I link dell’episodio:
– Il sito di Naessi https://naessi.com
– Il ristorante Santo Palato https://www.santopalatoroma.it
– Il libro suggerito da Alessandro, “Interrogative Mood” di Padgett Powell https://bit.ly/3QjwAwl
– Il libro suggerito da Eleonora, “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar https://it.wikipedia.org/wiki/Memorie_di_Adriano
PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto.
Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.
Ed eccoci qua.
Oggi siamo a Roma per una nuova puntata live di Parola Progetto e qui accanto a me ci sono Eleonora Carbone e Alessandro D’Angeli, fondatori e anima pulsante dello studio Næssi.
Lo studio è nato a Roma nel 2020, quando Eleonora e Alessandro hanno deciso di far coincidere le proprie carriere precedenti, nell’architettura e nel design, per iniziare a progettare insieme. Come suggerisce il nome, Næssi lavora sui collegamenti, sulle connessioni, che prendono la forma di oggetti, spazi, grafiche, progetti editoriali e persino caffè. Tra produzioni indipendenti e lavori su commissione, in questi anni hanno realizzato sedie, tavoli, librerie, bicchieri, caraffe, decanter, ma anche negozi, bar e ristoranti. Insomma, tutti gli oggetti del design più classico, ma con un punto di vista e un metodo che classici non sono.
Il loro lavoro è stato esposto alla Galleria Rossano Orlandi, Cantiere Galli Design e in fiere quali Fuorisalone, Lake Como Design Festival, Venice Glass Week, Edit Napoli, Three Days of Design a Copenaghen fino ad arrivare a Città del Messico e New York.
Con loro questa sera parleremo di connessioni e relazioni, di artigianato e industria, di rispetto e di decisione, alla ricerca di forme di design capaci di parlare la lingua di oggi.
Ciao Eleonora, ciao Alessandro, benvenuti a Parola Progetto.
EC: Ciao Paolo, grazie per l’invito.
ADA: Ciao Paolo.
PF E soprattutto grazie pubblico, fatevi sentire. Io amo moltissimo la dimensione dei live, è bello parlare anche in studio, ma dal vivo c’è quella spinta in più che fa sempre piacere.
Partiamo dal nome, che so che è una questione fondamentale, Næssi, con la legatura tra la A e la E, quindi Naessi. Quella A e quella E costituiscono un grafema composto da due lettere, che inizialmente nasce come una semplice legatura, ma in alcuni alfabeti è una lettera vera e propria, ad islandese, faroese, norvegese e danese. La troviamo ad esempio nelle tastiere danese e norvegese. Non so se vi è capitato di andare in Danimarca o in Norvegia, insomma l’avete trovato su una tastiera, proprio dove noi abbiamo le accentate, lì in fondo a destra. Quindi c’è un po’ di Nord Europa sicuramente, però questo grafema lo troviamo anche nel latino classico, nel latino medievale e qui a Roma, ad esempio, si vede in molte iscrizioni, e nei siti archeologici. Quindi oltre al nord Europa nel vostro nome c’è il Mediterraneo.
Quindi immagino, correggetemi se sbaglio, che questa cosa strana l’abbiate scelta per sottolineare unione, legame, appunto, in essi le connessioni. Quindi non solo tra voi due, perché siete una coppia anche nella vita, ma anche tra le discipline, le cose che vi piacciono. Ma io ci leggo anche altro. Siete romani, con base a Roma, ma il vostro lavoro spesso parla un linguaggio formalmente molto pulito, un po’ nordeuropeo. Quindi vi situate, perdonate quello che sto per dirvi, tra fori e fiordi, quindi tra Mediterraneo e Nord Europa. C’è del vero in tutto quello che ho appena detto?
EC: Allora sì, sicuramente c’è del vero. La legatura è un simbolo, quindi il nostro desiderio era prima di tutto avere un nome comprensibile in italiano. Ci affascinavano molto i nomi esotici, quindi sicuramente l’inglese ci sarebbe piaciuto molto, però poi ci siamo detti “come facciamo a dire chi siamo?”. Quindi, la scelta è andata su un nome, una parola italiana, che poi abbiamo manipolato e trasformato.
Di fatto abbiamo fatto un’operazione di design un po’ con la lingua, scegliendo un simbolo che è esattamente quello della legatura, quindi quello della connessione. Il tema su cui ci siamo scontrati (perché poi magari ne parleremo, però tutte le decisioni a cui arriviamo arrivano sempre da una grande dialettica) è stato sul plurale perché è un nesso piuttosto che nessi. Ale, che è molto estremo sulle cose, ha detto “ma con uno solo che ci facciamo? Noi dobbiamo fare tanti nessi, dobbiamo farne tante di connessioni”. Quindi l’abbiamo battezzato. Non è stato così semplice, ma è successo.
PF: Ale, è la storia vera questa?
ADA: Sì, cerchiamo di parlare di complessità, di complessità delle connessioni. Poi sicuramente il mondo nordico c’è, non da un punto di vista prettamente stilistico, ma più da un punto di vista metodologico, di affinità elettive. Secondo noi, anche di rituali che poi abbiamo ritrovato un po’ dopo anche nel mondo del caffè e quant’altro. Questo è il mondo nordico che ci appartiene. In realtà, poi, siamo italiani e lavoriamo in Italia, ci piace il Mediterraneo.
EC: E comunque, “tra fori e fiordi” credo che lo useremo.
