Parola Progetto About
STAGIONE 6 — EP. 7

Gianvito Fanelli: tra content design e Vita Lenta

03/2024 — 42:26

Gianvito Fanelli è un content designer e il creatore di Vita Lenta, una pagina Instagram di grande successo che oggi è anche una community di persone che condividono gli stessi valori.

In questo episodio live da Roma, approfondiamo il ruolo del service design e del content design, tra strategia e autenticità.

 

I link dell’episodio:

– Vita Lenta https://www.instagram.com/vita________lenta/

– La newsletter di Gianvito, La Colazione dei Campioni https://lacolazionedeicampioni.substack.com

– Il libro “L’atto creativo: un modo di essere” di Rick Rubin https://www.mondadori.it/libri/latto-creativo-rick-rubin/

PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto.
Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.
Ed eccoci qua.
Oggi siamo a Roma con Gianvito Fanelli, designer e fondatore di Vita Lenta. Nato in Puglia, Gianvito si trasferisce a Milano per studiare design al Politecnico. La sua carriera prende il via tra project management nella musica (con Elita e Linecheck) e negli eventi (con Milano Design Award). Dopo queste esperienze, per diversi anni si occupa di content design in grandi aziende come NTT Data e Tangity. Nel 2018 lancia il suo primo progetto personale, la newsletter ”La colazione dei campioni”, che ogni settimana ancora oggi racconta di innovazione, comunicazione e impresa e ha raggiunto i 300 numeri.
Nel 2020 arrivano due svolte, una personale e una professionale. Torna a vivere in Puglia e apre Vita Lenta, un account Instagram che, nonostante il nome, è cresciuto rapidamente fino a raggiungere gli attuali 613.000 follower.
Ciao Gianvito, benvenuto a Parola Progetto.

GF: Ciao Paolo, grazie di avermi invitato, è un onore essere qua visto che, insomma, ci lega anche un’amicizia.

PF: Assolutamente! Quindi benvenuto Gianvito. Benvenuto anche al pubblico perché siamo live da Roma, per cui facciamoci un applauso, scaldiamo un po’ la sala!

GF: Che bello!

PF: È bello, è bello avere il pubblico, da una dimensione totalmente diversa rispetto allo studio. Gianvito, è la puntata numero 50!

GF: Tu mi stai dando un sacco di responsabilità oggi, questa cosa non so se mi metterà ansia o mi entusiasmerà.

PF: Ti deve entusiasmare perché abbiamo tante tante cose belle di cui parlare. Partiamo dalla firma della tua mail. La firma della tua mail dice, in calce, ”sono un designer”, ma come abbiamo visto dall’introduzione, non ti occupi di sedie, tavoli, mobili. Come descriveresti il tuo lavoro a chi non ti conosce?

GF: Eh, questa è una domandona che faccio a me stesso, spesso. Infatti, ultimamente ho anche chiesto a ChatGPT di aiutarmi a spiegare il mio lavoro perché non è facile. Io credo che tutti siamo designer, a mio parere, perché tutti facciamo qualcosa che deve lasciare un qualcosa nel mondo. Io lo interpreto come un lavoro che mi permette di avere una determinata attitudine, che è quella di essere una persona estremamente curiosa. Io credo che tutti i designer siano persone estremamente curiose. I designer sono quelle persone che uniscono i puntini. Quindi io in realtà potrei descrivermi come quello che fa cose e vede gente, da un certo punto di vista. E se pensiamo anche un po’ alla storia del design, ai grandi maestri (senza paragonarsi) in realtà partivano da quell’attitudine di fare tante cose diverse, perché ai tempi non si era arrivati alla iper-specializzazione a cui si è arrivati oggi. Oggi davanti alla parola designer c’è sempre qualcos’altro. Io ci metto content designer in ambito professionale, perché ho dovuto inquadrarmi, anche per trovare un lavoro, quando cercavo un lavoro. Oggi, diciamo che sono freelance, quindi sono più libero. Quindi ho cercato di riassumerlo. Sono un designer perché “faccio cose e vedo gente” suonava male; quindi, penso che sia la migliore definizione. Però è chiaro che è difficile in realtà spiegarlo in una parola, secondo me.

PF: Quando ci siamo incontrati per la prima volta, io non avevo idea che tu fossi un designer. Ci siamo conosciuti a Milano, ho fatto un po’ di conti, era attorno al 2010, poco dopo. In quegli anni eri un project manager, che si occupava di musica con Elita e anche di gestione di eventi come il Milano Design Award, al quale abbiamo lavorato assieme per due o tre anni. Qual è la lezione più importante che hai imparato in quegli anni e che porti con te ancora oggi?

GF: Queste domande mi mandano sempre in crisi. Però la verità è che la lezione che io traggo è proprio quella di aver fatto delle esperienze diverse, che non prevedevo e che magari mi stavano anche portando fuori strada rispetto a quello che io volevo fare. Io ho studiato Communication Design al Politecnico di Milano, quindi il mio ruolo sarebbe stato oggi molto vicino al graphic design, in generale alla comunicazione, e poi ci sono tornato. Se vogliamo è una delle mie competenze, qualcosa che poi nel mio lavoro, quando ho fatto il project manager, c’è sempre stato. Alcune volte mettendo proprio le mani in pasta quando c’era la necessità, mettendomi anche a fare le grafiche di un evento. Poi ho fatto service design.

