Ed eccoci qua, con l’ottava stagione di Parola Progetto.
La apriamo con un’ospite speciale: Giovanna Massoni, curatrice e consulente di base a Brixelles, da dove osserva il design con particolare attenzione agli aspetti sociali e all’impatto che ha sulla vita delle comunità.
Giovanna ha curato mostre e collaborato con realtà internazionali, quali la Triennale di Liegi, la Biennale di Saint-Étienne, la Milano Design Week e il Lake Como Design Festival.
Con lei parleremo di curatela, di frammenti e di come di come il design possa aiutarci a leggere e trasformare il mondo.
PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.
Ed eccoci qua: l’ottava stagione di Parola Progetto prende il via con un ospite speciale, Giovanna Massoni, curatrice e consulente. È nata a Milano e vive a Bruxelles, da dove osserva il design e lo indaga con uno sguardo particolare sugli aspetti sociali e sull’impatto che ha nella vita delle comunità.
Nel suo percorso ha lavorato a Belgium is Design, alla Milano Design Week, a Reciprocity, la Triennale del Design di Liegi, alla Biennale di Design di Saint-Étienne, al Sustainable Design Award del Comitato Economico e Sociale Europeo. Ha curato mostre come Fare Luce, dedicata a Michele De Lucchi, e Au Charbon, allestita in una miniera di carbone per raccontare il design dell’era post-carbonio. Dal 2023 seleziona temi e protagonisti della Contemporary Design Selection del Lake Como Design Festival.
Con lei parleremo di cosa significa oggi fare curatela, di come il design possa aiutarci a leggere il mondo e magari anche a cambiarlo. Ciao Giovanna, benvenuta a Parola Progetto.
GM: Ciao Paolo, che piacere.
PF: Anche per me è veramente molto, molto bello finalmente sederci davanti al microfono e chiacchierare, anche se purtroppo non siamo nella stessa stanza, perché io sono a Roma e tu sei a Bruxelles.
GM: Esatto, una lunghissima telefonata, dai… come ai vecchi tempi.
PF: Ma che bello! Allora ti giro subito una domanda che spesso mi fanno le mie studentesse e i miei studenti, forse più le studentesse: come si diventa curatori o curatrici?
GM: Ah, come si diventa? Passando prima dall’esperienza del visitare, informarsi e percorrere un percorso espositivo. È l’esperienza che ha dato adito a una serie di riflessioni su come curare una mostra. Io non sono una persona che esprima giudizi, però per me visitare una mostra è un momento estremamente importante di connessione con l’altro e con gli altri. Devo poter capire, durante un percorso espositivo, quello che sto guardando e osservando, e avere il tempo di farmene un materiale che possa essere effettivamente assorbito e con cui entrare in confronto.
La mostra è un laboratorio. La riflessione per sviluppare una mostra, per me, è fondamentale intenderla in modo collegiale. E non è teoria questa, è veramente la mia pragmaticità. Io, come commissario, come curatore — anche se mi piace molto di più la parola “curatrice”, perché c’è il concetto di cura che è molto importante — ho sempre trovato fondamentali alcune esperienze. Prima da direttrice artistica di una triennale che si occupava di design e innovazione sociale, a Liegi (Reciprocity), e poi soprattutto con la mia collaborazione per Lille, Capitale Mondiale del Design nel 2020.
Lo spazio espositivo è uno spazio in continuità, cioè non è qualcosa che ferma il progetto: è qualcosa che dovrebbe consentire al designer partecipante di continuare a svilupparlo, che sia nel senso di comunicare e dialogare con il pubblico, o nel senso di continuare la sua ricerca rendendola visibile e fruibile.
PF: Come sei arrivata a fare questa professione?
GM: Ho studiato storia dell’arte, non mi sono mai laureata. Questa è una questione interessante nel mio percorso antiaccademico. Ho smesso l’università nel momento in cui mi sono ritrovata ad essere ammessa come collaboratrice in una galleria d’arte che seguivo da tempo: si chiamava Galleria Salvatore Ala.
Quando mi hanno proposto di collaborare con loro ero in crisi con l’insegnamento accademico, ma soprattutto con la burocrazia universitaria che mi imponeva tutta una serie di esami che non avrei mai dato e che non mi interessavano. In quel momento stavo veramente già costruendo una carriera legata all’arte. Il design è arrivato poco dopo.
