Il link dell’episodio:
Il sito di Marco de Vincenzo https://marcodevincenzo.com
Il libro Mondovisione https://www.electa.it/prodotto/mondovisione/
La puntata di Paorola Progetto con Deanna Ferretti Veroni https://www.parolaprogetto.com/podcast-episode/deanna-ferretti-veroni-con-la-maglia-si-puo-fare-tutto/
La puntata di Parola Progetto con Numero Cromatico https://www.parolaprogetto.com/podcast-episode/numero-cromatico-lartista-e-un-organismo-che-ricerca/
La puntata di Paorola Progetto con Agostino Iacurci https://www.parolaprogetto.com/podcast-episode/agostino-iacurci-nulla-dies-sine-linea/
Il libro suggerito da Marco, “Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni” di Jared Diamond https://www.einaudi.it/catalogo-libri/storia/storia-antica/armi-acciaio-e-malattie-jared-diamond-9788806219222/
PF: Sono Paolo Ferrarini e questo è Parola Progetto. Parola Progetto è un podcast di dialoghi con persone che vivono di progetti, dove si racconta il design in tutte le sue forme, senza oggetti e immagini, solo attraverso la parola.
Ed eccoci qua.
“Uno straordinario cervello libero, inventivo e associative”. Con queste parole la scrittrice Nadia Terranova descrive Marco de Vincenzo, il nostro ospite di oggi. Marco è uno dei talenti più limpidi della moda italiana contemporanea, che si muove con disinvoltura tra moda istituzionale e progetti indipendenti. È nato a Messina nel 1978, dove frequenta il liceo classico. Si trasferisce poi a Roma per studiare moda all’Istituto Europeo di Design. La qualità del suo lavoro viene subito notata da Fendi e a 21 anni entra a far parte dell’ufficio stile, dove resta fino a diventare direttore degli accessori. Nel 2009 nasce il suo marchio eponimo e vince il concorso Who’s on Next di Vogue Italia e Alta Roma. Da lì inizia a sfilare regolarmente nel calendario della Fashion Week di Milano. Dal 2022 al 2026 è direttore creativo di Etro, vera e propria icona della moda italiana, che contribuisce a rinnovare in ogni aspetto. Da qualche mese guida il settore accessori di Givenchy, mitico marchio francese, sotto la direzione di Sarah Burton.
Con Marco andremo alla scoperta di un mondo fatto di simboli e tessuti, di contrasti visivi e armonie geometriche, di grazia e gravitas. Un mondo in cui, nel solco del design italiano, l’artigianato va a braccetto con l’industria. Ciao Marco, benvenuto a Parola Progetto.
MDV: Ciao e grazie di avermi invitato.
PF: Marco, qual è il tuo primo ricordo di moda?
MDV: Il mio primo ricordo di moda è legato a una raffica di disegni fatti durante l’anno del quarto ginnasio. Io mi ricordo questa serata strana in cui a un certo punto è come se proprio esplosiva, cioè mi ricordo che mi misi lì a disegnare, disegnavo da sempre però tutt’altro, e fu quasi un esperimento. Io questa serata me la ricordo, mi ricordo il luogo, la mia scrivania, una lampada e alla fine questo tesoro di 15 disegni inventati che mi dissero in effetti molte cose.
PF: Ce li hai ancora?
MDV: Ce li ho ancora. Ce li ho ancora, li ho tra l’altro rivisti da poco perché sono stato in Sicilia e sono a casa di mia madre, e ogni volta che li vedo mi confermano che esiste una data in cui ho scoperto la moda, è stata quella.
PF: Da Messina ti sei trasferito a Roma, perché non sei andato a Milano? Perché non hai scelto la capitale italiana della moda?
MDV: Per un fatto puramente pratico, Roma era più vicina e io non mi ero mai mosso di casa, quindi avevo molta ambizione e anche molto timore. Qui avevo una rete parentale che mi poteva aiutare, soprattutto nella prima fase. Ho scelto Roma solo per questo, per un fatto logistico, era più facile da raggiungere, avevo da chi stare e poi le scuole in effetti mi sembravano tutte simili, cosa che poi si è rivelata vera.
PF: Prima di studiare moda hai fatto il liceo classico, giusto?
MDV: Sì, ho fatto il liceo classico perché era, intanto perché ero molto appassionato a questo tipo di scuola, poi non sapevo bene il mio senso artistico dove indirizzarlo, ho preferito maturare e scoprirlo dopo, quindi ho scelto il classico assolutamente non come ripiego, ma con molto piacere.