Il service design è una disciplina che ti porta ad avere uno sguardo molto olistico, io la paragono al teatro. Il service designer è colui che in qualche modo progetta una pièce teatrale da tutti i punti di vista. In questo caso parliamo di un servizio, tanto che spesso si parla di “orchestrare”. La cosa che ho imparato è che ho fatto bene (a posteriori) ad andare fuori strada, perché tutte queste cose oggi ritornano in qualche modo. L’avere avuto un’esperienza nel mondo della musica mi ha permesso di conoscere delle dinamiche che io riesco a portare nei mondi in cui sono oggi. Per unire puntini, questi puntini devi averli, ti devi creare quella che io chiamo una costellazione, dove ci sono tante stelle e possono essere molto distanti. Secondo me è un po’ questo l’insegnamento che io traggo dalla mia esperienza, che non è stata sempre pianificata e che molto spesso mi ha anche dato l’impressione che stesse andando fuori strada.

Mi ha portato anche a riflettere e a dire “ma dove sto andando? Ma è la strada giusta? Ma è quello che voglio fare nella vita?” E da un certo punto di vista questo è un grosso problema, perché vedi altre persone che invece hanno puntato dritte su una carriera, si sono messe a testa bassa e stanno raggiungendo dei risultati. Tu magari invece con questo tuo ondivagare credi di non essere mai sulla strada giusta e che non arriverai mai da nessuna parte.

PF: Sì è vero, è verissimo. Le 49 persone che ti hanno preceduto hanno un tratto che le accomuna quasi tutte, che è proprio questa capacità di unire i puntini ma senza seguire i numeri. Anche loro raccontano spesso di essersi persi, di essersi sentiti magari inadeguati, ma questo è diventato poi una leva per il successo, o comunque per la creazione di quella cosa che noi chiamiamo design e – come dicevi – tu ha forme diverse.
Hai parlato di content design. Cosa fa un senior content designer – quale tu eri – in aziende come NTT Data e Tangity? Qual è il suo ruolo?

GF: Partiamo dal presupposto che è un lavoro nuovo, ed è nuovo perché se ci pensiamo oggi viviamo nell’epoca del contenuto. Per citare una frase ormai abusata “content is king”. Perché tutto ciò che noi fruiamo, soprattutto attraverso gli schermi (ora stiamo arrivando a schermi molto vicini ai nostri occhi, sempre di più) è un contenuto. Ovviamente il contenuto di intrattenimento capiamo tutti a cosa serve e come viene fatto. Ce ne sono vari, ci sono i film, ci sono i podcast, ce ne sono vari. Ma ci sono una serie di contenuti nuovi, che sono quelli legati per esempio ai servizi. Ecco perché poi si uniscono i puntini. Io faccio il content designer perché mi piace scrivere ma in realtà sono un service designer; quindi, so progettare un servizio e capisco come funziona.

Posso dire che nel team in cui ero, ero l’unico designer. C’erano tante persone che avevano background legati alla semiotica, alla scrittura e che avevano dovuto imparare gli strumenti del mio mestiere, mentre io ero l’unico che aveva fatto il processo inverso se vogliamo. Un content designer progetta contenuti, per lo più scritti. Quindi tutto ciò che leggiamo nelle interfacce dei servizi digitali, quindi attraverso gli schermi, sulle app, sui siti, su quelli che chiamiamo touch point, punti di contatto, quindi possono essere anche dispositivi che non sono un tablet, può essere un totem in una fiera, il bancomat. Le interfacce devono essere usabili perché il bottone è nel posto giusto, ma soprattutto poi alla fine se ci pensiamo, se togliamo le parole, non capiamo niente. Raramente riusciremo a completare un obiettivo, a raggiungere un obiettivo. Pensiamo al bancomat, a ritirare i soldi: se non ci sono scritte non sai nemmeno che bottone premere. Quei bottoni devono essere comprensibili, quei bottoni, quei testi. E molto spesso ci rendiamo conto che non sono comprensibili. Quando non sono comprensibili è perché molto probabilmente non ci ha lavorato un content designer. Vi è mai capitato di essere su un’app, su un sito, arriva un errore con una cifra e delle parole tipo ”errore”? E uno dice “e mo che faccio? Non so come uscirne”. Il content designer è quella persona che si è fatta lo sbattimento di andare a parlare con lo sviluppatore e magari dirgli ”ma scusa, ma 537 errore indefinito, mi spieghi che errore è”. E magari mi spieghi anche ”ma come può la persona risolvere quel problema? Perché c’è qualcosa che è andato storto, deve chiamare il call center?” Io raccolgo quelle informazioni e scrivo il messaggio d’errore. Faccio in modo che chiunque capisca che è successo. Poi ovviamente si può parlare anche di progettazione strategica. Quindi che contenuti devo creare per veicolare, per raggiungere determinati obiettivi. Quindi si va, diciamo, anche qua dal cucchiaino alla città; quindi, dalla strategia fino a quello che chiamiamo micro-testo, quindi il testo che c’è dentro al bottone.