Quindi, nel mio percorso c’è una galleria d’arte che mi ha dato degli strumenti incredibili per capire com’è. Intanto, è fondamentale rispettare il lavoro di un artista. L’artista è una persona, non è un oggetto: anche se si espone il frutto del suo operato, stiamo dialogando con una persona nel momento in cui la esponiamo.
A seguito di questa esperienza in galleria ho iniziato a lavorare con mio padre, che era un designer, Luigi Massoni, il quale aveva una rivista specializzata in oggetti di arredamento, artigianato, artigianato di ricerca, eccetera. E lì ho cominciato a scrivere.
Queste due esperienze, cioè la scrittura e l’esperienza sul campo, mi hanno insegnato non solo l’importanza di essere parte di un’equipe, ma di essere parte di un progetto. E la scrittura, oggi, è un mezzo estremamente importante per fare delle scelte e per cominciare a confrontarsi intanto con la percezione di quello che stai comunicando. Ti metti comunque nelle scarpe di qualcun altro quando scrivi, per capire se stai comunicando nel modo giusto.
PF: Bello questo qua.
GM: Ed è un modo anche di entrare in contatto con le persone di cui parli. È una parte fondamentale e bellissima di questo lavoro.
PF: Ma tu ti senti più regista o più mediatrice? Perché sono due modi diversi di intendere la curatela.
GM: Per me è difficilissimo: sono due parole interessanti, ma in cui non mi riconosco per niente. Io mi sento molto designer in questo, anche se non ho nessuna nozione di design. Ma il design, come molti lo intendono ormai e come l’ho sicuramente assunto io nel mio modo di lavorare, è proprio questa progettualità.
Il designer collabora, il design è un’operazione in cui si costruiscono ponti in continuazione, è un catalizzatore di energie tra varie professionalità. Essere designer contiene anche il concetto della capacità progettuale, della condivisione, della collettività. Cioè, non è un’operazione solitaria, o almeno così la intendo io e spero che molti altri la intendano nello stesso modo.
In questo mi sento molto più designer. Evidentemente, nel disegno c’è anche il pubblico che interviene.
PF: È vero che se tu non avessi fatto design saresti stata un’atleta?
GM:So da chi viene questa! Ero una bravissima ginnasta quando ero piccola, poi ho veramente lasciato stare. No, io avrei voluto fare la ceramista.
PF: Questa è bellissima, racconta.
GM: Sono tuttora una persona estremamente legata all’atto e al gesto, e con mio padre discutevamo di questa possibilità perché lui era appunto in contatto con Nanni Valentini e con tutta una serie di grandi ceramisti degli anni ’60. Si era aperta questa possibilità, poi purtroppo mia mamma, che non era esattamente di questo parere, riteneva che l’università mi avrebbe valorizzata eccetera eccetera. Ci siamo un po’ scontrati e quindi ho lasciato stare la ceramica.
L’ho brutalmente lasciata stare, nel senso che non ho mai ripreso in mano questa opzione, insomma. Sono una curatrice molto artigianale, molto manuale. Cioè, tutto può essere progettato, ma c’è sempre la sorpresa e il momento in cui dici: “Ok, questo non va. Allora sì, rimodelliamo, riprogettiamo.”
PF: Certo. Questo vale anche quando crei il percorso narrativo? Mi spiego: ogni mostra, ovviamente, deve avere un inizio, una fine oppure una serie di elementi che poi si riprendono. Insomma, è comunque un percorso che può essere più narrativo, più astratto, ma è sempre un percorso.
Tu come fai in modo che il tuo percorso, o il percorso che proponi, sia interessante tanto per gli addetti ai lavori quanto, invece, per chi vede magari quelle cose per la prima volta?
GM: È una buonissima domanda, perché effettivamente mi scontro spesso, nella mia attività, con [il dilemma]: viene prima il percorso o vengono prima gli ingredienti che lo compongono?
Mi è successo spesso di partire da una griglia teorica, dove mettevo tutto già in ordine e poi facevo rientrare gli ingredienti, ovvero i designer o gli artisti che partecipano alla mostra. In altri casi, invece, è esattamente l’opposto: raggruppare dei designer con una visione non necessariamente consensuale e omogenea, ma anche uno all’opposto dell’altro, e lasciare che questa energia, questa sinergia anche un po’ esplosiva possa creare un tema per il percorso espositivo. Questo è molto interessante.