PF: Ovvio, io vorrei che fosse la
EC: Nella nostra biografia imminente. Scherzo.
ADA: In una canzone.
PF: Almeno il titolo di questa puntata. Dai fori ai fiordi.
EC: Andata!
PF: Qual è il primo passo che fate quando un’azienda vi chiede un progetto? Parliamo di metodo.
EC: Noi giochiamo e diciamo spesso che non ci viene mai fatta la domanda giusta. Quindi il punto di partenza è un po’ analizzare la domanda. Ma come lo facciamo? Con uno strumento diabolico, che è una lista. Noi abbiamo un file che abbiamo creato all’apertura dello studio, quando abbiamo parlato di metodo, che contiene circa 150 domande, che poi manipoliamo, sottraiamo, aggiungiamo, quindi customizziamo ovviamente in base alla persona, al brand o a chiunque abbiamo di fronte. Ma diventa un brainstorming molto forzato, molto intimo, molto… un po’ aggressivo forse, perché comunque chiediamo cose che chi ci sta raccontando il proprio progetto, chi ci vuole coinvolgere, non ci dirà mai. Nel momento in cui tu fai una domanda, anche un silenzio è una risposta. Quindi questo è il documento di cui tutti hanno paura dopo che firmano il contratto.
PF: Fammi qualche esempio di domanda terribile che fate.
EC: Per esempio in un gruppo di persone, un’azienda, noi chiediamo chi comanda davvero, chi prende le decisioni. Noi chiediamo qualcosa sull’organigramma, che dovrebbe essere una cosa abbastanza nitida e chiara per tutti, ma scopriamo che non lo è. E poi sulla visione. Persone, gruppi di persone. Soprattutto è molto divertente quando ci sono più persone ovviamente, che stanno portando avanti un progetto, e tu pensi che abbiano una stessa visione condivisa, [ma] dicono cose completamente diverse fra loro e quindi il nostro compito è lavorare su questo materiale.
ADA: Sì e poi andiamo in qualche modo a ridefinire un po’ la domanda e quindi il brief che poi diventa comunque in qualche modo uno spunto per le ricerche future. Se iniziamo a lavorare con questo progetto sarà sicuramente uno spunto importante. Lo riscriviamo spesso, non solo per noi ma anche per il cliente per definire, per rendere il progetto più lucido sostanzialmente.
PF: Qual è la domanda che ti piace fare di più?
ADA: Ripeto che è “chi comanda”. È affascinante perché è psicologica. Una domanda interessante è “raccontami il tuo progetto” e se sono più persone è bello sentire più racconti differenti.
EC: Poi magari convivono, però nessuno di loro è consapevole delle aspettative dell’altro. È un po’ una seduta di psicoterapia, ma non siamo assolutamente le persone giuste con cui farla. Però dal punto di vista del progetto sì.
PF: Come lo organizzate questa sessione? È un incontro che fate singolarmente con le persone o è qualcosa che fate in una stanza con tutta l’azienda attorno, per cui sentono tutte le risposte degli altri?
ADA: Sì, sì, lo organizziamo con tutti, assolutamente, con chiunque è stato deputato a partecipare al progetto, sostanzialmente. Possono essere una o due persone, come è capitato anche sei o sette.
PF: Torniamo un po’ indietro. Cosa ha previsto il vostro percorso professionale prima del 2020? Poco prima della pandemia (momento strategicamente non proprio ideale o forse sì, poi ne parleremo), poco prima del 2020 cosa è successo prima che nascesse Næssi?
EC: Io vengo dall’architettura di interni, ho studiato architettura e poi ho iniziato subito a lavorare con delle aziende. Ho fatto delle prove con degli studi ma avevo capito che mi divertiva meno che vedere realizzate le cose. C’era una lentezza negli studi di architettura che non coincideva con il mio modo di vedere le cose. Quindi la mia esperienza, che poi è stata anche quella di Ale in parte, perché ci siamo incontrati lavorando, è stata quella di essere parte di aziende, di un’azienda in particolare, in cui ho sperimentato tante cose. Quindi ho capito cosa mi piaceva, ma anche cosa non mi piaceva fare di fatto.
PF: Invece Alessandro?
ADA: Sì, anch’io ho una formazione da designer e sostanzialmente ci siamo un po’ ritrovati in questo: nel non aver professionalmente mai lavorato o, se non in minima parte, collaborato con degli studi, ma siamo entrati subito in aziende. Sicuramente all’università ho imparato il metodo progettuale, ma nelle aziende è stato interessante approcciarsi alla professionalità. Collaborare comunque con un imprenditore a stretto contatto è sempre molto, molto, molto formativo. Ho cercato di ricoprire più ruoli possibili, ma questo per volontà mia personale. Quindi non sono entrato direttamente in uno studio tecnico o qualcosa del genere, ma ho fatto da account, insomma, diversi ruoli all’interno dell’azienda, anche a stretto contatto con la produzione, per esempio.
PF: E la cosa che ti piaceva di più della vita d’azienda, di tutte le varie cose che hai attraversato?
ADA: In azienda la cosa che mi è piaciuta di più è imparare. Non c’è stata nessuna cosa specifica. Forse probabilmente nemmeno ci tornerai in azienda. Quindi no, nulla di specifico. Forse la varietà dei progetti che arrivano: ecco, quello sì. Abbiamo lavorato comunque in aziende in cui venivano grandi architetti e lì è comunque interessante non solo venivano, andavamo anche. Quindi il viaggio, il tema appunto di viaggiare, di andare a trovare queste grandi realtà è sempre stato anche quello formativo e interessante.