PF: E quindi, mentre tu stavi cercando di trovare soluzione a questi problemi, mentre stavi unendo i puntini per le aziende in queste grandi realtà internazionali, arriva la pandemia. Quindi come molti di noi ti trovi a dover lavorare da remoto e prendi una decisione piuttosto radicale. Inizi a fare quello che viene chiamato ”south working”. In pratica lasci Milano, dove vivevi, e ti trasferisci in Puglia. Sei scappato o è stata una scelta?

GF: No, non sono assolutamente scappato. Dopo dieci anni a Milano io cominciavo a immaginare la mia vita lì. Io ero intenzionato a rimanere a Milano perché comunque prima di tutto il mio lavoro era in ufficio. Quindi la mia prospettiva di lavorare da casa era una cosa lontana, eppure aveva perfettamente senso. Abbiamo scoperto che ha tuttora perfettamente senso. Quindi la Puglia rimaneva un po’ quel luogo dove tornavo. Tornavo spesso, sognavo di avere qualcosa da fare, ma non era minimamente nella mia prospettiva. In realtà non sono scappato e non ho nemmeno scelto di tornare in Puglia. Non è successo perché sono sceso dopo il lockdown, tre mesi passati bene ai tempi. Non dico [di essere stato] fortunato, però non ho avuto strascichi di nessun tipo, anzi ho pure iniziato a fare sport attivamente, in casa ovviamente ai tempi.

Dopo qualche mese in Puglia mi accingevo a tornare a Milano. C’è stata la seconda ondata a Milano, mentre in Puglia sembrava tutto regolare, perché forse si stava più all’aperto, non si è mai capito. Sta di fatto che io ho cominciato a rinviare la ripartenza, perché poi al lavoro ovviamente non si poteva minimamente pensare di tornare; quindi, io sono ritornato a Milano per stare in casa essenzialmente. A dicembre ho detto ”ma sai che c’è? Io qua sto bene”. E quindi ho lasciato casa a Milano. Sono salito sperando di non trovare sorprese, di non essermi dimenticato qualcosa nel frigorifero e per fortuna non era successo niente. La casa stava bene, però l’ho svuotata.

Ho ripreso casa a Conversano, che è la mia città, dove sono nato, dove ho studiato, da cui però ero andato via a 19 anni. L’ho presa temporaneamente, finché però poi ho detto “comunque io qua rimango”. Non posso dire che è una scelta definitiva in assoluto, ma non perché non lo voglio, ma perché ho capito dalla vita che arriva una pandemia e ti stravolge la vita. Sperando che non arrivi un’altra pandemia, sto bene, comincio a progettare la mia vita lì. La Puglia in questo momento è un luogo, a mio parere, con tutti i difetti che può avere, bello in cui stare, e cominciano a tornare altre persone come me; quindi, si sta creando veramente una bella vibe, come si direbbe. Tante persone non pugliesi cominciano ad arrivare, questa è un’altra cosa fantastica. Quindi non mi sento scollegato dal mondo, mi sento collegato. Poi oggi lavoriamo tanto in remoto, quindi veramente le distanze si sono ridotte tanto secondo me. Quindi sto lì.

PF: E in questo pendolarismo (all’inizio), poi sedentarietà (dopo), è nata Vita Lenta. Quindi siamo sempre nel 2020 (poi ci racconterai se è nata a Milano o è nata in Puglia), però è nata in quel periodo. Il successo non è stato immediato, il successo di questo account Instagram. Ci sono state accelerazioni, ma nel complesso una crescita piuttosto organica che ti ha portato a superare di un bel po’ i 500.000 follower, numero abbastanza notevole. Sei arrivato a collaborare con aziende, con personaggi noti, tra i più recenti penso ai Negramaro a Sanremo, una cosa che immagino non ti saresti aspettato quando sei partito con Vita Lenta. Raccontaci un po’ la storia di questo esperimento che poi è diventato quasi un lavoro, forse.

GF: Ovviamente Vita Lenta è nato per caso, come gran parte dei progetti che poi magari hanno successo.

PF: Adesso però sembri una vincitrice di Miss Italia. Quello che dicono le Miss Italia, che è iniziato per caso.

GF: Quello di cui parlo, un concetto che mi piace e che si lega all’essere designer, è l’orizzonte della fortuna. Più cose fai, più lo rendi largo. È un’area di opportunità in cui possono succedere cose belle. Questa cosa non l’ho inventata, io l’ho letta, ma in realtà era un pensiero che cercavo di definire e secondo me lo definisce molto bene. Più cose fai, più ti crei con lo spazio per la fortuna. Quindi sicuramente ho dei meriti, però chiaramente la pandemia mi ha aiutato.

