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STAGIONE 8 — EP. 6

Deanna Ferretti Veroni: con la maglia si può fare tutto

02/2026 — 27:39
Se è vero che il design italiano più autentico nasce dal rapporto di lavoro e di fiducia tra creativi e industria, Deanna Ferretti Veroni ne è la prova vivente.
Nata a Reggio Emilia, Deanna ha iniziato a lavorare a maglia negli anni ’60, arrivando a fondare un’azienda, Miss Deanna, che ha concretizzato le idee di Kenzo, Martin Margiela, Giorgio Armani, Krizia, Valentino e molti altri. Lasciata l’industria, nel 2005 avvia con la figlia Sonia Veroni la Modateca Deanna, un centro di ricerca e archivio della maglieria unico al mondo, dove ricerca, archivi e formazione vanno di pari passo.
Incontriamo la signora Deanna a Roma, presso la sede dell’Accademia Costume & Moda, per parlare di industria, di creatività e di lavoro – tanto lavoro – ma di quello che si porta avanti a braccetto con l’innovazione e il divertimento.
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I link dell’episodio:
– Il sito di Modateca Deanna https://www.modatecadeanna.it
– Il documentario “Italian Genius – Deanna Ferretti Veroni” su RaiPlay https://bit.ly/4rTdxtA
– Il documentario “Griffé Kenzo” che racconta il rapporto tra Kenzo e Deanna Ferretti Veroni https://bit.ly/3OrGUVm
– Il Master Creative Knitwear Design di Modateca Deanna con Accademia Costume & Moda https://bit.ly/466M2EC
– I romanzi di Agatha Christie https://bit.ly/4qIQNvs

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.

Ed eccoci qua. Oggi è una puntata molto speciale per me e per chi ama Parola Progetto. Infatti, sono qui in compagnia di Deanna Ferretti Veroni, una professionista che con il suo lavoro e con i suoi progetti rappresenta al meglio l’essenza del design italiano.

Nata a Reggio Emilia, Deanna inizia a lavorare a maglia negli anni 60. Poi, complice un po’ di fortuna e una bella dose di determinazione, nei primissimi anni 70 fonda il maglificio Miss Deanna. Nello stesso periodo inizia un sodalizio con Kenzo Takada, il primo stilista giapponese a conquistare la scena parigina. Ne nasce un rapporto di lavoro e amicizia durato decenni. Negli anni 90 un altro incontro che sa di leggenda, quello con Martin Margiela, con il quale ha messo in piedi innovazioni di stile ma anche di processo.

All’inizio degli anni 2000 un’altra svolta: vende l’azienda e con la figlia Sonia Veroni crea Modateca Deanna, centro internazionale di documentazione moda. Un archivio che raccoglie decenni di storia della maglieria italiana in forma di libri, documenti e una strabiliante collezione di oltre 60.000 capi.

Nel solco di una vocazione per la trasmissione del sapere, nel 2015 nasce anche il Creative Knitwear Design Master, realizzato in collaborazione con Accademia Costume & Moda, che oggi ci ospita.

Ripercorreremo con Deanna la sua storia e le sue vicende professionali. Parleremo di moda e industria alla ricerca dell’essenza del design italiano.

Buongiorno Deanna, benvenuta a Parola Progetto.

DFV: Grazie, buongiorno a lei.

PF: Lei ama definirsi una tecnica al servizio dello stile, ma nel mondo della moda tutti la conoscono come la regina del knitwear. Qual è la verità?

DFV: Ma non lo so, sicuramente io sono una tricottina perché amo la macchina, amo i filati e amo trasformare i fili in prodotto. Quindi io sono veramente tecnica della maglieria. E la cosa che mi piace più di tutte è quella di condividere con i designer, i veri designer, perché i veri designer hanno bisogno di qualcuno che trasformi il filo, perché il filo si deve toccare dopo. E quindi io sono felice e onorata di essere una tricottina.

