Parola Progetto About
STAGIONE 8 — EP. 7

Monica Bolzoni: la moda che sottrae fino all’essenza

03/2026 — 34:49
Modularità, semplicità e sottrazione: sono questi i pilastri della moda di Monica Bolzoni.
Con Bianca e Blu – un negozio e una linea di abbigliamento entrati nel mito – ha riscritto le regole di un settore, percorrendo con coerenza e rigore una strada tutta sua, fino a diventare il prototipo di una moda che dialoga con il design e l’arte.
Al centro del suo abbigliamento ha sempre messo il corpo e il piacere di vestirsi, per una moda per trent’anni è stata sinonimo di oggetti pensati per durare. In un dialogo a tutto tondo, Monica racconta a Parola Progetto la sua visione e il suo metodo con rara generosità. Un invito a non aver paura di cambiare rotta, a non smettere mai di cercare, a definire una propria voce chiara, personale, indipendente.

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I link dell’episodio:

– L’account Instagram di Monica Bolzoni Bianca e Blu https://www.instagram.com/monicabolzonibiancaeblu/

– La mostra “Bianca e Blu Monica Bolzoni. Storia e narrazioni di una moda designer” presso il Museo della Città di Rimini (2012) https://zonemoda.unibo.it/bianca-e-blu-di-monica-bolzoni-2/

– La mostra “Poetica del semplice. Moda e design secondo Monica Bolzoni/Bianca e Blu” presso La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (2022) https://gnamc.cultura.gov.it/en/event/poetica-del-semplice-moda-e-design-secondo-monica-bolzoni-bianca-e-blu/

– La mostra “Monica Bolzoni. Il modulo” presso La Triennale di Milano (2024) https://triennale.org/eventi/monica-bolzoni-modulo

– Il libro “Marcel Duchamp. La vita a credito” di di Bernard Marcadé https://www.ibs.it/marcel-duchamp-vita-a-credito-libro-bernard-marcade/e/9788860103741

– Il libro “Le Grand Meaulnes” di Alain-Fournier https://it.wikipedia.org/wiki/Il_grande_Meaulnes

– Il libro “Mademoiselle de Maupin” di Théophile Gautier https://it.wikipedia.org/wiki/Mademoiselle_de_Maupin

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto.

Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.

Ed eccoci qua.

Se c’è una parola capace di descrivere il lavoro di Monica Bolzoni, la nostra ospite di oggi, quella parola è “misura”. La misura si trova in un metodo di progettare abiti e accessori che unisce in modo magistrale moda e design, a partire dai suoi primi progetti degli anni Ottanta, tutti incentrati sulla massima semplificazione, sulla modularità, su una ricerca dei materiali che mette sempre al centro il corpo.

La misura è quella che le ha consentito di coordinare le collezioni di Fiorucci, ma anche di aprire negozi come Bianca e Blu e altri ancora, che hanno sperimentato con l’architettura, la cultura e con le relazioni.

La misura è quella della discrezione con la quale calibra la sua presenza, nonostante sia stata protagonista di mostre monografiche al Museo della Città di Rimini, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, alla Triennale di Milano.

La misura è quella di una moda essenziale che si basa sulla geometria, che predilige una pulizia estetica che è anche spazio mentale.

Oggi con Monica parleremo del suo percorso stilistico e imprenditoriale, del rapporto tra designer e utenti, dell’importanza degli archivi e di come moda e design si possono alimentare a vicenda.

Grazie di essere qui, Monica, e benvenuta a Parola Progetto.

MB: Grazie. 

PF: Partiamo dagli inizi, Monica, qual è stata la tua formazione?

MB: Non accademica, sicuramente è stata più di esperienza, letture, cinema, arte, teatro, perché non ero di Milano, non abitavo a Milano. Quando sono arrivata è stato magnifico, era New York per me all’epoca, ed è stato magnifico poter divorare tutto da subito, [fin] da ragazzina proprio, per cui quella è stata la mia formazione.

PF: E alla moda, come ci sei arrivata?