PF: Secondo voi il fatto di decidere di iniziare a lavorare insieme a inizio 2020 è stata una buona idea? O diciamo quello che è poi successo con pandemia, lockdown, crolli di tutto vi ha portato bene o è stato un ostacolo?
ADA: Allora, introduco dicendo che il segreto di Næssi è che avevamo già lavorato insieme in azienda e con due ruoli diversi. Quindi la cosa interessante è che c’era, senza saperlo, un Næssi prima di Næssi, perché andavamo insieme appunto, io da account ed Eleonora da designer e da architetto, andavamo dai clienti già in quel periodo.
EC: Sì, quindi in realtà un piccolo esperimento era stato fatto alle spese di questa bellissima azienda con cui lavoriamo tuttora in modo diverso, però diciamo che la necessità di fare qualcosa di nostro e di scegliere clienti uno ad uno, di definire il nostro stile di vita in un modo meno frenetico, più interessante sotto certi punti di vista, ci ha portati poi nel 2019 a capire che un’altra forma era possibile. E diciamo che siamo stati così fortunati da decidere di aprire Næssi 5 anni fa, precisamente 5 anni fa
Ho controllato la nostra pagina Instagram, è stata aperta a gennaio 2020, quindi siamo proprio in quel periodo lì. Però ti dico, mentre tutto il mondo si fermava, come un treno che rallenta, noi siamo saltati su quel treno; quindi, da un certo punto di vista eravamo molto… non siamo stati spaventati perché per fortuna non abbiamo avuto problemi di salute né noi né le nostre famiglie, però abbiamo avuto tanto tempo per studiare. Ecco, il listone delle 150 domande è partito forse a marzo 2020. Abbiamo avuto davvero tanto tempo per poter strutturare questo progetto; quindi, dal nostro canto è stato molto interessante farlo in quel momento.
PF: Qualche anno dopo avete fatto un progetto, che è stato il progetto attraverso il quale io vi ho conosciuti, che è FOLIA, che è una serie di mobili in radica che hanno una forma molto ondulata. Adesso ce lo racconterete, ma continua a vivere in diverse forme, perché ad esempio è diventato di recente una litografia. Insomma, questa natura di progetto che continua a cambiare forma è sicuramente molto bella. Ecco, vi chiedo come è nato e come sta crescendo questo progetto?
EC: Diciamo che FOLIA è – soprattutto gli arredi FOLIA che tu hai visto, questi arredi ondulati in radica – uno step di un percorso più lungo. Proprio a proposito della nostra collaborazione passata con le aziende, abbiamo iniziato a fare una ricerca intorno al tema del legno e delle lavorazioni del legno, sia quelle tradizionali che quelle contemporanee. Quindi abbiamo iniziato a pensare: ma esiste un modo di coniugare il lavoro di un ebanista che potrebbe essere vissuto cento anni fa, con il lavoro di una macchina che fa delle cose meravigliose a controllo numerico? Ecco, questo ci ha portati a pensare a un progetto complesso, in cui questi due modi di lavorare la stessa materia possono collaborare. E FOLIA è esattamente questa cosa: è parte di un processo industriale, o comunque artigianale, ma con delle macchine usate per la plastica, che abbiamo manipolato un po’, cercando una soluzione per ottenere il nostro risultato. Ma è anche il risultato di un ebanista che ha rivestito con la radica ondulata, lucida, una superficie molto, molto difficile da lavorare.
Quindi da questo punto di vista è un progetto nato come una ricerca, ma i prodotti sono disfunzionali. Sono dei tavoli, ma sono scomodissimi! Non li abbiamo commercializzati, quindi per noi il progetto è una missione culturale e sicuramente, come ti dicevo, è un punto, una piccola pausa all’interno di una ricerca che sta continuando, una ricerca formale anche.
ED: Sì, è un’esplorazione formale che poi, come hai visto all’ultimo Lake Como Design Festival, abbiamo trasformato in litografie che abbiamo realizzato noi; quindi, anche l’incisione è stata fatta da noi, stampata da Lithos di Alfredo Taroni.
L’esplorazione formale è legata a una serie di arredi che non verranno mai realizzati, ma che sono irrealizzabili, che non si realizzeranno in qualche modo. Con questi disegni vorremmo parlare non solo di funzione, ma anche di disfunzione sostanzialmente. È una ricerca aperta sul progetto senza la sua realizzazione, sul progetto di design senza la sua reale fornitura, senza un oggetto.
PF: Qui vengono fuori già un sacco di cose, perché – rispetto al design classico industriale che mette al centro il comfort, la funzione eccetera eccetera – voi dite no, o perlomeno in questo progetto non è una cosa rilevante. Mi piace tantissimo quando dite: “Ea bellissimo, era scomodissimo questo tavolo”. Non ho sentito molti designer vantarsi di aver fatto una cosa scomoda, ma la logica qua è quella proprio di fare un lavoro di ricerca, magari anche sulla scomodità, perché no? Per cui vi chiedo: qual è il vostro rapporto con l’industria? Perché oggi sappiamo c’è moltissimo design che continua nella tradizione del design industriale classico ad andare nella direzione dell’industria, invece c’è questa nuova wave, ormai già consolidata, di un design che sia più di ricerca, di pensiero, magari da collezione, un mondo più vicino a quello dell’arte. Tra questi due estremi, entrambi criticabili per enne mila motivi, voi dove vi mettete?