A me in realtà la pandemia ha aiutato perché l’idea è del 2018, le prime storie in cui ho scritto “vita lenta”, che è stata un’intuizione del momento, sono nate sul mio profilo personale. La cosa che racconto sempre (e che fa ridere) è che ho cominciato a fare le storie a Conversano, riprendendo i balconi e i panni stesi, per intenderci. Niente di incredibile. E la cosa bella è che i commenti entusiastici arrivavano dai conversanesi che ce li avevano sempre sotto gli occhi. Questa cosa mi fa sempre riflettere da un certo punto di vista. Però spiega tanto del successo della pagina perché quello che è successo è che ho dato un punto di vista su qualcosa che già esisteva; quindi, tutti ci ritroviamo in qualche modo. Non sono cose irraggiungibili, sono cose raggiungibili che però non guardavamo, non vedevamo, ignoravamo, an cui non davamo valore. La pandemia ha avuto un ruolo perché io, non sapendo che fare, ho detto ”ma sto archivione che ho sul telefono, pubblichiamolo, che cosa può succedere di brutto?” E ovviamente a tutti noi la pandemia ha fatto riflettere sulle priorità della nostra vita e ci ha fatto capire che stavamo andando troppo veloci. Io stesso a Milano ero ingrassato, tornavo dall’ufficio devastato fisicamente. La prima cosa che facevo era andare a fare la spesa, non era riposarmi e quindi ero sfinito da questa vita. Quindi nel 2018 comincio a fare le storie. Poi faccio un viaggio ad Alicudi, casuale anche quello. Lì vedo la vita a lenta vera perché ci vogliono 45 minuti per scendere al mare, perché ci sono delle strade dove vanno sono solo i muli e le persone. Quindi la vivo in prima persona e lì rinforzo questa mia passione per la vita lenta e faccio fra l’altro anche un sacco di contenuti, fra cui la foto che pubblico come primo post di Vita Lenta, di una casa eoliana. Poi continuo a gasarmi di questo mood, continuo a ricercarlo nelle mie vacanze, me ne vado nei paesini sperduti, dove veramente non gira un’anima. Quindi comincio a cambiare anche la mia attitudine verso il viaggio. Nel 2020 pubblico.

Come dici tu, la crescita è lenta. Sì, in alcuni momenti magari ho fatto delle operazioni strategiche perché è il mio mestiere, quindi capisco dei meccanismi, li riconosco, magari provo e so quello che devo fare. Però in realtà anche lì grande fortuna, perché Vita Lenta come vedrete è una community di persone, quindi i contenuti arrivano dalle persone. Quindi ho la fortuna di intercettare delle persone che mi mandano dei contenuti incredibili di vita reale, che anche lì fa riflettere. La vita vera è veramente bella, vedi delle scene da film. I commenti sono spesso: “sembra la scena di un film di Sorrentino”. A volte è vero. Ricevo alcuni video che la fanno esplodere, fanno superare quella che ai tempi era la soglia psicologica dei mille like, perché ancora non c’erano i reel. I reel, per esempio, sono stati poi una delle chiavi del successo. I reel sono nati quasi in contemporanea alla pagina e mi hanno fatto allargare tantissimo il pubblico raggiungendo milioni di persone. Quindi da lì si crea un effetto palla di neve incredibile, che non riesci nemmeno a controllare. Tu vedi questo numero che cresce e non capisci perché, non le vedi queste persone.

Ti rendi conto poi a un certo punto della responsabilità a volte che hai. Io alla fine non pubblico contenuti in cui spiego alle persone quello che devono pensare, devono fare, non solo quel tipo di pagina. Però mi rendo conto che quando pubblico un contenuto ho anche una responsabilità e per quello la prendo molto seriamente, la prendo come anche un lavoro. Molto spesso mi arrabbio quando le persone sottovalutano il lavoro in generale dei creator perché c’è un lavoro di moderazione importante che non si vede ma c’è. E quindi in quel senso è difficile anche farlo in questo momento, devo dire, confesso, farlo coesistere con tutte le altre cose che faccio.

Ecco, Vita Lenta è qualcosa che cerco di incarnare anche nel modo di lavorare su Vita Lenta. Non cerco di forzare i progetti. Se non riesco a fare una cosa, se non riesco a leggere tutti i 500 DM che ho ricevuto in un giorno, anche se magari in uno di quelli c’è una perla incredibile, lo accetto. È l’unico modo perché altrimenti dovrei passare 25 ore al telefono e non è sostenibile questa cosa.

PF: Qual è stato il momento in cui si è sbloccato qualcosa e hai visto che Vita Lenta stava diventando qualcosa di più di un divertimento o un’occasione di svago tuo, ma che stava diventando qualcosa di più ampio, una community come dicevi tu?

GF: Ce ne sono vari di momenti. Potrei essere banale nel dire che [te ne accorgi] quando noti che alcuni personaggi importanti pubblicano la tua pagina e tu queste persone non le hai mai cercate. Sono persone che comunque io credo abbiano anche una certa attenzione a ciò che spingono sui social. Quindi quando Damiano David ha pubblicato una storia io non me l’aspettavo. Mi ha fatto capire che questo concetto era universale, piaceva, che veramente aveva un valore come io credevo. Però fin quando non lo vedi non te ne rendi conto. Lì capisci. Poi ovviamente si genera quella dinamica, la palla di neve, perché lo pubblica lui poi lo pubblica Elodie. E questo è successo nel 2021, nell’estate del 2021.