PF: Bellissima, bellissima questa cosa. A proposito di designer, una frase che a me piace tantissimo la diceva sempre Achille Castiglioni: “Se non siete curiosi, lasciate perdere”. Come si mantiene la curiosità?

DFV: Si mantiene perché con il filato si può fare qualsiasi cosa e si può rinnovare sempre. Quindi noi partiamo da un filo. Se non hai la curiosità non arrivi a questo. Quindi tutto ti fa pensare, a seconda dei momenti, a seconda di quello che ti chiedono i designer. Perché comunque devi trasformare il filo in prodotto. E quindi, non so, dicono: “Benissimo, vorrei una bella luna”. E quindi questa luna può essere fatta in almeno 50 modi diversi. Perché ti permette il lavoro a maglia di fare tantissima ricerca. Quindi io non ho mai finito e ancora adesso non sono mai contenta e ripercorro ancora questo momento, nonostante adesso io non faccia più niente. Voglio dire, aiuto Sonia, ma quindi io dico: bella la maglia.

PF: Bellissimo. Qual è il modo migliore per rimanere al passo coi tempi? Se lei dovesse dare un consiglio a chi vuole iniziare questa carriera?

DFV: Allora, io dico sempre che la maglia ti fa pensare a tante cose e quindi bisogna amarla, perché il filo è una cosa che ti lega. A tutti, quando nasci, mettono una maglietta. Non sarà mai un prodotto considerato alta moda, non potrà mai esserlo, anche perché è un prodotto popolare. Tutti hanno una maglietta, dai ricchi ai poveri. Penso sempre che si possa ancora di più migliorare.

Sarà un prodotto che non avrà, secondo me, una fine, anche perché in genere la maglia è fatta di un prodotto naturale, quindi è ecologico e insomma ha tantissimi pregi. Ed è per quello che la maglia non potrà mai essere un prodotto di alta moda, ecco, per dire. O qualche pezzo lo sarà, ma è popolare come il pane.

PF: Bella questa cosa qua, la maglia come il pane. Bellissimo.

DFV: Sì, perché tutti lo possono avere. Il pane devono averlo tutti, la maglia l’hanno tutti.

PF: E si può fare in casa.

DFV: E si può fare in casa e si può fare con tutto. Si può fare con la macchina, la maglieria, si può fare con gli aghi, si può fare con i manici di scopa, perché tutto quello che intrecci, con gli uncinetti, cioè voglio dire, fai la maglia in tantissimi modi.

PF: Quando ho letto la sua storia, anche sentendo qualche intervista che ha fatto di recente, lei racconta di questa macchina da magliaia che prese, che mise in casa all’inizio della sua carriera. E mi permetta di aggiungere una piccola cosa personale: io sono cresciuto a casa di mia nonna con la macchina da magliaia, nella provincia di Mantova, quindi non tanto lontano da Reggio. Per cui, insomma, risentire la sua storia è stato un po’ rivivere quella che era proprio una storia di famiglia.

DFV: Sì, la cosa interessante è che io ho cominciato con le macchine a mano, poi le macchine col motorino, poi le prime elettroniche, poi le macchine circolari. Comunque, ho sempre lavorato anche con i fabbricanti di macchine per le ricerche che facevamo, anche se la creatività si fa sempre con le mani.

PF: Certo, qual è la macchina da magliaia più bella che abbia mai usato?

DFV: Beh, sono tutte belle perché ognuna è bella. C’è un prima e un dopo. Prima c’erano le macchine con la stanga lunga, poi le macchine non erano più da tirare perché avevano il motorino, quindi partivano da sole. Cioè voglio dire, non c’è una macchina più bella, non c’è una macchina più nuova. La storia più bella è stata quando hanno fatto la macchina circolare per la maglieria. Prima la facevano solo per le calze. E poi sono arrivate queste macchine che erano spagnole, le Jumberca. Poi sono arrivate le macchine inglesi lunghe con tante testate, dove facevi 25 pezzi in una volta sola. Poi ognuno, soprattutto i tecnici, si innamora di un tipo di macchina perché la conosce. Quindi è bello: ha avuto un passaggio incredibile.