EC: È vero che lavoriamo con aziende che possiamo catalogare come aziende che fanno design industriale, ma poi alla fine le lavorazioni sono artigianali anche in quelle. È una cosa che in questi anni ci siamo chiesti e su cui abbiamo ragionato. Lo stesso Ichendorf e tutti i prodotti che disegniamo in vetro sono soffiati a bocca, sono fatti con degli stampi manuali, quindi ogni pezzo, se tu associ e metti vicini un po’ di oggetti, lo stesso oggetto, lo stesso decanter, non sono uguali in realtà. Quindi il tema dell’artigianalità rientra molto anche in quelle aziende che scegliamo e che ci scelgono. Ci sono entrambe le cose.
ADA: Anche lì c’è una sorta di affinità, un’affinità elettiva. Lavoriamo davvero con realtà industriali in cui il processo produttivo è fatto da persone, sempre.
PF: Quando parlate di relazione voi non intendete soltanto la relazione tra settori e discipline, ovviamente. Intendete – come avete già sottolineato en passant più volte – proprio la relazione umana, quindi i rapporti con le persone, dal momento che decidete se il rapporto tra voi e i committenti può avere un senso oppure no. Non è un caso che lavoriate molto anche con ristoranti o realtà in generale legate al cibo. Penso a Marigold, a Santo Palato, Retrobottega, realtà romane ma molto conosciute anche fuori da Roma. Il cibo è per eccellenza relazione e condivisione.
Ma penso anche alle “Colazioni da Næssi”, che sono letteralmente colazioni. Nel vostro studio ci si trova a bere caffè, a mangiare qualcosa, ma soprattutto a conoscere delle persone per voi interessanti. Voi mettete a disposizione il vostro network, che personalmente trovo una cosa molto bella e molto rara nel mondo del design. Raccontatemi un po’ qual è il senso di questo amore per la relazione, per la costruzione di relazioni.
ADA: Introduco brevemente la “Colazione da Næssi”. È una colazione che noi organizziamo molto raramente in realtà, circa due tre volte l’anno, in cui mettiamo a disposizione il nostro studio e invitiamo persone. È solo su invito e la selezione delle persone è molto interessante per noi, nel senso che anche se invitiamo coppie, invitiamo solo una delle due persone. Se c’è un gruppo, se c’è uno studio formato da più persone, invitiamo solo una persona e spesso, anzi è prerogativa, invitiamo più tipologie di professionisti diversi possibile. Sarebbe abbastanza noioso invitare tutti architetti o tutti designer.
EC: Dove sono questi designer? Colazione in quattro.
ADA: Ho detto architetti, infatti.
EC: Giusto. Diciamo che la tendenza a coinvolgere, a connettere, a stare con le persone è sicuramente una cosa personale, una cosa che ci accomuna. Il fatto di riuscire a pensare, di organizzare una colazione nella nostra casa studio è stata prima di tutto un’esigenza: quella di connettere persone interessanti che incontrandole l’una non conosceva l’altra; quindi, già ci sembrava “ma qui c’è un bug, Roma non funziona”. Effettivamente sai bene quanto Roma è complessa dal punto di vista delle connessioni. Quindi abbiamo dato un po’ una forzatina a questo tema, cercando anche di raccontare una cosa che per noi è fondamentale.
Secondo noi, uno studio, un progetto, è come una pianta. Cresce bene in un terreno fertile, ma il terreno deve essere fertile non sotto la pianta. C’è un’area necessariamente fertile. E quindi pensiamo di fare del bene a noi sicuramente. Ci sono persone che si sono conosciute e hanno iniziato a lavorare insieme. Anche tu sei vittima di una “Colazione da Næssi”.
PF: Dove, sottolineo, ho conosciuto Laura Lazzaroni. Chi ascolta Parola Progetto, sa che è stata una recente ospite e l’ho conosciuta proprio grazie a voi.
EC: Esatto. Quindi l’idea è di selezionare poche persone. Arriviamo a 30 persone, poi più di tanto non funzionerebbe. Ci vuole molta pazienza, abbiamo una lista lunghissima di persone, però se non funziona il mix magari rimandiamo l’invito a quella dopo. Ci diverte molto e ci sembra un output naturale del nostro studio.
PF: Possiamo dire che siete progettisti di relazioni?
EC: Tu puoi dire tutto, Paolo!
PF: Vorrei cambiare argomento. Vorrei che mi parlaste del vostro rapporto con la perfezione. Ve lo chiedo, perché alcuni i vostri oggetti sono lineari, puliti, netti. Penso a [i prodotti] di Ichendorf, che avete citato, che nonostante siano fatti a mano, a bocca, hanno comunque una pulizia estrema. Altri invece nascono per esaltare l’imperfezione, come succede ad esempio con le sedute Undated, che addirittura avete bruciato per fare in modo che fossero tutte diverse l’una dall’altra. Per cui, la perfezione: come ci mettiamo in relazione con quella?