Se vogliamo Vita Lenta viene riconosciuta come una pagina italiana e la è sicuramente. In realtà cerco di spingerla come una pagina internazionale. Però nel 2020 sarà che c’erano i Måneskin che vincevano premi internazionali, l’Italia che vinceva gli europei, io percepivo una sorta di ottimismo che spingeva pagine come la mia ma anche come altre pagine, come Italy Segreta, per cui ho scritto. È un’altra pagina che in maniera diversa (infatti a me non piace quando vengono confuse) ha avuto una bella esplosione.

Poi questa cosa è diventata un trend, ci sono stati tanti altri creator che io stimo e ci sono stati brand della moda [che l’hanno seguito]. Mi viene in mente Jacquemus che oggi comunica molto con quel linguaggio, che non abbiamo inventato noi. Però ecco, secondo me il trend è partito da pagine un po’ simili a questa. A volte lo definisco neo-neorealismo, perché se ci pensate, sui social eravamo abituati a contenuti perfetti, ora non ce lo siamo inventati noi. Le influencer hanno iniziato a fare i dump. Noi siamo una faccia di quella medaglia, secondo me, perché rappresentiamo qualcosa che è vero, lo facciamo con dei mezzi che sono il telefono; quindi, non abbiamo strumenti tecnici incredibili per farlo, ci basta un telefono. Però quello che ci distingue, che distingue tutti i creator che poi mi mandano i video, è la capacità di osservazione, di cogliere quella sensibilità, secondo me.

PF: La prima collaborazione fatta con un brand, con un’azienda, con qualcuno che ti ha detto ”vorrei fare qualcosa con te”, qual è stata?

GF: La prima collaborazione con un brand che tutti conosciamo per uno spot televisivo famosissimo che è Limoncè, ma in realtà – ora non se la prenda nessuno – non è certo quello il brand che io credo sia più compatibile. Però io nella vita ho capito che bisogna sperimentare, devi fare le cose per capire anche cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se non fosse stato per quella collaborazione io probabilmente non sarei arrivato poi alle collaborazioni di cui vado più orgoglioso. Mi viene da pensare per esempio a Loro Piana, che è un brand con il quale abbiamo fatto dei bellissimi contenuti. Poi c’è stata la collaborazione con Gucci che mi ha portato anche a delle critiche, anche feroci se vogliamo, troppo secondo me, però anche lì è stata un’occasione di riflessione. È successo recentemente con il lancio di Gucci ancora, quindi sono stati contenuti che si dovevano fare a Brera, dove si sarebbe dovuta tenere la sfilata, poi non si è tenuta. È stato difficilissimo perché sono arrivato che stavano allestendo. Il giorno dopo, che doveva essere il giorno della sfilata. stavano disallestendo, quindi fare i contenuti era impossibile perché c’erano solo cavi e operai in mezzo. Però anche quella è stata una bella occasione per sperimentare, il brand mi ha lasciato molto libero.

La cosa bella di Vita Lenta è che viene capita dai brand. I brand hanno capito che – così come con altri creator – devono rispettare il linguaggio della pagina se vogliono poi che si crei quella magia che loro stessi ricercano. Quindi sono stati molto intelligenti questi brand che ho citato perché veramente non hanno mai messo becco in quello che io proponevo che poi facevo.

PF: A qualcuno hai detto di no, questo lo so per certo.

GF: Sì, recentemente. Questo perché sono ben consigliato devo dire. Io mi confronto molto perché chiaramente è difficile, quando sei testa a china sulla tua cosa, vedere la big picture, come si chiama; quindi, capire se la direzione in cui stai andando è quella giusta. Per farlo io mi sono dato dei valori, i valori di Vita Lenta. Cerco davvero di incarnarli perché sono dell’idea che se li tradisco io ne perderò nel lungo termine. Quindi al di là dell’aspetto commerciale (che ora sta diventando sicuramente un aspetto che per me è importante) ma non sarà mai la cosa principale, spero. E lo dichiaro pubblicamente così devo per forza essere coerente con me stesso. Però, ecco, io credo che poi se voglio veramente mantenere vivo questo progetto devo essere fedele a quei valori. Quando mi chiedono come si fa ad avere 600.000 follower io dico: punto primo, non partire dal numero di follower come obiettivo. Punto due: [se] hai delle idee, [se] hai dei valori, seguili, non avere paura, sii disposto a metterli in discussione e a provare. Quindi non diventare troppo radicale però allo stesso tempo, se ti sei dato quei valori, utilizzali per prendere delle decisioni chiare e quindi anche dire dei no a dei brand che non sono in linea con [i tuoi valori]. Io non potrei mai lavorare col fast fashion, è chiaro che devo dire di no.

PF: ”Fast” e ”lenta” non vanno tanto d’accordo. Però so che ti hanno contattato.