PF: A proposito del rapporto con i designer, lei racconta sempre che un incontro speciale è stato quello con Kenzo.

DFV: Quando sono andata la prima volta a Milano mi sono sentita straniera in Italia, perché vivevo in un mondo molto contadino. Se ho potuto fare la fabbrica, è stato grazie alle disponibilità di tutte queste donne incredibili, questa manualità che c’era nel territorio, perché in ogni casa c’è una macchina a maglieria, a mano, a macchina piccola o grande. Quindi, quando ho incontrato Kenzo mi sono resa conto che comunque a me mancava un pezzo e nasce lì.

Da Confezioni Deanna sono passata a Miss Deanna, poi ho detto: da questo momento io sono la tecnica al servizio dello stile e ho smesso di fare qualsiasi cosa. Cioè, la mia creatività la mettevo… la mia creatività erano poi delle domande, perché le idee venivano dallo stile, sia ben chiaro. Non è che io davo idea a loro, ma collaboravo con loro per cercare di creare i loro sogni. Quindi, se mi chiedono una rosa, la rosa più bella possibile, oppure gli presentavo 20 rose e in 20 ne tirava fuori la sua rosa. Quindi, voglio dire, era proprio un lavoro col designer: era il designer che mi dava l’oggetto o l’informazione o il disegno e comunque le idee partivano dal designer, non da me. Poi io preparavo teli, telini, eccetera, però insomma io creavo per me, il designer è sacro, cioè come senso deve piacere a lui. Poi posso discutere con lui, anche perché avevo una grande possibilità di discussione. E mi dispiace che non possa più aiutare i giovani in quel senso lì: aiuto i giovani nell’apprendimento, ma non avendo più l’azienda, cioè l’azienda non c’è più. Però per me è sempre stato un fatto molto importante.

PF: Come ha reagito di fronte ai primi disegni di Kenzo? Cosa ha pensato?

DFV: È lì che ho detto: “Ragazza, tu non puoi fare la designer, ti manca un pezzo”. Quindi è per quello che dico grande rispetto dei veri creatori.

PF: Vi sfidavate?

DFV: No, era sempre molto collaborativo. Cioè, no, no, mai. Cioè, voglio dire, io preparavo, poi spiegavo quelli che sono… ho fatto questa rosa con questi filati, poi dopo lui magari mischiava le cose. Cioè, non ero io. È come dire, non so, “ti do i tessuti, tu scegli quello che ti piace di più” e io trasformavo la maglia per farla diventare materiale che lui la poteva toccare.

PF: È vero che una volta ha cotto un maglione in un forno?

DFV: Sì, è stata molto bella la trasformazione da quello che volevano gli stilisti. Quando io ho cominciato, era tutto molto stirato, molto perfetto, guai a saltare un puntino e via, eccetera. Quando ho incontrato Margiela mi sono divertita come una matta, perché voleva i buchi, voleva gli strappi, quindi cose che erano impossibili. Infatti, ho dovuto formare un gruppo di persone perché proprio non togliessero i fili o mi mettessero a posto i buchi. Cioè, voglio dire, ho visto due mondi, cioè le due vere trasformazioni negli anni in cui ho lavorato, ma sono molto importanti. Kenzo… con cui ho fatto degli jacquard allora che non si potevano fare: non c’erano le macchine elettroniche come adesso; quindi, facevo delle notti a fare i quadrettini per formare il disegno e poi gli altri giorni a a punzonare le grandi catene che andavano sulle macchine. Perché allora le macchine non erano così elettroniche: erano elettroniche, ma ci volevano le catene, i buchi… voglio dire, proprio passato un bel po’ di tempo. E quindi le due rivoluzioni lì mi sono veramente divertita, divertita, perché era un altro mondo. Tu lo vedi, è un altro mondo, è un’altra visione.