MB: Alla moda ci sono arrivata quasi subito, nel senso che, quando ho cominciato a lavorare per questa ditta francese, Franck Olivier, lì è stata la prima emozione di moda, però io ce l’avevo già, ce l’avevo sempre sentita, per cui mi è venuto sempre naturale.

Mi è venuto naturale poi quando Fiorucci mi ha cercato, mi ha voluto per New York, per l’Italia prima e poi per New York. È stato di nuovo bello, facile e arricchente, molto, molto arricchente, perché da Fiorucci era un’esperienza di grande libertà e proprio di grande esperienza.

Fa conto che, in questo negozio che io dovevo aprire, mega negozio, mega, enorme, c’erano artisti, performance di artisti continuamente, attori, passava tutto l’underground, passava di lì, passava, sostava e veniva. Fa conto che Warhol ha presentato il suo Interview da noi, era un tempo straordinario.

PF: Voi avevate la percezione che era un momento raro?

MB: Sì, ma non così tanto come è venuto poi, perché c’erano stati prima gli anni 60, che anche erano stati molto importanti in America, e poi c’erano stati anche gli anni 50, cioè ogni decennio c’era qualcosa di nuovo. Per cui, in quel momento, c’era quello, certamente là, non qui in Italia. In Italia c’erano gli anni di piombo, per cui io sono andata proprio per trovare leggerezza, per trovare qualcos’altro.

Ed è stato, come dire, super formativo, soprattutto anche l’esperienza della strada, lo spazio aperto, che è diverso dai negozi. Era un luogo di esperienza, era un luogo di esperienza condivisa, appunto come dicevo, con l’underground newyorkese, ma sempre nell’improvvisazione, sempre nell’arricchimento reciproco, ecco.

Ma tutto questo era naturale, veniva così, le cose avvenivano da Fiorucci in maniera naturale e in maniera naturale ci si proponeva tutti, però non solo Fiorucci, tutti, anche tutto l’underground, che era grato di trovare uno spazio così.

PF: Quindi non era una boutique, diciamo chiusa, ma era più una discoteca?

MB: In tutto non era una boutique. Noi si portava l’italianità là, si ballava il tango in vetrina, c’era Colette a letto, addormentata, con le lucine accese in vetrina mentre dormiva. Era un polo d’attrazione, era un divertimento ed era uptown, tra 59 e Lexington, non downtown, non c’era bisogno di essere downtown all’epoca, cioè potevi essere anche up.

PF: Qui stiamo parlando degli anni tra il 75 e l’80.

MB: Prima ero in Italia, che è stato importante, perché [Fiorucci] mi ha lasciato fare quel che volevo.

PF: Se dovessi dire [qual è stat] la lezione più importante che hai imparato da Fiorucci, immagino ce ne siano tante…

MB: Relazionarmi e giocare con tutti, sì, questa cosa ludica di questa idea. Poi io ho fatto tutt’altro, ho fatto un femminile che lui non faceva, ho fatto, ho fatto tutt’altro.

PF: Non ti ha insegnato un metodo?

MB: No, no, metodo mai, perché lui era tutto tranne che metodo. Era un eccesso di idee, le rincorrevamo. No, lui mi ha insegnato il coraggio di osare.

E Fiorucci mi ha dato il limite, cioè io non avrei più lavorato per nessun brand. Ok, deciso. Dopo Fiorucci nessuno poteva essere così interessante e, in quel momento, nessuno era così interessante. Al massimo avrebbero potuto cercare di rincorrere quello che aveva già fatto lui.

Per questo ho rifiutato anche molte occasioni di proposte interessanti, interessanti da un punto di vista del compenso, insomma, perché Fiorucci era una carta d’oro. Ma io sono venuta via lo stesso, perché ho capito che l’America, essendo massificata, cominciava a ricercare la tradizione: non c’era più artigianato, non c’era più niente, era tutto massificato.