GF: Sì, mi hanno contattato perché chiaramente apprezzano la pagina. Magari sono brand che in realtà cercano di fare qualcosa di coerente con il mondo slow, però magari è troppo presto, magari non si sono ancora trasformati. Io sono a favore delle collaborazioni, quelle che possono essere un po’ pericolose, borderline, perché se tu non aiuti il brand a fare questa transizione è chiaro che questi brand vanno in difficoltà. Se il brand vuole genuinamente cambiare posizionamento, il mio ruolo è capire quanto sono onesti. Questo mi è capitato in un progetto dove il brand era – come si dice in inglese – tricky. Era complicato, poteva essere complicato sia per me che per la percezione dall’esterno. Quello che ho cercato di fare nei miei limiti è stato indagare il più possibile se il loro obiettivo, i valori che volevano promuovere, erano genuini. Non mi sono opposto perché siccome ho percepito che lo erano, qualcuno li deve aiutare a cambiare e la comunicazione. È molto importante secondo me oggi. Io mi sono messo a disposizione. Chiaramente con non sarei stato disposto a fare determinati compromessi. È chiaro che se mi avessero chiesto di dire o fare qualcosa che andava contro i miei valori avrei alzato la mano, avrei detto “guardate che questa cosa non va bene”. E la conferma che questo approccio non è totalmente sbagliato è che poi, quando ho realizzato questi progetti, loro non hanno anche in questo caso messo becco; quindi, mi hanno lasciato fare e alla fine il prodotto che è uscito è soddisfacente secondo me, sia dal mio punto di vista che dal loro.

PF: Mi sembra che in questi ultimi minuti tu abbia dato una definizione di quello che cercano la maggior parte delle aziende di comunicazione e dei brand, che è l’autenticità, la genuinità. Questa sorta di mito sembra irraggiungibile, quasi un’utopia. Però tu la stai in un certo modo mettendo in pratica. Ovvio che le tue logiche sono molto diverse dalle logiche commerciali che le aziende vogliono, per cui ti chiedo: la genuinità, l’autenticità è un po come la sostenibilità? È qualcosa che – come diceva Matteo Ward qualche puntata fa – rappresenta un’utopia necessaria o è qualcosa che si può raggiungere veramente?

GF: Su questo non voglio essere pessimista, nichilista. È chiaro che è difficile essere coerenti. Pensiamo a una grandissima azienda da migliaia di dipendenti: magari c’è un nucleo di persone che vuole incarnare quei valori, quello che magari approccia a me. E quelle stesse persone non sanno che un altro team della stessa azienda, anche a chilometri di distanza, sta facendo qualcosa che è antitetico. Quindi è difficile essere coerenti al 100 per cento secondo me; quindi, io per quello cerco di giudicare sempre le intenzioni. Quando sono stato criticato per Gucci, mi hanno fatto critiche legate al brand. Io non pensavo che Gucci avesse quel tipo di percepito. In realtà la grande cosa che ho imparato è che chi è contrario fa molto più rumore di chi è a favore; quindi, ti sembra che siano tutti contro di te. In realtà c’è una maggioranza molto silenziosa che approva quello che fai- Essenzialmente è difficile essere coerente al cento per cento; quindi, io penso che l’autenticità sia una cosa che va giudicata di volta in volta, così come la sostenibilità. Dobbiamo ambire a raggiungerla però non dobbiamo ricercare quella cosa illibata, pulita al cento per cento, perché non la troveremo mai secondo me. Ci dobbiamo dare degli standard che sono un po’ più raggiungibili. Sarò diventato democristiano perché sto invecchiando, però ho imparato questo: ci sono dei limiti che non vanno sorpassati secondo me, ovviamente. Quindi se l’azienda mi fa una richiesta che è proprio no, stoppare.

PF: Gianvito, quello che stai dicendo è un sanissimo bagno di realtà. È qualcosa che va oltre vision e mission di un’azienda, è qualcosa che va molto in direzione di quella che è la vita vera, lenta o veloce che sia, ma comunque vera. A proposito di cose vere, lente e veloci, ho chiesto a ChatGPT di scrivere l’introduzione di questa puntata. Ho detto “Gianvito lavora tanto col digitale, proviamo”. Io non tendo a usare molto ChatGPT per scrivere però proviamo. Vi leggo che cosa mi ha detto ChatGPT. ”Oggi ci immergeremo nella vita lenta e nel lavoro di Gianvito Fanelli, un luminare nell’ambito del movimento vita lenta nato e cresciuto…

GF: Già qua scusami ma… luminare… non fidatevi dell’intelligenza artificiale!

PF: Fammi finire, perché qua il bello deve ancora arrivare… ”Nato e cresciuto nelle pittoresche terre dell’Italia meridionale Gianvito Fanelli si è distinto come un fervente sostenitore dello stile di vita lento, un movimento che promuove il ritorno alla calma, alla consapevolezza, alla semplicità nella società moderna”. Per cui, sei un luminare che ha fondato un movimento secondo ChatGPT. Mi viene da dire: ma non è che ChatGPT predice il futuro?

