dice no.

PF: Sono per ridere, non per mettere in imbarazzo gli ospiti. La domanda finale: un libro, Fede, un libro per te importante. Allora, un libro.

FP: Per me importante direi che un libro particolare, perché è abbastanza illeggibile dai più, però direi “Piccolo trattato di pittura” di Giorgio De Chirico, che è un libretto piccolino in cui Giorgio De Chirico racconta in maniera pseudoscientifica le tecniche produttive dei suoi colori, delle sue tecniche pittoriche, insomma spiega come produce i colori e il perché, il per come. È un libretto che però mi ha appassionato perché è una lettura da nerd dell’epoca, che però sembra, come dire, avere una serie di cose che vanno oltre la mera produzione del colore, per cui ha qualche cosa di quasi di animista, ma lo so, direi questo, non viene in mente questo.

PF: Devo dire, non lo conoscevo, vado sicuramente a cercarmelo.

PF: Fede, grazie.

FP: Grazie a te Paolo, è stato un piacere, ci sono rimasti dieci minuti per andare a bere, andiamo.

 

 

Puntata registrata a Milano il 13 marzo 2023 e pubblicata il 20 marzo 2023.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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