PF: Una frase meravigliosa che lei ha detto è questa: “Il successo l’ho raggiunto lavorando come una matta perché a mezzo servizio non si va da nessuna parte”, e poi conclude dicendo: “Lavorare bene è sacrificio, io mi sono anche divertita”.

DFV: Sì, ma io mi sono proprio… lavorando, ma lavorando perché era una soddisfazione. Infatti, dopo vedevi la passerella. Cioè, voglio dire, i designer mi hanno aperto un mondo, perché quando mai io sarei stata in Giappone con Kenzo, l’America, Londra, Parigi? Cioè, voglio dire, poi era molto bello perché in fabbrica io avevo diverse sale campioni e molto spesso, in tutte le stagioni, c’erano diversi designer all’interno che lavoravano per le collezioni. Quindi, alla fine, si riunivano nel pranzo perché avevamo fatto un piccolissimo ristorantino che scendeva da casa; quindi, si riunivano e si parlava di tutto. Non si parlava mai di moda, ma si parlava di quello che succedeva nel mondo: che artisti [segui], che cinema hai visto, che spettacolo hai visto, dove vai a mangiare là… cioè, voglio dire. E poi è molto bello lavorare con i giovani. Solo Kenzo era della mia età, ma tutti gli altri erano molto… Krizia era della mia età, il signor Valentino, il signor Armani lo stesso, voglio dire. Con Valentino ho fatto una collezione che si chiamava Valentino Le Tricot, che ho lavorato insieme con lui: era stata una cosa bellissima, era un vero signore. Lo vedevo al momento in cui portavi telini, poi dopo mi mandava le assistenti, e poi quando dava l’ok per la collezione, era veramente spettacolare. Lui aveva le proporzioni incredibili, era bravissimo.

PF: Certo. Veniva in azienda lui o andava a lei?

DFV: No, mai venuto in azienda, no.

PF: Andava in atelier lei, veniva a Roma?

DFV: Partivo con la macchina piena di campioni, arrivavo alle nove, scaricavamo, poi dopo… cioè, no. Non è mai venuto, forse uno dei pochi, direi che è l’unico che non è venuto in azienda.

PF: Sì, perché ci sono alcuni stilisti, invece, proprio che amano lavorare in azienda.

DFV: No, no, esatto, tutti gli altri venivano in azienda. Krizia è venuta, quindi venivano i loro assistenti, quando facevo Poi by Krizia. Invece Margiela, Kenzo… voglio dire, la generazione dopo veniva in azienda.

PF: Certo.

DFV: Ed era quello il bello, come con Lawrence Steele, con Neil Barrett… erano tutti giovani, ma era già la generazione molto dopo, insomma. L’unica cosa di cui ho, così, un po’ di rimpianto, è di dire: non aver più l’azienda per aiutare, perché ci sarebbe qualche ragazzo che valesse la pena… certo, varrebbe veramente la pena.

PF: Dopo aver venduto l’azienda, ha deciso di fondare Modateca Deanna, che è una cosa… mi viene da dire, unica al mondo, c’è qualcosa di piuttosto speciale, e l’ha affidata a sua figlia Sonia.

DFV: A dire la verità, quando lei è tornata dagli Stati Uniti… perché lei era via, era dagli Stati Uniti… non ero ancora pronta per guardare i miei archivi. Avevo questi scatoloni pieni lì, e lavoravo qua a Roma. Sono stata parecchio tempo con Dominella, facevo parte della commissione di ITS, e poi venivo molto spesso a lavorare con le scuole, con l’Accademia, ho fatto con altre scuole, con i giovani, e non avevo la voglia di guardare i miei archivi. Avevo bisogno di distrarmi, perché quando ho venduto l’azienda è stato un grosso colpo.