Poi c’erano delle punte di avanguardia, ma molto cheap, molto sperimentali, parlo della moda. Magari [i vestiti] erano cuciti male, magari [i designer] facevano qualcosa, ma niente di interessante.

Io ho detto, ma se l’America va, se New York, più che altro, va in questa direzione, beh, io torno a casa, dove c’è ancora l’artigianato e dove c’è la tradizione. E poi c’è la mia tradizione, e per questo sono tornata.

PF: Torni a Milano tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80.

MB: Fine 70. E non so cosa fare. Non lavoro, non so cosa fare, perché rifiuto di rifare quello che ho già fatto male. Ma sono troppo ricca, ricca di idee, di esperienza, per cui, sapendo che potevo fare molte cose, [avevo] la difficoltà che hanno spesso tutti gli studenti, quella di capire la cosa: qual è la cosa, qual è la via, qual è la tua cosa più semplice, più facile, quella che senti di più, quella che sai di poter fare.

Fino a che un giorno mi hanno proposto un negozietto, BB1, che si chiamava Bianca e Blu, che sarebbe scomparso insieme al nome, e ho pensato di prenderlo, di farlo mio nel frattempo, mentre ancora ragionavo su cosa fare. Per cui è nato del tutto per caso.

Non ho voluto fare marketing, utilizzare il marketing, per cui [ho fatto] il contrario: non ho messo scritte fuori, non ho cercato il nome. Bianca e Blu, che era [un nome] assurdo, non esisteva in quel periodo. In quel periodo i nomi erano tutti inglesi, dovevano essere inglesi, dovevano essere strani, dovevano essere diversi. Però questo era ambiguo, era semplice, era fresco ed era femminile e maschile.

Dunque ho detto: va bene così, cioè non voglio dedicare tempo al nome, non voglio il marketing, le regole del marketing, perché già avevo deciso di non fare una cosa come i marchi.

PF: Esatto. Quindi non [volevi] fondare un brand.

MB: No, no, io proprio non volevo. Il brand per me era una cosa finita. Davi, prendevano e poi basta. Però sapevo che volevo conoscermi, volevo essere unica, sicuramente volevo divertirmi, volevo semplicemente divertirmi e fare in libertà. Cioè, praticamente, quello che faceva Fiorucci, non c’era nessuna differenza. Per cui ho accettato di prendere questo piccolo negozio.

PF: Non era solo un luogo di vendita, ma era anche un luogo di incontro.

MB: Di incontro e di gioco, da subito. Tant’è vero che ci sono le foto di Maria Mulas, che fotografava una Miuccia [Prada] vestita con i miei abiti, mi faceva da modella, per dire. Non c’era ancora la Prada [che conosciamo oggi], non c’era ancora. Io fotografavo, facevo polaroid a tutti. Queste cose le ho portate da New York: facevo polaroid a tutti, poi le attaccavo [al muro], poi le davo loro. Insomma: gioco, assolutamente gioco.

PF: Veniamo al presente. Secondo te manca questa dimensione nel retail di moda?

MB: Totalmente. Mi sembra che ci sia proprio il contrario, cioè il negozio deve impressionarti, devi essere a servizio del negozio, non il negozio al servizio tuo.

PF: Per quello che invece riguarda il design dello spazio fisico, qual era la tua idea?

MB: BB1 l’ho tenuto com’era, perché non avevo soldi, per cui dovevo inventarmi. L’allestimento non era la cosa principale, quello che mancava era la moda. Mancava una certa moda, non un allestimento. Mancava la moda, perché? Perché la moda, in quel momento, era completamente diversa, era la moda degli anni 80, sproporzionata per me, non di corpi reali.

Non c’era il total look, ognuno faceva qualche cosa: per dire, la Prada faceva le borse e un po’ di scarpe, Armani faceva il tailleur, Krizia faceva i maglioni, per cui mancava un total look e, soprattutto, mancava il femminile. Quello che io conoscevo come Fiorucci, che avevo fatto in tempo a conoscere. Per cui [mancava] la lingerie, gli accessori.