GF: Sul movimento, al di là del fatto che può essere interpretabile in mille modi, non è la prima volta che mi viene detto. In realtà c’è stata una persona che mi aveva detto ”ma tu dovresti [farlo]”. Siccome cerco di fare le cose in maniera incrementale, lentamente, non mi pongo questo tipo di obiettivi. È chiaro che c’è una cosa che mi fa impressione, lo dichiaro: questa cosa è entrata nell’immaginario e mi fa molta paura. Oggi c’è gente che mi dice ”ma questo è Vita Lenta”. Questa cosa è diventata quasi un topos, una cosa riconoscibile; quindi, in un certo senso il movimento potrebbe essere una prospettiva. Io però non voglio prendermi questa responsabilità, sinceramente. Quello che credo di poter fare è dare uno spunto di riflessione. Siccome una domanda che mi fanno spesso è “che cosa vedi nel futuro di Vita Lenta?”, mi piacerebbe ampliare il racconto, dare più mezzi, analizzarlo anche criticamente. Perché Vita Lenta ha anche degli aspetti, degli angoli bui negativi che vanno analizzati. Dico sempre che c’è lentezza e lentezza, perché l’Italia è anche il paese della lentezza della burocrazia, di tante cose che non sono lentezza positiva, quindi va analizzata. Poi vivo in una zona della Puglia che è diversa da altre zone della Puglia e del meridione; quindi, la mia esperienza non può essere paragonata a quella degli altri. Mi rendo conto che la lentezza di una persona che vive in un paese sperduto di una regione x del meridione, che per esempio per andare a fare sport deve farsi 100 chilometri con mezzi lenti, quella non è una vita lenta positiva, er quanto magari in quei tragitti nascano delle idee incredibili, perché non sai che altro fare e diventi magari un grande cantante o un grande artista. Però mi piacerebbe analizzarla. Da lì a [diventare] movimento ne passa, anche perché il movimento implica una serie di responsabilità che non penso di volermi prendere.

PF: Come la Settimana Enigmistica, Vita Lenta ”vanta innumerevoli tentativi di imitazione”, alcuni anche spudorati, veramente sfacciati. Ti fanno piacere o ti danno fastidio?

GF: Fastidio devo dire mai. In realtà da un lato mi fanno piacere perché ovviamente testimoniano che questo concetto ha fatto breccia. Dall’altro mi mettono sul chi va là perché in un attimo che questa cosa diventa uno stereotipo e già lo è diventato. Infatti, quando leggo degli articoli che la interpretano in maniera alcune volte superficiale, in una maniera che secondo me non è quella che io cerco di restituire, cerco sempre di interagire col giornalista, con chi l’ha scritto, dicendogli “ma perché non ne parliamo?” A volte viene confuso con altri concetti, quindi da un lato mi metto sul chi va là perché chiaramente quando una cosa diventa un trend si svuota di significato. Molto spesso il rischio è che si perda il buono che c’è e rimanga solo qualcosa di vuoto.

Dall’altro lato (ripeto, senza giudicare) mi fa sorridere e riflettere perché dico “cavolo, ma quelle energie non potrebbero essere utilizzate per fare qualcosa di originale?” Oppure mi fanno riflettere sul fatto che forse tutti, me compreso, cerchiamo una sorta di validazione dall’esterno e quindi andiamo su un concetto che siamo sicuri abbia successo, cerchiamo di replicarlo perché cerchiamo quel tipo di validazione da parte del pubblico. Però la cosa che ho capito è che l’originale è sempre l’originale, non solo su Vita Lenta, su qualsiasi progetto l’originale è sempre l’originale, per vari motivi. Uno perché quei valori sono davvero incarnati, due perché comunque un vantaggio competitivo di essere stato il primo, per cui è quello che in qualche modo è più amato dalle persone. Però credo che copiare faccia bene. Se dobbiamo parlare di questo tema da designer, i designer devono copiare, devono copiare per imparare, per capire. Il designer è – tornando proprio all’inizio di questo podcast – il designer per me è come un dj: mixa. L’ha detto anche Virgil Abloh: deve mixare. Quindi non si inventa niente, prende cose le rimescola e crea qualcosa di nuovo. Vita Lenta non è nuovo. Slow Food è una cosa degli anni ’80, totalmente diverso però. Quei valori in qualche modo io li avevo incorporati, anche in maniera inconsapevole.

PF: La copia è un discorso, il plagio è un altro, per cui diventa più pesante. Qual è il commento più bello che tu abbia mai letto su Vita Lenta, o quello che ti ha fatto più piacere?

GF: Alcune persone che mi hanno confessato di aver preso delle decisioni forti nella loro vita, come mollare il lavoro e cambiare vita, anche grazie alla pagina, è la pagina che ha dato quella spinta che serviva, o l’ispirazione che serviva. A volte invece dei commenti di sofferenza, che mi hanno fatto piacere da un certo punto di vista, perché ho capito che la pagina non era una pagina di video, ma le persone davvero riuscivano a percepire quei valori, tanto che si confessavano e si confidavano con me. Con queste persone poi ho anche parlato, è stato bello. Loro non sapevano chi ci fosse dietro. Molto spesso, infatti, usano il plurale per rivolgersi alla pagina. Però si sono innescate anche delle conversazioni, con alcuni anche delle amicizie.

PF: Vedi che ha ragione ChatGPT? Sei un luminare.

GF: Il luminare lo lascio fare solo agli scienziati e a quelli che si inventano i vaccini.