Il percorso espositivo è fondamentale, il racconto è fondamentale: il racconto sorprende, il racconto stimola, il racconto crea empatia con il visitatore. Però spesso il racconto è il mio racconto, e questo mi dà molto fastidio.
PF: In che senso?
GM: Nel senso che non mi sento autrice di qualcosa, non sto cercando di convincere qualcuno di un mio modo di vedere le cose, [sto cercando piuttosto] di convincere qualcuno a venire a vedere come questi artisti, artigiani, designer stanno sviluppando un lavoro che ha un valore. Non sono autrice nel senso che mi prendo tutte le responsabilità di una scelta, mi prendo tutte le responsabilità di una collaborazione, ma non ho mai avuto questo senso di autorialità. Io metto insieme frammenti, io mi sono molto riconosciuta in questa poetica, poi ne discuteremo più avanti, però è [soprattutto il] trovare e mettere in luce.
PF: Certo. Quindi diciamo che non vedremo mai una tua mostra con il tuo nome nel titolo della mostra stessa.
GM: Mai, mai. Età permettendo sarò sempre a sporcarmi le mani durante il montaggio di una mostra. Onestamente per me sono momenti estremamente soddisfacenti e rivelatori, cioè la costruzione di qualcosa, proprio l’atto di costruire qualcosa.
PF: Quindi alla prossima domanda che avevo preparato credo che tu abbia già risposto. Come entri in dialogo con i designer che includi nelle mostre? Nel senso: ti fai guidare o li guidi o c’è un po’ di entrambi?
GM: C’è senz’altro molto di entrambi. Quello che mi è abbastanza chiaro dopo qualche anno di esperienza è che spesso il designer o non sa raccontarsi in modo chiaro, ma perché non sta a lui farlo, o ci sono aspetti che lui stesso non vede, non sa valorizzare. C’è un’ultima opzione che ritengo la più interessante: a meno che non si tratti di una mostra monografica, in una mostra collettiva sono anche le relazioni tra i vari partecipanti che sono molto importanti. Sono accostamenti o sono anche collaborazioni vere e proprie che avvengono e che probabilmente creano la ricchezza di questo lavoro, insomma, saper creare anche dei dialoghi che non erano previsti.
PF: Sai bene che a Parola Progetto ho avuto la fortuna di dialogare nel corso degli anni con Paola Antonelli, Alice Stori Liechtenstein, Domitilla Dardi, Marco Sammicheli, insomma colleghi e colleghe che curano il design proprio come te. Anche loro, ovviamente, ognuna delle persone che ho citato ha punti di vista diversi, pratiche diverse e così via, ma hanno una cosa in comune: credono che il design renda il mondo un posto migliore. Come alimenti questa convinzione? Come e dove trovi le conferme che il design può rendere il mondo un posto migliore?
GM: Conferme non ne ho esattamente, ma comunque è un’epoca di grandissima incertezza, ma probabilmente l’incertezza ci condurrà anche a trovare nuove conferme o nuovi modi per raggiungere una certa serenità. Trovo che il design, come forse anche Paola Antonelli aveva già detto — se non sbaglio era proprio lei perché la ritengo una grandissima musa per tutto l’apparato teorico e tutto quello che lei ha creato in questi anni — il design è un modo di rieducare, di dare delle indicazioni per un cambiamento comportamentale a livello sociale, a livello umano. Quello di cui ringrazio il design è la capacità di aver allargato i propri confini e aver accolto al suo interno una serie di cambiamenti nel design stesso importantissimi, ovvero consentire e facilitare il dialogo interdisciplinare, avere questa capacità anche di mettersi in discussione. Oggi siamo usciti dal “solution in design”, non abbiamo più questa certezza, non ci sono più delle soluzioni progettualmente molto facili da soluzionare. Oggi la complessità è chiara a tutti e la complessità è un elemento fondamentale nella progettualità. Giusto per rispondere alla domanda: il design cambia il mondo in meglio, io lo spero, il design sta in un certo senso disciplinando — senza che questa parola venga fraintesa — un modo di vedere le cose che è vasto, che è complesso.
PF: Sì, quindi non tanto la ricerca della soluzione universale definitiva quanto magari la definizione di un percorso di soluzione eventualmente.