Io giocavo già con i tessuti, con il tessuto non tessuto, con degli Harry’s Tweed bellissimi che facevo arrivare dall’Inghilterra, col PVC. Ho cominciato subito a usare materiali [insoliti], anche questo mi veniva da Fiorucci, chiaramente.

PF: Invece, per quello che riguarda le forme, diciamo la modellistica o comunque la forma dell’abito, hai sempre privilegiato una grandissima geometria.

MB: Prima di tutto ho privilegiato una modelleria. La diversità dei modelli nasceva dalla necessità dei corpi, dall’avere cura dei corpi. Io, quando ho cominciato, mi sono resa conto che dovevo crearmi un metodo. Ho cominciato in maniera spontanea, semplice, spontanea, vedendo le reazioni. Mi era chiaro che erano quelle giuste, sapevo che mancavano tutte queste cose.

Anch’io facevo il tailleur in otto colori di Shetland, però era fatto da un sarto da uomo ed era di proporzioni normali. E per cui ho cominciato subito a farmi un ufficio con la modelleria.

Il negozietto è durato poco e l’ho chiuso solo perché era troppo lavoro. La reazione è stata molto buona e, chiaramente, uno spazio così piccolo, con due ragazzi in negozio, due altre persone, non ci stavamo, per cui ho dovuto aprire il BB2. C’era un [negozio di] antiquario. Era molto bello, molto alto, con dei buchi [nel muro], e a me è piaciuto molto. Gli ho chiesto, per favore, di andare via, di lasciarmelo.

PF: Sempre in via De Amicis, quindi era proprio accanto.

MB: C’era un portone in mezzo, di qua [il civico] 1 e di qua [il civico] 2. Lui, molto carinamente, me l’ha lasciato. Quello l’ho progettato io. In che modo? Avevo un grande libro antico di [Georg] Ebers, con delle immagini meravigliose dell’Egitto antico. C’era questa atmosfera di aree all’esterno, con un grande albero e le righe bianche e grigie.

Dunque io ho detto: “Questo è il negozio”. Allora sono venute tutte le righe nella parte alta, bianche e grigie, con dentro tutte le radici, perché mettevo le radici, ero tornata a Milano e avevo deciso di mettere le radici, per cui c’era inciso dentro, tipo Plasmon, non so se ti ricordi.

PF: Sì, sì, il marchio della Plasmon, certo.

MB: Ecco, c’era [iscritto] “Monica Bolzoni, Bianca e Blu, Via dei Amicis 53, il telefono”, tutto intorno. Sotto, al centro, un divano tondo con un albero, con dentro un albero che man mano cambiava. All’inizio era una palmetta altissima che arrivava al soffitto, dove si sedevano gli uomini in genere, gli accompagnatori, o le amiche che accompagnavano.

Poi c’era lo show e una cabina di specchi che ha copiato da Chanel, quella che lei aveva.

PF: Sì, nella scalinata di Rue Cambon.

MB: Io l’ho rifatto in una cabina grande di specchi sopra, specchi sotto, specchi da tutte le parti. Il camerino soltanto fin qui [MB indica la vita, ndr], per cui erano tutte mezze nude quando uscivano poi a prendersi i cappelli, andavano a prendersi i capelli, le [altre] cose, i guanti e i bijoux per provarseli. Ogni tanto c’erano anche incidenti tra quelli che passavano, perché gli specchi poi riflettevano tutto.

PF: Per cui da fuori vedevano.

MB: Ma [le clienti] erano molto divertite. E poi c’era musica sempre, musica dal mondo, per cui canti cinesi, dalle Antille, qualsiasi cosa. E poi in alto, dalle nicchie, si vedevano degli abiti molto belli, originali vintage. Non so, Chanel, Balenciaga, Courrèges.

PF: Erano in vendita anche quelli?

MB: No, quella era la mia collezione personale. Come ispirazione, no? Che per me erano un po’ gli archetipi. Poi c’era l’acqua che scorreva, c’era una fontanella dietro, per cui si sentiva l’acqua, perciò era una esperienza in divenire.