EC: Vado io Ale, perché tu sei troppo estremo come posizione su questo argomento. Vado io. È un tema di cui stiamo discutendo molto negli ultimi tempi, tanto negli ultimi mesi. Siamo stati formati e programmati per dire “questo è un buon progetto” quando il progetto è identico al disegno. Questo come architetti e come designer. Possiamo dire che sia la stessa cosa, più che altro dal punto di vista della formazione universitaria. Poi nella realtà i progetti sono molto più complessi di questo. Spesso la realizzazione non trasforma, ma incide nell’oggetto finale, nello spazio finale. Quindi abbiamo imparato – proprio come metodo progettuale, disegnando un oggetto, che forse è l’esempio più facile che si può fare – ad andare per sottrazione; quindi, a partire da una forma che ci convince e a svilupparla andando a sottrarre tutto quello che sembrava non tanto un orpello decorativo (perché non è nelle nostre corde), però tutto quello che non è utile all’essenza. Quindi arriviamo a un disegno molto pulito, molto spartano, che poi viene passato alla fase di produzione. Nel caso di Undated, quelle sedute hanno un 3D perfetto, con degli spigoli delle geometrie incredibili. Poi andiamo in produzione e cominciamo a scegliere le parti di legno. Allora io mi innamoro di un pezzo che ha un nodo incredibile, che sembra un’orbita. E poi questo pezzo fa parte di un montaggio del prodotto, quindi della seduta, che poi viene bruciata, come dici. Quindi gli spigoli assumono una forma più morbida. Quel nodo magari ha della resina all’interno, per cui diventa un foro. Possiamo dire che è perfetto il pezzo finito? Era perfetto il disegno, però anche il pezzo finito sicuramente per noi.
ADA: Quindi forse possiamo dire che la perfezione sono degli stati di passaggio, cioè sono dei passaggi. Ci sono delle macro-perfezioni che però si evolvono. Per esempio, pensiamo anche all’utilizzo, all’usura e al tempo che passa rispetto all’oggetto stesso. Non dico che progettiamo l’usura perché sarebbe una cosa molto complicata. Sul vetro è abbastanza semplice perché in caso si rompe e fine. Però su un elemento in legno (per esempio, come può essere il progetto FOLIA che abbiamo realizzato), in realtà l’usura, il concetto di usura è interessante. La perfezione è nell’utilizzare – come facevano anni fa e come è tornato anche adesso – una laccatura molto lucida che rende un po’ gli oggetti all’interno di una formaldeide, un po’ bloccati nel tempo. Lì il concetto di perfezione forse in realtà si blocca.
PF: Sempre a proposito di metodo, voi avete detto una frase che mi ha molto colpito, in un’intervista recente: “Non crediamo molto nell’idea geniale, nel lampo, perché l’idea può venire a tutti. Crediamo nelle buone idee, sì, ma affiancate da tanta ricerca, sperimentazione e prove”. Questo va un po’ contro, se vogliamo, il mito del designer genio, creatore. Conosciamo milioni di storie, di progetti nati dal colpo di genio per cui vi chiedo: quanto tempo ci vuole per fare una buona ricerca? Qual è il tempo minimo sufficiente per arrivare a una buona idea?
ED: Diciamo che relazionare il concetto di tempo con il concetto di ricerca ha un po’ i suoi limiti. Per fare una ricerca ci possono volere un giorno, un anno, una vita. Noi non sappiamo rispondere a questa domanda per il semplice fatto che la ricerca è legata al concetto della conoscenza, che è una conoscenza infinita, è sempre in evoluzione e quindi non può relazionarsi con un concetto di tempo.
EC: Diciamo che per esempio nel nostro modo di lavorare spesso delle idee possono essere ricondotte a delle ricerche. Quindi quello che tu vedi come idea isolata in quel momento fa parte magari di un filone, oppure è un’appendice di una ricerca che riguarda tutt’altro. Quindi crediamo nell’idea geniale, ci sono tanti esempi nella storia del design, però quelle idee geniali vengono raccontate solo con un prodotto. Quella persona ha studiato, ha letto, ha sperimentato, tutti i fallimenti precedenti non li stiamo raccontando. In qualche modo pensiamo che possa essere generalizzabile, senza esagerare, però esiste un filone per ogni progettista o più filoni.
ED: Noi ragioniamo per output, e l’output è sostanzialmente uno dei possibili frammenti di una ricerca. La ricerca va avanti comunque.
PF: Vi capita mai di avere, non voglio dire l’idea geniale, ma un’intuizione, di partire dal fondo. Magari vi viene l’idea di un oggetto e cercate di capire o di giustificarlo attraverso la ricerca, quindi con un percorso anti-intuitivo, con un percorso al contrario.
EC: Diciamo che noi abbiamo una dialettica per cui, se io arrivo da lui con un disegno, con un’idea, io mi trovo davanti a un tribunale del design! Il nostro tentativo è quello di demolire fino in fondo un’idea. Poi è anche produttivo, alla fine. Raccontandolo così sembriamo un po’ matti, però funziona, con un po’ di fatica. Se questa idea non riusciamo a demolirla, allora ha qualcosa di interessante. In questa demolizione scopriamo che tante cose che ci vengono in mente fanno sono parte integrante di altre cose.
Spesso abbiamo preso delle idee, le abbiamo scomposte. Da un progetto abbiamo scomposto più idee, che poi sono diventati due output progettuali differenti, uno magari applicato a uno spazio e uno applicato all’oggetto. Quindi assolutamente sì a un’intuizione formale, assolutamente sì a una cosa: il famoso schizzo sul parabrezza dell’auto di una nota pubblicità, quello può succedere.