GM: E probabilmente anche la constatazione che il design non è più una professione identica dappertutto, ma ha un numero infinito di declinazioni e che sono molti microprogetti che stanno facendo il cambiamento, creando il cambiamento, ma magari non li vediamo neanche. Ma questo non toglie che il design possa effettivamente contribuire a cambiare il modo di vedere le cose. Abbiamo anche saputo, in questi ultimi anni, includere il parametro ambientale, la natura e come ci rapportiamo alla natura, come ci rapportiamo ai nostri consumi, l’importanza dello scarto e di tutto ciò che abbiamo prodotto.
PF: Il tema di quest’anno della Contemporary Selection del Lake Como Design Festival è Frammenti. Da dove arriva questa scelta? Qual è stato il percorso che ha portato te e il Festival a scegliere questo argomento?
GM: Fermo restando che io non scelgo i temi. Sono tre anni che lavoro e collaboro con Lorenzo Butti e Francesca Prandelli e questo mi consente di essere coinvolta un po’ nella riflessione, nella gestazione del tema dell’edizione a venire. L’idea è stata di Lorenzo, anche quest’anno, accolta con grandissimo entusiasmo. Era l’anno scorso, esattamente l’anno scorso, quando abbiamo iniziato a parlarne. Non so quale sia stata la scintilla per Lorenzo, ma certamente siamo tutti coinvolti in una crisi planetaria dove ci sono guerre importanti, conflitti assolutamente ignorati ma comunque attivi. Fanno sì che il tema del frammento sia abbastanza indicativo e significativo per quello che stiamo vivendo.
Nel mio caso, posso raccontare quello che è successo nella mia testa e nel mio cuore: è stato effettivamente assumere il frammento come un’entità estremamente significativa, particolarmente oggi, ma lo è stato anche durante la Seconda guerra mondiale per altri filosofi e pensatori, come Walter Benjamin. Il frammento non solo contiene memoria del passato, quindi è una testimonianza importante di qualcosa che è andato distrutto, ma diventa — e questo lo è diventato anche valutando le varie proposte per la selezione di quest’anno — diventa anche quasi un fattore simbolico dove la frantumazione è quasi volontaria. Ciò che viene diviso e poi ricomposto fa parte del processo di creazione e questa particolarità, questa attenzione al frantumare e ricomporre, è abbastanza inquietante perché è quasi un’allegoria, come Walter Benjamin avrebbe amato e chiamato questo strano incidente di quello che ci sta succedendo.
Siamo in un’epoca in cui tutto quello che è stato auspicato da una filosofia moderna dell’importanza dell’unico e dell’unitarietà, della credibilità solo se il pensiero è unico e [del] mainstream di oggi… Frantumando questo pensiero unico e questo oggetto saldo, permanente e solido, si mette in crisi tutta una serie di valori che in realtà hanno solo generato ingiustizia e iniquità.
PF: Nell’introduzione alla mostra, oltre a Benjamin che hai già citato, citi anche Aldo Rossi in particolare. Per Benjamin il frammento è sempre “il frutto di una violenza”, mentre per Rossi è “un atto di speranza”. Racconta perché hai trovato e hai messo in relazione queste due visioni.
GM: Una piccola precisazione: per Benjamin il frammento è un atto di violenza e diventa, grazie all’attenzione – l’attenzione di cui parla Benjamin, che è necessaria per ritrovare questi frammenti, individuarli, raccoglierli e ricomporli – un atto di giustizia anche per Benjamin. Quindi l’atto di giustizia di Benjamin e l’atto di speranza di Rossi, secondo me, rafforzano, anche con un’emotività un po’ diversa, il concetto di frammento e l’importanza del frammento. Quindi non c’è un’opposizione fra i due termini: vengono ricondotti comunque a un gesto di ricomposizione non necessariamente per rimettere a posto il pezzo com’era, ma per far convivere frammenti che sono frammenti di esistenza, di vissuti, di storie che sono stati ignorati e quindi distrutti.
PF: Giovanna, tu credi che il design oggi dovrebbe assumersi un ruolo politico più esplicito?
GM: No, il design è una professione che può servire eventualmente a creare modelli. Penso al design che sempre più spesso si lega alla gestione anche burocratica di quartieri, comuni, eccetera, molto sviluppato in Francia. Anche a New York c’erano state grandissime innovazioni da questo punto di vista. Basti ricordare il ruolo di [Bruce] Mau per l’amministrazione comunale di New York a un certo punto, eccetera.