In più, era proibito vendere [per vendere]. Io dicevo alle ragazze – che non erano commesse, erano tutte ragazze molto carine – dicevo sempre: “Non bisogna vendere per vendere, non ci interessa vendere. Proponiamo, si propone, si è sincere e si propone. [Il capo] si vende da solo, non c’è bisogno di vendere”.

E così era, per cui le donne si divertivano, potevano provare tanto. Io volevo che provassero, che si vedessero davanti allo specchio, che si trovassero e che trovassero il loro abito pensiero. Venivano aiutate per trovare quello che loro non sapevano, perché si riconoscevano in questo modo, capisci?

Gli accessori erano fondamentali per questo, perché con gli accessori potevi cambiare e diventare molto più facilmente personaggio. E io le aiutavo proprio, io e le ragazze le aiutavamo proprio a fare l’esperienza, in maniera che poi, quando [la cliente] trovava il proprio abito (perché lo trovava, quello che era suo), quello diventava un pezzo d’affezione.

E diventava anche il primo pezzo modulare, perché poi i capi diventavano dei basic. Venivano richiesti da tre generazioni, perché venivano donne giovani, ma anche le figlie, ragazzine, come le mamme. In questa cosa, il design mi ha sempre aiutato, per cui bastava cambiare il colore o le lunghezze o piccoli dettagli che tu potevi vestire tre generazioni, capisci? Cioè andavano bene, perciò era molto lavoro ed era molto bello, ma anche molto faticoso, impegnativo.

PF: Hai lavorato sempre tanto sugli archetipi, quindi il tailleur, il grembiule, le uniformi. Qual è il rapporto tra questo tipo di vestire e la libertà delle donne?

MB: La scelta. Per poter scegliere e non pensare: “Adesso, quest’anno si usa”. Cioè, tu scegli. Essendo sempre stata io, chiaramente c’era una coerenza incredibile in me e nel tempo, perciò tutto era collezionabile, sovrapponibile e collezionabile.

Questo voleva dire che, anche se non costavo poco, mi hanno permesso di mantenere la struttura. [Le clienti] non hanno mai fiatato su prezzi delle cose, che erano medi, non bassi. Perché questo? Perché sapevano che era un investimento, che poi sarebbe durato, l’avrebbero messo nel tempo, sempre.

Facendo un lavoro in un certo modo, i capi diventavano dei pezzi d’affezione che duravano nel tempo. Poi me lo richiedevano facilmente, perché andava bene. Per me era faticoso, perché io avevo bisogno di continuare a fare anche il nuovo.

PF: Una cosa che mi ha molto colpito, anche vedendo il tuo lavoro nelle mostre, nelle riviste, è tutto il discorso del packaging. Non sempre viene considerato importante nella moda: ci si limita al sacchetto [di carta] e basta.

MB: A me piacciono i materiali e i tessuti. Con quelli io facevo l’allestimento interno. Io ho sempre fatto i miei allestimenti con l’atmosfera del momento, con quello che erano i tessuti del momento, i materiali del momento.

Per cui, se facevo i vestiti di nylon, avevo il vestito di nylon, le shopper delle varie misure, facevo le tende di nylon, il nylon del vestito, uguale. Così ho fatto con tutti i materiali, anche la bandiera fuori.

Per cui la bandiera, il packaging, l’allestimento era una cosa sola. Si creava l’atmosfera, ma era per me più semplice, estremamente più semplice: avevo il materiale, lo dovevo solo declinare.

PF: È un metodo di progetto che – se pensi alla moda di adesso, la moda più canonica invece – è legato alla la ripetizione dello standard. Tu facevi esattamente il contrario.

MB: È la povertà. Io stavo benissimo, cioè guadagnavo, per carità, però non da brand. Facevo i conti giusti per mantenere [la struttura], mi interessava mantenere la mia struttura e la libertà, perché la mia struttura mi dava libertà. Per questo ho sempre usato tutto, anche gli scarti. Con gli scarti ci facevo, non so, una cravattina, quello che una volta era normale.