Quindi, quando lei è ritornata, mio marito dice… Sonia aveva già trovato un altro posto a Milano a lavorare. Gli ha detto: guarda che se non mi decidi questi capannoni di scatole, brucio tutto. Mio marito dice a mia figlia: brucio tutto, nel senso. Prima di tutto, voleva dare [i capi] ai musei, però non è roba museale: c’è tanta roba, ma sicuramente qualche pezzo è museale, ma non è che…

A questo punto ha fatto questo progetto per suo padre e si è resa conto che comunque si sarebbe disperso il prodotto, e ha pensato di fare la Modateca, perché anche se non ha mai lavorato con me, però la trascinavo in tutti i posti per fare ricerche, eccetera. Poi lei lavorava in un’agenzia di advertising, quindi anche lei faceva ricerca, e così ha fatto questo progetto con il suo papà. Il suo papà le ha dato quello che ha fatto, e ha fatto la Modateca. Io non l’ho neanche mai aiutata a mettere a posto, perché per me non ero pronta ancora. Poi adesso, dopo un po’, ho cominciato a andarci e adesso ci sono. Insomma, sto finendo di mettere a posto gli archivi, perché posso farlo solo io: quindi documenti, tutti i disegni… voglio dire, ho tutto, e mi rendo conto che ho fatto veramente tante belle cose, e che a volte le dimentichi e le metti via. Ma ho dei disegni di Lagerfeld, e poi mi sono ricordata che lui faceva una linea in Germania… ci sono tanti soggetti.

PF: Per chi volesse visitare la Modateca, come funziona?

DFV: Beh, intanto per gli addetti ai lavori, e basta, ma comunque aiutiamo anche le scuole. So che Sonia fa venire… comunque adesso è Sonia che decide sulla Modateca, io faccio la starlette.

PF: Dal 2015 esiste, all’interno di Modateca Deanna, il Creative Knitwear Design Master diretto da Sonia, ed è a San Martino in Rio, proprio dove c’è la storica azienda, la sede storica dell’azienda.

DFV: Perché abbiamo fatto questo master sulla maglieria? Perché era una grandissima richiesta da parte delle aziende. Le scuole sono importantissime, perché si vuole il sapere, però sulla maglieria è un mestiere, è un vero mestiere. Quindi poi c’è qualcuno che effettivamente può fare il designer, ma i designer non nascono come funghi. Quindi, però, possono avere una grande soddisfazione, perché possono imparare a far filati, possono fare dei colori, possono fare le stamperie, possono andare nei fili. Cioè, voglio dire, è una strada molto aperta: posso lavorare accanto a un designer e essere molto soddisfatti lo stesso.

PF: Qual è la reazione degli studenti internazionali? Perché avete gente da tutto il mondo.

DFV: Allora, diciamo che i primi anni prima del Covid erano tutti stranieri. Poi, piano piano, dopo il Covid ha cominciato a venire qualche italiano. Gli stranieri che venivano, specialmente quelli che venivano dalla Cina o dal Brasile, ma soprattutto i cinesi, era incredibile perché, messi lì all’interno di un paesino così, che non c’è niente, a un certo momento c’era uno studente incredibile che mi piaceva da matti. A un certo momento Sonia vedeva che vagava ogni weekend, prendeva il treno, l’aereo, andava, e gli ha detto: “Ma dov’è la gente?”

Però adesso sono diventati un simbolo, perché adesso girano per il paese. Anche il paese si è cresciuto un po’ e quindi tutti questi studenti, perché abbiamo all’interno della Modateca, lì vicino, abbiamo anche delle stanze dove li ospitiamo e via, eccetera, però vanno anche in casa di qualche persona. Lì sono aperti, secondo me sono molto ben accolti, ma quello che è importante è che fanno gruppo, perché è importante, si aiutano tra di loro. È una cosa, secondo me, bella, perché è proprio una scuola di lavoro.