Il design è politica in sé, cioè il design è un atto politico. Il design si occupa di oggetti certamente decorativi per alcuni e per altri oggetti in senso lato, cioè sono interfaccia tra noi e il mondo, sono comunque cose maneggiate dalla gente, come può essere una strada, una piazza o un ufficio comunale, voglio dire. Quindi il design è già un modo di fare delle scelte politiche: il materiale, il modo di produrre, [il modo] di distribuire, eccetera, eccetera.
Quindi per me, sul design non c’è neanche da porsi la domanda se deve essere più politico o meno. L’attenzione al sociale e al politico, quindi in senso più vasto, è innata nel design. Si deve sempre tener conto di tutta una serie di fattori che non sono solo evidentemente quelli dell’architettura di interni o del chi comprerà e in che vetrina vedrà quell’oggetto. Il design è tutta una serie di cicli che includono indissolubilmente delle sfere sociali, professionali, economiche e politiche.
PF: Tu hai dei luoghi privilegiati, diciamo, di osservazione per intuire meglio la direzione che sta prendendo il design? Intendo: dove ti metti a fare ricerca, dove osservi meglio?
GM: Diciamo che sicuramente Parola Progetto innanzitutto…
PF: Grazie!
GM: No, diciamo che i media sociali sono un gran calderone in cui spero, grazie a una certa esperienza e a una capacità di uscire dal labirinto delle immagini e dell’immagine che piace, eccetera eccetera, ci siano tantissime informazioni che puoi captare e chiaramente approfondire. Non sono una persona nata con i media sociali, quindi la biblioteca, i libri e soprattutto gli incontri, la visita degli studi, la frequentazione di altre mostre, perché questo è fondamentale, sono tutti stimoli molto molto importanti.
Penso che nella tua domanda ci sia qualcosa di personale. Se vuoi, ne parliamo.
PF: Certo parliamone.
GM: Cosa intendi?
PF: Allora, insegnando io metodologia della ricerca, sono sempre interessato a suggerire anche ai miei studenti e alle mie studentesse dei metodi alternativi di ricerca. Appunto, i social media, i media sociali, sono un punto, come dire, di partenza ormai quasi obbligato. Ma ci possono essere anche esperienze diverse, oppure anche all’interno dei social media ci possono essere dei percorsi privilegiati rispetto ad altri. Non so, possono essere un account particolare oppure degli argomenti specifici. Visto che poi ognuno ha un po’ il suo metodo di ricerca, le sue abitudini, ad esempio io continuo a ricercare ancora in biblioteca. Ogni tanto mi piace andarci, magari cercare delle cose, diciamo pure dimenticate, e vedere come si risponde adesso alle domande di allora.
Io, ad esempio, per la mia ricerca uso tantissimo Vinted: cerco il nome di un designer di cui non ho mai sentito parlare, o magari di un designer super noto, e provo ad andare a vedere i prodotti che ci sono in vendita su Vinted, capire il valore che hanno per le persone, la percezione. Insomma, tutto questo per dire che ci possono essere mille modi. Giustamente, come dici tu, ci sono gli incontri, i festival, le design week. Ecco, la cosa importante per me è sempre quella di non avere un unico punto di osservazione.
GM: Senz’altro, mai mai. E cosa non secondaria, la scuola: tu insegni, io non insegno esattamente, ma da 5-6 anni sono coach per i master in design tessile a La Cambre, che è una bellissima accademia fondata da Henri van de Velde a Bruxelles. E questo per me è un pozzo senza fondo. Cioè, un po’ come quando i miei figli sono ormai adulti, ma io ho avuto una cultura musicale estremamente attuale grazie a loro. Certo. Io sono una gran spugna, devo dire. Dopodiché ho sempre paura di ripetere cose che altri hanno già detto o fatto, quindi anche qui c’è l’urgenza di frequentare, in questo caso, vari luoghi, da quelli digitali a quelli reali, per non ripetere cose, ma magari riferirmi a cose che sono già state dette o fatte, senza ripeterle.
PF: Certo, io ad esempio ho fatto questo patto con i miei studenti: quando parliamo, ad esempio, di musica, mi faccio sempre suggerire artisti, brani, generi, eccetera, che non conosco. Poi dico: ok, una volta giuro che lo ascolto, almeno una volta, poi magari non lo riascolto più. Però in questo modo ho scoperto delle cose che continuo ad ascoltare. Oppure ti si apre un mondo, ti si apre un canale, ti si apre, non so, magari parti dal K-pop e vai a vedere dei video dell’allestimento di un palco e scopri cosa ci sta dietro il design di un palco, oppure la progettazione di un percorso. Anche la progettazione di una band del K-pop è una cosa interessantissima.