PF: Certo, parli di scarto. Adesso ci sono collezioni intere che si basano sullo scarto, sullo scarto di produzione. Si fa una gran fanfara sulla sostenibilità, sull’economia circolare. Nel tuo modo di progettare, correggimi se sbaglio, era automatico.

MB: Io ero chilometro zero. Veniva naturale, chilometro zero. Non avevo neanche la macchina [l’automobile, ndr] all’inizio, per cui dovevo fare chilometro zero perché era più facile per me. Non si buttava via niente perché diventavano tirelle di archivio, perché nel frattempo ho cominciato a costruire l’archivio, dal primo giorno, per cui avevo tutti i cataloghi con tutti i tessuti, i materiali, tutti in ordine. Ma era un altro lavoro.

Poi venivano giornaliste, non ti dico tutti i giornali, Vogue in primis, ma tantissime redattrici, perché mancavano gli accessori, soprattutto gli accessori per costruire storie e per personalizzare i brand. Se tu hai quel taglio lì, quel taglio è uguale per tutti i fotografi. Con me potevano personalizzare, soprattutto Vogue che aveva anche delle giornaliste molto brave come [Manuela] Pavesi, che era lì tutti i giorni a prendere cose.

Da me era un po’ il cappello del coniglio: veniva fuori di tutto, perché poi avevo anche la mia ricerca personale e dunque si potevano costruire delle storie bellissime. Uno diceva: “Devo fare Cenerentola”? Bellissimo, tac.

PF: E qua torniamo al discorso sia della personalizzazione che del gioco, anche del divertimento.

MB: Però per me [è uguale] la personalizzazione della cliente, come della giornalista, come dell’artista.

PF: Ma è vero che nel 2002 hai chiuso il negozio per due mesi perché dovevi andare a fare ricerca?

MB: No, non dovevo andare a fare ricerca. Ho fatto due vetrine bellissime (perché io avevo doppie vetrine), le ho fatte molto belle. Poi c’era un cartello che diceva: “Gentili clienti, chiudo per due mesi per creare cose nuove”. Ma io intendevo per me, dentro di me, non andare a fare la ricerca perché devo andare a comprare altre cose. Era tutta un’altra cosa.

PF: Però è vero che comunque tu hai detto: “Chiudo per due mesi e faccio quello che devo fare”.

MB: Sì, per creare cose nuove. Io sentivo il bisogno di un nuovo che non sapevo ancora che era un nuovo che si avvicinava alla fine, diciamo, del mio percorso. Perché poi questo nuovo c’era, ma non mi soddisfaceva più così come all’inizio, non era più quel nuovo lì, l’avevo già fatto bene perché erano già [passati] 20 anni e più.

Allora arriva una giornalista e io non capisco. Dico: “Scusi, ma come mai le interessa questa cosa?” E lei mi ha detto: “Beh, ma con quello che costano gli spazi!”. E lì ho capito proprio che avevo a che fare con l’America.

PF: Certo, infatti poi ne ha scritto l’Herald Tribune di questa chiusura, giusto?

MB: Sì.

PF: Per te gli archivi sono molto importanti. Tu hai un grande archivio.

MB: L’archivio è la mia scatola magica.

PF: Racconta.

MB: È l’archivio la mia scatola magica, perché conteneva già tutto. L’archivio l’ho fatto sempre io. Ero io la modella dei miei capi, perché ero un corpo normale, non perfetto. Provavo tutto io. Si lavorava sul mio corpo. Per la vestibilità era fondamentale.

Il corpo sta in un rettangolo, può essere più o meno grande, ma è un rettangolo. Però nel rettangolo ci puoi stare perfettamente dentro, scavando, oppure ne esci fuori.