Con cosa cominciamo? Immediatamente con le macchine a maglieria. Imparano a smacchinare, non perché devono farsi i capi, ma devono sapere come si muovono gli aghi. Gli aghi sono sempre gli stessi e quando loro fanno questo lavoro, che devono confrontarsi con le aziende per farsi fare i capi, devono sapere che cosa devono fare. Cioè, altrimenti i tecnici sempre dicono: non si può fare niente, perché amano più la macchina che il prodotto. Invece così riesci a avere il tuo dei prodotti, aiuti, è un aiuto.

PF: Come reagiva quando i tecnici le dicevano di no?

DFV: A me non mi diceva no nessuno, perché in ogni caso tutto si poteva fare. Quindi: no, fai così, così. Ma io vengo da [una formazione di] magliaia, io conosco la macchina e quindi non era possibile. Infatti, il motto era: tutto si può fare, niente è impossibile.

PF: Che poi è una cosa tipica del design italiano, perché questo succede anche con i produttori di mobili della Brianza, succede con i produttori di calzature della Toscana, c’è sempre magari un no iniziale e poi dopo inizia un dialogo.

DFV: Bisogna dialogare, bisogna anche sapere: prova a far così. Più che col prodotto finito, la battaglia era dopo, con la produzione, perché magari con la produzione avevamo fatto dei capi troppo difficili, magari quello poteva essere, ma comunque non si doveva fare. Poi o con le macchine o col ferro. Abbiamo fatto dei prodotti anche con i manici da scopa, perché non c’era il ferro grosso come il manico da scopa. Quindi voglio dire, come quando ho cotto la maglia, quella famosa maglia in forma che voleva il signor Margiela, siamo andati per cuocerla in un alto forno dove facevano le targhe delle macchine. Quando ci siamo presentati a questi signori in tuta: “Ma signora, la brüsa!”, brucia questo manichino. Infatti, il primo è bruciato, tutto così, però poi abbiamo trovato il sistema ed è fatto.

PF: Il materiale più strano che le hanno chiesto di lavorare o il filato più strano?

DFV: Quando non c’erano i nylon da usare, abbiamo usato anche il filo, come si dice, quello con cui pescano.

PF: Il filo da pesca.

DFV: Abbiamo tricottato il filo da pesca perché non c’erano ancora questi nylon sottili, il marabù quando volevano il pelo, poi la plastica tagliata. Poi dopo abbiamo fatto anche delle maglie con i sacchi di plastica. Per esempio, non c’erano i filati elasticizzati. Avevo fatto una ricerca di elastici andando a cercarli, facevano le mutande. Abbiamo fatto tanto, ma come ricerca, e poi dopo si sviluppa.

Poi nel filo c’è tanta ricerca adesso, adesso c’è tutto: le viscose. Le prime viscose non potevano essere bagnate perché si allungavano come i matti, dopo hanno fatto le viscose che si possono lavare. Però facendo i giovani, e siccome che l’azienda era molto solida perché prendevo i giovani, avevo anche delle grandi produzioni per poter prendere un giovane ogni due o tre anni, prendevo un giovane nuovo. E quindi ci potevamo permettere di fare anche delle ricerche perché comunque, se succedeva qualcosa che magari non andava bene, il danno era molto poco, non so come dire.

PF: Certo, chi sono i più bravi a fare la maglia oggi secondo lei? Gli italiani?

DFV

Allora secondo me l’Italia… la maglia viene fatta quasi tutta in Italia, se parliamo di quella di qualità.

Io ho sempre un grande rispetto per Alaïa, il vecchio Alaïa. Adesso lo seguo un po’ meno, ma comunque Alaïa ha fatto una maglia che secondo me non ce n’è per nessuno. Per me era riuscito a fare un prodotto di maglia, ecco quella poteva essere alta moda, quella è alta moda, ma non è la maglia corrente di cui io non ho mai fatto quelle cose lì, nonostante io conoscessi bene Alaïa.