GM: Sì, sì.
PF: Quindi, insomma, anche lì ci possono essere delle sorprese meravigliose.
GM: Assolutamente.
PF: Quali sono, secondo te Giovanna, i temi che saranno cari al design nei prossimi anni? Non dico solo a livello di curatela, ma anche proprio a livello di progettazione. Tu stai già intuendo una serie di argomenti?
GM: In questo momento sto un po’ penando a trovare qualcosa che mi aiuti a immaginare il futuro, perché trovo che siamo in un momento sicuramente di transizione. È il modo per scusare certe cadute di stile, di solito: è un momento di transizione. Ma c’è un fermento nell’ambito della ricerca del design, parliamo di materiali, parliamo di nuovi metodi di produzione, che è molto promettente. Quello che io sto aspettando al varco è di capire se il design industriale, che poi è quello che crea valore economico e dà lavoro a non so quante persone nel mondo, arriverà a ricongiungersi con questi spazi di ricerca che sono irrimediabilmente ad opera del privato, del singolo o di piccoli collettivi.
Io ho bisogno di capire – forse lo spero ancora – nel senso che, non so, il design industriale ha una storia, ha un senso anche, ha un modo di poter effettivamente agire su vasta scala su alcuni modelli di produzione che ormai sono completamente stati discreditati. Ma ho ancora questa speranza, quasi, di vedere gli insegnamenti o i risultati di ricerche di grandissimi designer, giovani designer, collettivi di designer, attuati e applicati su una scala maggiore.
Cosa succederà? Ho smesso di avere dei grandissimi sogni, però è una grandissima curiosità che mi pongo.
PF: Certo. C’è chi dice che, per fare un design significativo per il futuro, paradossalmente bisogna smettere di produrre cose nuove, ma che si possa fare design o totalmente immateriale o semplicemente recuperando cose che sono già state prodotte. Ecco, questo punto di vista, un po’ estremo ovviamente, tu come lo vedi? Ti sembra un’utopia pura e semplice o ci vedi qualcosa di vero?
GM: Sull’abbassare l’impatto dei consumi, quello assolutamente. Io penso che chi di noi, del nostro vasto gruppo di follower del design, ogni anno cambia divano… queste sono cose folli. Ma non solo perché è uno spreco, ma perché non ha senso. Dal punto di vista del mercato le collezioni devono innovarsi e rinnovarsi, eccetera, ma ci sono altri modi. E questo ce l’hanno insegnato questi giovani designer: ci hanno insegnato che non è necessario creare delle nuove collezioni, si possono effettivamente apportare dei cambiamenti in collezioni preesistenti. Ci sono degli stampi che non vengono più utilizzati e possono essere riutilizzati. Cioè, ci sono tantissimi modi per abbattere la sovrapproduzione. Poi non so se basterà: è comunque un processo lento.
PF: Qual è il primo oggetto di design di cui hai memoria?
GM: Allora, io ho un ricordo. Intanto ho pochi oggetti di mio padre, però ci sono, e quindi quello più inflazionato nella mia memoria è sicuramente lo shaker di Alessi, ma non solo. Ma se penso ai miei primi anni di vita, è una Triennale di cui ho un ricordo veramente molto offuscato e un ricordo di arancioni, colori arancioni. Quindi, quando penso al design penso a questo: penso a questo ambiente estraneo a me ma stranissimo, estremamente emerveillant, pieno di colori e pieno evidentemente di oggetti, di riflessi, e questo arancione che mi è rimasto in testa. Ed erano proprio, probabilmente, gli anni ’70.
PF: Il fatto che sia una mostra il primo ricordo che hai del design è abbastanza significativo.
GM: Esatto, hai ragione.
PF: Se tu invece potessi portare in vita un designer del passato per un’ora, per chiacchierare di qualsiasi cosa, chi sarebbe? E di cosa vorresti parlare?