PF: Se hai i fianchi larghi…

MB: Esci, per cui hai bisogno di un triangolo, perché non si veda il fianco, non si vede più. Tu sei proporzionata perché è la forma [giusta]. E lo stesso nella parte alta. Questo modo di lavorare mi ha permesso di studiare delle forme per corpi perfettamente proporzionati. Si chiama Brigitte. Non hai visto la mostra della Triennale?

PF: Sì, come no.

MB: Allora forse ti ricordi che c’era un vestito di velluto nero e lo stesso in PVC. Quello lì si chiama Brigitte, perché era perfetto e lì devi avere delle proporzioni perfette. Poi però ce n’era un altro che faceva così, col collo alto, con dei buchi, che però faceva così e lì ci sta anche un corpo imperfetto.

Dunque, avendo già nell’archivio tutte le forme, tutte le sovrapposizioni, io facevo i trench, le camicie bianche, la camicia uomo, e queste c’erano sempre. Era tutto a rotazione. [Lo stesso per] le gonne, per cui la gonna trapezio, la gonna dritta, la gonna corta, la gonna lunga, la gonna midi. Cioè, non c’era mai “quest’anno ti presento la tendenza”, come fanno le sfilate, “presento la gonna lunga”, eccetera. C’era anche [questo, perché] insieme c’erano le cose nuove, ma dovevano tutte stare bene in quello spazio. Questo avveniva perché ero sola, cioè ero io.

PF: Tu ti riconosci di più nel concetto di semplicità, in quello di minimalismo o in nessuno di questi?

MB: No, io mi riconosco senz’altro — come mi hanno descritto — nella poetica del semplice. Il semplice è la durata nel tempo, che non è minimalismo.

PF: No, perché il minimalismo toglie l’emozione, il semplice la mantiene.

MB: Il semplice lo ricavi.

PF: Esatto.

MB: È sottrazione continua, la sottrazione fino all’essenza. Quello è il semplice. Per cui è lavoro, fidati, anche se a me veniva facile. Facile, ma lavoravo tanto.

PF: Chiaro. Poi ci vuole una grande costanza, ci vuole un rigore.

MB: Io ho lavorato tanto. Poi a un certo punto ho detto: “Ma no, basta, fermo la macchina”. L’archivio è fatto di molti capi di tutti i tipi: dalla lingerie, accessori, tessuti, materiali, molti documenti, foto, arte, cataloghi, tanto tanto video e tanta documentazione di tutto il lavoro. Ci sono proprio tantissimi documenti.

PF: Disegni?

MB: Io ho disegnato pochissimo nella mia vita perché non mi interessava disegnare, mi interessava fare. Io facevo disegnare dopo che avevo fatto il vestito, quando era finito. Avevo un amico che disegnava molto bene e lui doveva disegnarmeli, perché erano proporzionati, perfetti. Si usavano invece gli schizzi con le gambe lunghissime; la scuola non insegnava le proporzioni del corpo. Io avevo una mia bambola, un mio corpo, e si disegnava su quello, perché si vedeva esattamente dove erano i punti importanti e questo insegnavo anche a scuola.

PF: Il fatto di essere sempre stata un po’ pioniera in questo settore ti ha fatto sentire sola o non capita qualche volta?

MB: No, non capita mai, devo dire; ero capita benissimo. Però io penso che si capisse molto bene che io dovevo giocare da sola, che era il mio gioco. Sono stata anche esplicita con chi è venuto a cercarmi, però io avevo ragione: io questo gioco non potevo farlo [con altri]. Qualche volta mi sentivo sbagliata. Dicevo: “Ma perché non cerco un modo più semplice?”, perché era molto faticoso. A me non pesava la fatica perché mi divertivo, per cui lo facevo; però, in realtà, non lo farei mai più quello che ho fatto, perché veramente era troppo lavoro. Facevo troppe cose e io riuscivo a farle non so come, ma proprio per una forza che mi veniva dalla passione. Dovevo capire chi ero. Io questo percorso l’ho fatto per sapere chi ero e basta. Infatti è finito quando mi sono vista. Fine. Perché è così, ma non lo sapevo durante. Sapevo che facevo delle cose giuste perché mi venivano a copiare facilmente; era normale, sembrava uno showroom aperto. Tutti potevano venire, uno compra, rifà oppure nota. Era la strada giusta, che era quella del vintage, quella che poi hanno fatto un po’ tutti: della tradizione, del classico. Classico per me, il mio era un classico nella mia testa.