Però io non sarei mai stata capace di fare quello [che ha realizzato] quel magnifico che fa Alaïa. Per me è la maglia più bella che io ho sempre guardato e adorato, infatti con lui glielo dicevo sempre, e quindi Alaïa per me era un prodotto che però non è il prodotto della maglia [quotidiana]. Noi parliamo di maglia quotidiana, ecco quello che voglio dire, quella è alta moda.

PF: Sicuramente.

DFV: Ecco, quindi parlavo del tipo di prodotto che facevo io.

PF: La sua storia con la maglieria è stata più un film, una favola o un progetto?

DFV: Secondo me una favola. Non me lo sarei mai aspettata. Io da piccola volevo la ballerina, quindi sono arrivata alla maglia, quindi…

Sì, voglio dire, io ho cominciato a far maglia per necessità, perché mio papà si è ammalato molto presto. Quindi mia mamma dice: “Hai due fratelli, vai”. Mi ha comprato una macchina e mi ha mandato in casa della moglie del fratello di mia mamma, che era giovane, che quindi mi ha insegnato. E da lì mi sono legata alla maglia, perché da lì mi piaceva talmente tanto che cominciavo a giocare. Poi dopo ho cominciato ad andare a insegnare a chi comprava la macchina, mi ha chiamato [il produttore]. Poi ho cominciato a fare i campioni per Carpi, vendevo i campioni. E quindi io dico sempre: non lo so. Quando mi chiedono: “Come hai fatto?”. Non lo so.

PF: Lavorando tanto, questo sì. E questo è un messaggio per i miei studenti che stanno ascoltando.

DFV: Questo sì, lavorando tanto. Però divertendomi.

PF: Deanna, è arrivato il momento della raffica!

DFV: Ullalà!

PF: Allora, le ricordo: le regole sono dieci domande secche, però le do due bonus. Una la può passare se vuole e una la può argomentare, mi può spiegare la risposta.

DFV: Vediamo.

PF: Moda italiana o moda francese?

DFV: Moda italiana, sempre.

PF: Moda americana o moda inglese?

DFV: Moda americana.

PF: Le regalo una giornata libera: gita fuori porta o biblioteca?

DFV: Biblioteca.

PF: Una cena ideale tra amici, a casa o in trattoria?

DFV: Possibilmente a casa.

PF: Deve fare una vacanza alla scoperta della natura in Italia o in un paese lontano?

DFV: In Italia.

PF: Per far capire la maglieria agli studenti è meglio usare la lana o il cotone?

DFV: Beh, la lana, il cotone è troppo rigido, poi arriverà.

PF: La sperimentazione più estrema nella maglieria si fa con i colori o con il nero?

DFV: Con i colori.

PF: Sì, però anche con il nero sono sicuro che le hanno fatto fare certe cose…

DFV: Sì, però la maglia porta colorato.

PF: La maglia è festa. La maglia del futuro: fibre naturali o fibre sintetiche?

DFV: Secondo me tutte e due, preferibilmente naturali.

PF: Meglio fibre riciclabili o fibre biodegradabili?

DFV: Biodegradabili.

PF: L’ultima domanda: Parmigiano Reggiano o Grana Padano?

DFV: No, Parmigiano Reggiano!

PF: Di questa immaginavo la risposta, però gliel’ho dovuta fare. Per chiudere, una domanda che faccio a tutti gli ospiti di Parola Progetto: ci consiglia un libro per lei importante che dovremmo leggere anche noi, qualsiasi tipo di libro, un romanzo, un saggio, un catalogo, un libro bello per lei?

DFV: Le storie. Anche gialli, dai.

PF: Mi piace.

DFV: Anche i gialli di Agatha Christie.

PF: Ok, bello, i gialli di Agatha Christie non li aveva ancora detti nessuno a Parola Progetto.

DFV: Meno male. Grazie Deanna, grazie ancora.

DFV: Grazie a lei, grazie infinite.

 

 

 

Puntata registrata a Roma il 12 febbraio 2026 e pubblicata il 16 febbraio 2026.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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