PF: Quindi non farete mai una cosa tipo il Juicy Salif di Philippe Stark che è nato, leggenda vuole, sul tovagliolo di carta di una trattoria al mare mentre disegnava un polpo ed è venuto fuori lo spremi agrumi meno funzionale della storia del design, ma probabilmente uno degli spremi agrumi più famosi della storia dell’umanità. Quindi ecco non succederà con voi.
EC: Potrebbe succedere ma ci vergogneremmo credo.
ADA: Oppure no, sarà semplicemente uno storytelling.
PF: Comunque, anche questo è un aspetto importante in molto design. Parliamo del vostro amore per il caffè, che è proprio radicale, è un elemento fondamentale delle vostre colazioni da Næssi. È un progetto che portate avanti anche con Ichendorf, l’abbiamo già citato più volte, attraverso oggetti e prodotti. Addirittura, avete fatto la vostra linea di caffè. Raccontate.
EC: Questa è un’idea imprenditoriale: non fatela a casa. Cioè, un’idea imprenditoriale sperimentale, diciamo così. Diciamo sperimentale ogni volta che forse non ha troppo senso. Siamo appassionati di caffè. Siamo dei maniaci. Facciamo dei viaggi girando caffetterie in giro per il mondo perché ci piace provare la bevanda, questo caffè specialty, che è appunto una bevanda un po’ ricercata. Ma [lo facciamo] anche per capire i rituali, tutto ciò che è intorno a questo mondo. Un giorno abbiamo detto “Ma certo, noi amiamo così tanto questo caffè in particolare: ma perché non facciamo il caffè nostro, dello studio?” Questo era Alessandro, c’erano delle virgolette in questa mia frase. E io ho detto “Cosa stai dicendo? Mi sembra una pessima idea”. Poi, dopo qualche giorno, una torrefazione che conoscevamo ci ha invitati ci ha detto “Ragazzi, vi vogliamo coinvolgere. Vi va di fare un caffè insieme a noi?” E noi abbiamo detto “Certo, ovviamente”. L’idea era brandizzare questo caffè con la nostra brand identity. Ha un logo, dei colori, un caffè.
PF: Due puntate fa ho parlato appunto con Laura Lazzaroni, che ho conosciuto a casa vostra, e abbiamo accennato al tema della trattoria contemporanea. Voi lavorate da un po’ di tempo con Sarah Cicolini di Santo Palato. Con lei state lavorando anche al nuovo ristorante che aprirà tra un po’. Ci potete fare qualche anticipazione?
EC: Allora, sì, poche anticipazioni. È un momento caldo, non vogliamo terrorizzare anche i nostri clienti e amici. Il lavoro che abbiamo fatto è stato interessante per noi perché ci ha permesso di studiare. Quando Sarah ci ha proposto di lavorare al suo nuovo locale, visto che è un progetto che già esiste, e Santo Palato è una trattoria contemporanea di successo, ci siamo trovati di fronte a due ambiti, quindi a due opportunità: facciamo un progetto ammiccante, fotografabile, divertente, che tutti capiscono, molto pop, usiamo dei prodotti che mandano comunque un messaggio di familiarità alle persone, oppure ci mettiamo a studiare e pensiamo: “ma questa è una trattoria contemporanea che ha lavorato tantissimo sul cibo”. Ora, tutte le trattorie contemporanee lavorano molto sulla parte del food, sulla cantina, sul servizio, ma all’improvviso si dimenticano di lavorare sul design, sullo spazio. Cioè lo spazio è sempre un po’ old style, già visto. Quella per loro è una zona di comfort, perché non è il cuore. Per uno chef non è la cosa più importante, giustamente. Quindi la proposta che abbiamo fatto a Sarah, e che è stata accettata—quindi sicuramente è un progetto corale anche in questo caso—è stata quella di studiare la trattoria, il modello della trattoria italiana classica. Capire cosa può essere portato nel contemporaneo, cosa invece non è più funzionale, non applicabile per questioni di sostenibilità, di praticità, di attualizzazione. E quindi abbiamo disegnato una trattoria contemporanea. Abbiamo lavorato su qualsiasi dettaglio, anche sul fatto: “ma perché ci sono le tendine sulle vetrate delle facciate?”. È il caso di metterle? Ha senso su ogni cosa? E quindi il progetto sarà un po’ da scoprire.
PF: Secondo voi esiste una via romana al design? O forse dovrei farvi un’altra domanda. Ha senso una domanda di questo genere?
EC: È molto interessante in realtà questo tema. Roma è una città che rifiuta molte cose, è una città abbastanza indifferente a quello che accade. Lei va da sola. Noi siamo sicuramente romani nel nostro modo di fare, anche nei nostri progetti. Roma senza di noi, senza di tutti noi, sarebbe esattamente la stessa. Quindi non c’è un rapporto di reciprocità, però ti dà la possibilità di accedere a una cultura incredibile, a tutto ciò che è incontaminato, perché Roma ancora continua a essere per noi un territorio incontaminato da scoprire. Pensiamo che Roma, proprio in questo suo rifiutare le cose, abbia generato tanti progettisti. Tanti progettisti il cui valore comune è l’autorialità, l’indipendenza; siamo tutti battitori liberi. Quindi sì, secondo me, secondo noi, esiste un modo di fare design a Roma, e vuol dire essere indipendenti, non far parte di una squadra, forse neanche conoscersi a volte. Però questa città promuove tutto l’aspetto dell’autorialità, che secondo noi è molto importante.