PF: Che poi è diventato avanguardia in automatico.

MB: Quando mi chiedevano “che moda fai?”, dicevo: “Il classico, classico a modo mio però”. Io non sapevo di voler fare un progetto artistico, io sapevo solo che volevo divertirmi e mettere il mio mondo a disposizione, ma non sapevo neanche quale fosse il mio mondo. Lo sai quando lo vedi, lo tiri fuori, cioè è normale. Per cui questo è stato. Adesso questo archivio dovrebbe trovare un’altra strada, perché francamente io ho dato. Non vorrei buttarlo via chiaramente, però non vorrei continuare a lavorarci sempre io. Per cui lo faccio volentieri, ma non so per quanto.

PF: Monica, è arrivato il momento della raffica! Ti ricordo le regole: sono dieci domande, completamente a sorpresa. Mi aspetto delle risposte secche, però ti do due bonus: una la puoi passare, se proprio non vuoi rispondere, e una la puoi argomentare, se devi approfondire o se mi vuoi spiegare le ragioni. Sono dieci, partiamo. Una serata di svago: cinema o teatro?

MB: Cinema. 

PF: Una settimana di vacanza: vai verso est o verso ovest? 

MB: Est e ovest. 

PF: Una settimana di ricerca: vai verso nord o verso sud? 

MB: Nord e sud. 

PF: Qui la curiosità proprio ti porta dappertutto, è bellissima qusta cosa. Per capire il mondo meglio un libro o un quotidiano?

MB: Io preferisco i libri. Sono stati formativi per me. E se vuoi, quando vuoi, ti dico quali.

PF: Ok. Materiali naturali o materiali artificiali?

MB: Naturali e artificiali. Un po’ noioso questo.

PF: Va benissimo. Moda fatta a mano o moda fatta a macchina?

MB: No. Moda fatta a macchina con dettagli a mano.

PF: Ok. Per progettare, se devi fare un progetto, meglio la matita o meglio un collage?

MB: No, la matita perché io ho una scrittura molto, molto veloce, velocissima.

PF: Ragioni con la matita.

MB: Ragiono con la matita, sì, è una grammatica.

PF: Il negozio ideale, con vetrina o senza vetrina?

MB: No, no, con vetrina.

PF: Nel design conta di più l’ispirazione o l’intuizione?

MB: Io sicuramente ho intuizione, questa me la riconosco, anche parecchia. E anche l’ispirazione.

PF: Per far felice una donna, fiori o vestiti?

MB: Vestiti.

PF: Me l’aspettavo questa risposta. Allora Monica, la domanda finale, classica del podcast: qual è un libro per te importante che dovremmo leggere anche noi?

MB: Che sicuramente avrai letto tu e tanti altri prima di me, però io credo che “Marcel Duchamp. La vita a credito” [di Bernard Marcadé] sia un bellissimo percorso di grande ispirazione.

PF: Invece non l’ho letto, pensa un po’. Adesso guarda, esco e vado subito in libreria.

MB: Mi sono ritrovata in molti momenti alla fine, mi ha ispirato. Poi ci sono libri che hanno ispirato me in gioventù e sono “Le Grand Meaulnes” di Alain-Fournier, che non so se hai letto.

PF: No, neanche questo.

MB: Sono sull’avventura, sono romantici. “Mademoiselle de Maupin” di Théophile Gautier, sempre dei romantici comunque. Poi Pinocchio. Però Pinocchio mi rendo conto che lo ritrovo molto spesso e volentieri nel mio lavoro.

PF: Grazie Monica.

MB: Grazie.

 

 

Puntata registrata a Milano il 12 marzo 2026 e pubblicata il 25 marzo 2026.

La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.

 

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