GM: In questo momento mi interesserebbe discutere con Gio Ponti, perché penso che sia un personaggio chiave per quello che sta succedendo oggi, ovvero il famoso collectible, no? Perché il ruolo dell’ornamento e del decoro, che è stato effettivamente molto attaccato in un ventennio-trentennio buono di design all’osso, è interessante. E vorrei saltare la fase Sottsass, Mendini, eccetera, perché è una fase che mi ha sempre molto turbata e non ho ancora capito fino a che punto, ma non so spiegarti il perché. Quindi vorrei ritornare a Gio Ponti e a dove l’abbiamo lasciato, perché secondo me nessuno ha poi cavalcato i suoi insegnamenti e le sue riflessioni. Ma non come maestro, piuttosto come atto di confronto: confrontiamoci con quello che lui pensava del decoro, dell’ornamento.
PF: Giovanna, è arrivato il momento della raffica. allora ti ricordo le regole sono dieci domande a sorpresa mi aspetto solo risposte secche e hai due bonus quindi una possibilità di passare e una possibilità di argomentare. Partiamo. Design riciclabile o design biodegradabile?
GM: Riciclabile.
PF: Aria condizionata o ventilatore?
GM: Ventilatore mille volte.
PF: Sul comodino: un romanzo o un saggio?
GM: Romanzo.
PF: Vacanze al mare o vacanze in montagna.
GM: Mare.
PF: La prossima mostra in Europa o in Asia?
GM: Europa.
PF: Un mese da sola in viaggio, Americhe o Africa?
GM: Americhe.
PF: Design veloce o design lento?
GM: Lento.
PF: Cinema o teatro?
GM: Ah, teatro.
PF: Pizza o cioccolata?
GM: Cioccolata.
PF: L’ultima domanda della raffica: design italiano o design belga?
GM: Italiano, mille volte.
PF: Quindi, no, le abbiamo fatte tutte: non hai usato un passo, non hai usato l’argomentazione.
GM: No, sul teatro e il cinema forse avrei bisogno di una… Ma il teatro, il teatro di prosa, non mi interessa molto. Lì sono molto educata alla belga, la danza-teatro mi interessa molto. Queste esperienze sono totalizzanti, più del cinema.
PF: certo certo bene allora qui o sei stata troppo brava tu o sono stato troppo buono io
GM: troppo buono
PF: Mii stanno dicendo da tante parti che la raffica dovrebbe essere un po’ più crudele, ma vediamo nelle prossime puntate.
GM: Adesso mi viene in mente che quando mi evochi la pizza o il cioccolato pensi all’Italia o al Belgio?
PF: Esatto, esatto.
GM: E allora mi correggo.
PF: Troppo tardi!
GM: Troppo tardi, vabbè.
PF: Giovanna, la domanda finale del podcast: qual è un libro, per te importante, che dovremmo leggere anche noi?
GM: No, non mi fare queste domande. Vedi? Mi metti in crisi, perché sono la donna delle incertezze. Oddio.
PF: Può essere qualsiasi libro. Non deve essere il libro da portare sull’isola deserta, ma un libro che in questo momento, secondo te, varrebbe la pena di leggere o di rileggere. Può essere un romanzo, può essere un saggio, può essere qualsiasi cosa, anche un fumetto, qualsiasi cosa.
GM: Beh, allora vado indietro negli anni. Non sono gli ultimi libri che ho letto.
PF: Certo.
GM: Ti dico Virginia Woolf.
PF: Ok.
GM: Ti dico Il Faro, ma tutti i suoi libri mi hanno molto formata. Diciamo che sono cresciuta in una famiglia matriarcale, perché c’era solo mia mamma che ha condotto la nostra educazione, eccetera. Molto aperta e molto anticonformista, ma mancava qualcosa che ho trovato in Virginia Woolf, e che è non solo ritrovare il senso di libertà nella propria vita attraverso azioni e pensieri, quindi la parte matriarcale della famiglia Bas Massoni, ma ritrovarlo attraverso il corpo. E questa corporeità, questa corporalità, è il suo regalo, è il regalo di Virginia Woolf.
PF: Che bello, grazie Giovanna.
GM: Figurati
PF: Grazie per il bellissimo consiglio di lettura e grazie per essere stata con noi a Parola Progetto oggi.
GM: Grazie a te Paolo, grazie mille.
Puntata registrata on-line tra Roma e Bruxelles il 1 settembre 2025 e pubblicata il 15 settembre 2025.
La trascrizione è stata effettuata utilizzando strumenti di intelligenza artificiale e successivamente editata dall’autore.
Copyright © 2025
Tutti i diritti riservati. È proibita la riproduzione, anche parziale, in ogni forma o mezzo, senza espresso permesso scritto dell’autore.