PF: Quando lavorate voi vi integrate o vi completate? So che litigate però al di là dell’aspetto strategico e funzionale del litigio, vi integrate o vi completate?
ADA: Allora, sicuramente appunto litighiamo, ma in modo costruttivo, per il semplice fatto che – penso lo dicevamo anche in parte prima – io sono l’artefice della distruzione dei concetti e delle certezze, costruttive però; una distruzione costruttiva, assolutamente, che fa parte un po’ di quel mondo di sottrazione di cui parlavamo prima. C’è parecchio confronto, facciamo molta fatica, nel senso non fatica a relazionarci: scaviamo molto, ecco. Quindi, scavando molto anche nell’intimità del progetto, è chiaro che ci sono degli attriti tra noi. Però devo dire che alla fine partiamo sicuramente da visioni completamente opposte, però ci ritroviamo. A un certo punto ci ritroviamo e il progetto prende forma.
EC: Sì, comunque non ci sovrapponiamo. Lavoriamo molto insieme ma non ci sovrapponiamo. Ci sono tante cose che lui sa fare benissimo, che io non so fare o comunque ci metterei il triplo del tempo con una grande frustrazione. Stranamente c’è un equilibrio in questa dialettica. Non litighiamo, c’è una dialettica: secondo me è meglio.
ED: C’è una dialettica, esatto. Litighiamo solo professionalmente. Non abbiamo mai litigato come coppia, perché io non litigo di solito.
EC: Non ti dà soddisfazione, quindi è inutile.
PF: No, infatti. La più grande critica che fareste ai vostri colleghi designer o al mondo del design in generale?
EC: Sicuramente di guardare solo sé stesso. Spesso non si guarda oltre il settore, si ragiona per zone e aree geografiche, si tende a chiudere la visione, a guardare solo da un punto di vista. Quindi forse questa è una cosa che non ci corrisponde molto, e che a volte mi dispiace quando osservo dei progetti. Mi rendo conto che proprio manca una visione aperta.
ED: Il mondo del design è un mondo troppo serio. È serioso. E lo dico io, che forse sono l’emblema della serietà. Per esempio, facciamo sempre questo paragone con il mondo del food, del beverage: nel food si creano dei progetti interessantissimi, colti ma anche super underground, super goliardici che si prendono poco sul serio e che sono molto più leggeri. Il design, probabilmente anche per sua natura – forse questa è l’unica critica – è troppo serio.
PF: Il vostro sogno più grande qual è?
EC: Continuare a fare quello che ci piace con le persone che ci piacciono. Quindi sicuramente non dover arrivare a compromessi, non arrivare a un punto di dover dire “Ah cavolo, però questa cosa così non funziona, devo accettare compromessi di qualsiasi tipo”. Ecco, questa è la base.
ADA: E come al solito Eleonora risponde perfettamente a queste domande.
EC: Sei troppo cinico per dire altro, però in realtà è una cosa che ci siamo detti spesso. Anche fondare uno studio in un momento un po’ critico e comunque buttare il cuore oltre l’ostacolo. Siamo partiti da noi, da quello che ci piace fare nel modo in cui ci piace fare. Abbiamo scelto Roma dicendo diamole una possibilità. Ecco questo era già un manifesto di quello che poi pensiamo sarà il futuro.
ADA: E questo non è sempre divertente. È molto faticoso. Secondo noi è anche una fortuna riuscire a farlo. Ci vuole molta testa, molta caparbietà
PF: Avete un oggetto fortunato? Magari un oggetto di design, magari no.
EC: Non mi viene in mente. Penso di no.
PF: Un amuleto?
ADA: No, neanche io. Ho diversi gingilli, oggetti legati più che altro alle persone. Tutto qua. Che mi conservo, ovviamente e a cui sono affezionato. Forse portafortuna, sì, probabilmente.
EC: Posso aggiungere che Ale conserva molte cose e ha tante scatole in cui seleziona le cose e quindi cataloga. Quindi sicuramente ha un archivio di oggetti a cui attingere. Io ho sempre paura di affezionarmi troppo a un oggetto e poi di perderlo, di romperlo, perché può succedere, mi può succedere. C’è una statistica a cui attingo quando dico questo. Quindi tendo ad avere paura di questi legami.
PF: Voi amate circondarvi di oggetti di design o preferite avere attorno invece magari delle idee? Perché so che ad esempio in un’intervista avete detto di recente che l’output finale di un progetto non necessariamente è un oggetto. Quindi mi chiedo, al contrario, attorno a voi si sta meglio con gli oggetti o si sta meglio magari con le idee e con le relazioni?
ADA: È facile, forse, [risponde] per noi. Con le relazioni, con le idee. Anche gli oggetti di cui ci circondiamo o sono super funzionali nel senso che ci servono, cioè sono utili all’interno del nostro vivere quotidiano, oppure devono avere davvero una valenza, un valore intrinseco oltre al valore economico. Intendo di pensiero, ma anche un po’ per salvarlo. Bisogna salvare queste [cose], bisogna collezionarle e proteggerle e archiviarle. Insomma, sono parole che ci sono care.
EC: Sì, sicuramente i libri più che gli oggetti. I libri, i magazine. Noi siamo noti per partire con delle valigie molto leggere e tornare con le valigie piene di libri, di magazine. Sicuramente, se dovessi scegliere, preferirei un bel libro importante piuttosto che un oggetto.