PF: Se non facessi questo lavoro, cosa faresti?

GF: Quello che vorrei fare fra qualche mese, barra anno: aprire un bar, un listening bar possibilmente, quindi qualcosa che torni alla musica, quindi rovinarmi la vita con un bar per non avere più weekend liberi.

PF: Gianvito è arrivato il momento della raffica!

GF: Paurissima! So già le regole: posso passare una volta e posso… No, aspetta! Posso passare una volta sicuramente.

PF: Una volta puoi passare e una volta puoi argomentare. Tutte le altre devono essere risposte secche. Spiego al pubblico che non conosce la raffica: sono dieci domande a sorpresa.

GF: Quindi cattivissime, io già qualcuna la posso immaginare.

PF: Sono simpatiche, diciamo. Ti devono mettere un po’ in disequilibrio. Non è che ti devono mettere in difficoltà, però io sono una persona buona per cui hai una possibilità di passare, una possibilità di argomentare. Sono dieci secche. Vamos! Cinema o teatro?

GF: Cinema.

PF: Musica classica o elettronica?

GF: Elettronica.

PF: Romanzi lunghi o romanzi corti?

GF: Romanzi corti perché ho difficoltà. No no, non voglio argomentare su questo! Scusa non ho argomentato, ho detto solo perché romanzi corti.

PF: Doccia o vasca da bagno?

GF: Doccia.

PF: Edicola o libreria?

GF: Edicola 518 che è sia libreria che edicola, t’ho fregato!

PF: Però hai argomentato…

GF: Me la sono giocata! Vabbè spero che non mi chiedi niente di cibo perché è un problema.

PF: Design vintage o contemporaneo?

GF: Contemporaneo. Lo dico ad altissima voce perché c’è una faida su chi invece mi spinge al design vintage.

PF: Instagram o Threads?

GF: Instagram, Instagram. Quante ne mancano scusa? Così capisco quando devo argomentare.

PF: Tre. A cena con Kate Moss o con Kim Kardashian?

GF: Kate Moss.

PF: Adriatico o Jonio?

GF: Allora qua non è argomentazione. V i do un tip, ma è facile. Se c’è Maestrale Jonio se c’è Scirocco Adriatico. E in Puglia diciamo che siamo abbastanza fortunati perché in un’oretta arrivi sullo Jonio. Infatti, per chi sta proprio al centro, tipo Salento centrale, è fantastico perché vedi i venti e decidi che parte andare.

PF: Comunque questa non è una argomentazione, questo è un pamphlet, è un saggio!

GF: Ve l’ho detto, vi do un tip, vabbè facile però, da pugliesi diciamo che queste cose si sanno.

PF: L’ultima della raffica. Panzerotto o pizza?

GF: Vedi che mi dovevo lasciare la cosa per argomentare! Posso ancora saltare. Il panzerotto. Quindi non posso più argomentare?

PF: No, facciamo quello che ci pare.

GF: Il panzerotto è una mezza pizza, se vogliamo, da un certo punto di vista. Però dico il panzerotto pugliese, perché se andate a Napoli il panzerotto è un’altra cosa. Se andate a Lecce il calzone è il panzerotto. Il panzerotto che si mangia a Bari è la mezzaluna fritta. Al forno, vade retro!

PF: A posto, finita la raffica. È stata abbastanza indolore. Poi, va bene, le regole sono andate un po’ ramengo, ma va bene lo stesso.

GF: Tanto è live, non è in diretta ma quasi

PF: Non è Sanremo, non abbiamo il notaio che ci detta le regole. Gianvito la domanda finale del podcast. Consigliaci un libro per te importante che tutti noi dovremmo leggere.

GF: Questa è la domanda che mi mette sempre in crisi. Meno male non mi hai chiesto qual è il film preferito, non me lo chiedere per favore.

PF: No, non te lo chiedo.

GF: Però ti citerò uno dei libri che ho letto ultimamente e che mi è piaciuto molto, che è “L’atto creativo” di Rick Rubin, il famoso producer (che ha dichiarato fra l’altro di non saper suonare nessuno strumento musicale). È un libro molto bello che spiega un po’ il processo creativo. Ci sono tanti consigli pratici, mi piace molto perché è pratico. Poi è diviso in capitoletti, quindi lo potete leggere anche a pezzi, non c’è quel capitolone che dobbiamo leggere tutto in un fiato se no non ce la fai a capirlo. Ha delle parti un po’ esoteriche che non mi sono piaciute particolarmente, non che non mi siano piaciute, però lasciate un po’ perdere le parti sulla salute, sui medici, che non condivido pienamente. Però in realtà è pieno di cose molto interessanti, mi ha fatto mi ha fatto riflettere. Secondo me è molto universale. Lui fa musica però è una creatività veramente a tutto campo; quindi, chiunque secondo me impara qualcosa da questo libro. Poi è anche molto bello da avere appoggiato su un coffee table.

PF: Bene Gianvito. Grazie davvero per essere stato con noi. Grazie al pubblico romano, grazie grazie.

GF: È stato molto bello dal mio punto di vista. Se vi siete annoiati comunque va bene, perché la noia fa bene!

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