PF: Sono oggetti pieni di idee e pieni di relazione.
Ragazzi è arrivato il momento della raffica! Ricordo le regole della raffica. Sono dieci domande completamente a sorpresa, solo risposte secche. Avete una possibilità di passare, una possibilità di argomentare. Visto che siete in due, facciamo uno alla volta, per cui chiedo cortesemente ad Alessandro di lasciare la sala e iniziamo a fare le domande a Eleonora. Saranno le stesse domande per entrambi. Andiamo.
Musica punk o cantautori?
EC: Punk.
PT: Per chiacchierare e conoscersi: colazione o aperitivo?
EC: Colazione, Paolo, scusami!
PF: Si sa mai… Per fare ricerca: Google o chat GPT?
EC: Google.
PF: Cena romantica: stellato in città o trattoria al mare?
EC: Trattoria al mare.
PF: Una seconda casa per pensare e progettare: in campagna o in montagna?
EC: In campagna.
PF: Cena impossibile: con Enzo Mari o con Bruno Munari?
EC: Enzo Mari.
PF: È troppo decisa!
EC: Vero?
PF: Vi propongono allo stesso tempo due progetti con un budget milionario, ma ne potete scegliere solo uno: scegliete di lavorare per SpaceX o per Apple?
EC: Per Apple.
PF: Il prossimo lavoro: un divano o una panchina pubblica?
EC: Panchina pubblica.
PF: Un progetto di allestimento, Triennale di Milano o MAXXI?
EC: Triennale.
PF: Una retrospettiva del vostro lavoro: al Pompidou o al MoMA?
EC: Passo.
PF: Vi giuro non me l’aspettavo il passo sul finale!
EC: Avrei potuto giocarlo su Triennale e MAXXI ma…
PF: E lì hai rischiato!
EC: Sì, ho rischiato, è vero.
PF: Vuoi argomentare? Tanto abbiamo finito, le abbiamo fatte tutte.
EC: Li amo allo stesso modo. Accanto al Louisiana sono i tre posti che amo di più in assoluto.
PF: Quindi è difficile scegliere tra tre amori veri.
EC: Troppo difficile.
PF: Bene, a posto, fatto. bene Eleonora, via! Quindi esci e chiama Alessandro, che potrà rispondere. Chissà se risponderà le stesse cose. Bene, è tornato Alessandro e siamo pronti per il suo turno di raffica. Allora, partiamo con la prima. Musica punk o cantautori?
ADA: Punk
PF: Per chiacchierare e conoscersi: colazione o aperitivo?
ADA: Colazione.
PF: Per fare ricerca: Google o ChatGPT?
ADA: Google
PF: Per una cena romantica stellato in città o trattoria al mare?
ADA: Trattoria al mare.
PF: Una seconda casa per pensare e progettare: in campagna o in montagna?
ADA: Campagna.
PF: Una cena impossibile: Con Enzo Mari o con Bruno Munari?
ADA: Passo.
PF: Poi ci ritorniamo. Vi propongono allo stesso tempo due progetti con un budget milionario, ma ne potete scegliere solo uno. Lavorate per SpaceX o per Apple?
ADA: Apple.
PF: Il prossimo lavoro: un divano o una panchina pubblica?
ADA: Un divano.
PF: Un progetto di allestimento. Triennale di Milano o MAXXI?
ADA: Triennale di Milano.
PF: Ultima domanda e hai ancora l’argomentazione. Una retrospettiva del vostro lavoro: al Pompidou o al MoMA?
ADA: Al MoMA, perché il Pompidou è chiuso. Penso che sarà chiuso a breve.
PF: Magari lo tengo aperto per voi. Ok, a posto. Bene, grazie. Qualcuno mi può chiamare per favore Eleonora. Bene, quindi tra meno di un mese scoprirete le rispettive risposte.
EC: Potremmo continuare a litigare.
PF: Esatto, potete litigare per tre settimane! La domanda finale del podcast. Qual è un libro per voi importante che dovremmo leggere anche noi? Ovviamente potete sceglierne una testa.
EC: “Memorie di Adriano” della Yourcenar. È un libro che ho letto tanti anni fa e ho riletto recentemente. Alla fine, parla di un progettista. Poi, politicamente, diciamo, è un momento particolare per dire questa cosa riguardo all’Impero Romano, ma è l’impero quello bello, fatto da un progettista che è un imperatore illuminato, parla di poesia, di arte, di architettura. Ci ho rivisto tanto della Roma che frequentiamo ora, che conosciamo e continua ad appassionarmi. Lo rileggerò sicuramente.
ADA: Un libro che vi consiglio, che consiglio in realtà di leggervi o di farvi leggere, è “Interrogative Mood” di Paget Powell, un libro che consta di 130 pagine circa di sole domande. Non ci sono altri punti, sono solo domande ed è un libro molto interessante perché sicuramente fa sorridere in alcuni momenti, ma è anche molto profondo.
PF: Per Parola Progetto è fondamentale questo libro. Giuro che non lo conoscevo, per cui grazie. Eleonora e Alessandro, grazie.
EC: Grazie a te Paolo.
ADA: Grazie a te. Grazie a voi.
PF: E grazie al meraviglioso pubblico romano. Alla prossima!
Puntata registrata a Roma il 22 gennaio 2025 e pubblicata il 15 febbraio 2025.
La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.
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