PF: Quindi per quello che riguarda il disegno sei autodidatta?
MDV: Assolutamente autodidatta, e un autodidatta, come dire, ossessivo. Io ho disegnato, ho speso tutto il mio tempo libero da quando ero piccolo disegnando, quindi un autodidatta veramente molto molto diligente e dedito.
PF: Quindi ancora oggi progetti disegnando?
MDV: Sì, io credo ancora in questa prima possibilità e un bel disegno è ancora capace di comunicare tante cose. Io non sono molto portato per la tecnologia, ma mi sono anche reso conto negli anni che in effetti il disegno non è mai stato sostituito dal sistema della moda, è stato arricchito da mille altre cose, ma un buon bozzetto è sempre un punto di partenza.
PF: Non hai mai progettato partendo da un software?
MDV: Mai, assolutamente. Ne sono affascinato, come dire, non posso dire no a nulla, però non è stato mai attualmente il mio modo, però insomma chissà.
PF: Sei un fashion designer o uno stilista?
MDV: Allora, io sono uno stilista, perché questa era l’unica parola che esisteva quando io ho cominciato e quindi sono molto affezionato.
PF: Quando tu disegni progetti, inizi a concepire qualcosa, che sia un abito, che sia una collezione, ti piace mettere le tue radici in quello che fai o cerchi di staccartene? Perché ci sono persone che amano partire da qualcosa che conoscono oppure altre che invece amano esplorare terreni completamente nuovi?
MDV: Devo dire che da ragazzo giovanissimo che ha lasciato la sua terra d’origine, io le mie radici le ho un po’ rinnegate. Avevo bisogno di nutrirmi di altre cose, quindi per molto tempo ho cercato affinità altrove. Sono state le prime domande su quanto le mie radici contassero per me a impormi, insomma, a spingermi a chiedermelo. E lì ho trovato delle connessioni interessanti. Però sono fuggito dalla mia terra fisicamente ed emotivamente perché ero assetato di ciò che non sapevo, quindi ho assolutamente tagliato quel cordone ombelicale per poi riscoprire la mia vicinanza più in futuro, più in là.
PF: Te lo chiedevo anche perché la moda siciliana è spesso raccontata in maniera, come dire, stereotipica, da cartolina, da costume più che da moda, e l’hanno fatto in tanti, l’hanno fatto in tanti in maniera diversa. Ecco, nel tuo lavoro io ho cercato un pochino di spulciare, di vedere, ma non sono mai riuscito a trovare niente di questo. Ci possono essere degli elementi, chiamiamoli per semplicità folk o comunque legati a qualche forma di tradizione, ma è tanto mediterranea quanto francese.
MDV: Devo ammettere che la mia Sicilia di formazione è stata diversa, perché Messina è una città un po’ atipica, con una storia purtroppo in grossa parte distrutta. E quindi, pur essendo siciliano, ho dovuto immaginare moltissimo di ciò che non c’era più. E io ho scoperto anche la Sicilia, che poi è diventata un codice per molti altri marchi dopo, da adulto. Quindi, come dire, la mia terra in effetti mi ha spinto per forza di cose a costruirmi un mondo parallelo. Sono grato per questo lungo periodo di formazione in cui credo che il mio immaginario si sia proprio reso più aperto. C’è sicuramente una Sicilia poi più intima che io ho raccontato e che so che mi guida, perché poi alla fine ho capito, insomma, cosa non si era mai rotto. Però in effetti non è mai stato proprio il segno distintivo della mia moda, perché mi piaceva, diciamo, anche un po’ più l’inafferrabilità, che è stato anche un limite, perché molte persone mi dicevano non riusciamo molto a definire il tuo stile, però era bello quando qualcuno ad esempio mi associava a una grossa capacità di inventiva, cioè la parola invenzione, in cui io credo tuttora, mi è stata associata spesso e mi ha reso molto molto contento perché è proprio autentico, autentico, sono autenticamente legato a questa capacità di creare qualcosa che poi è inafferrabile perché è il risultato di miliardi di cose unite.
PF: Infatti questo poi è un podcast di parole dove non c’è neanche un’immagine, per cui io tutte le volte quando mi preparo per un incontro cerco di capire un po’ il lavoro della persona che ho di fronte e cerco di definirlo in qualche modo, perché la definizione ti aiuta poi a raccontare meglio. Nel tuo caso è praticamente impossibile. La cosa più vicina, che poi tra l’altro ho scoperto anche molti miei colleghi che ti hanno intervistato negli anni, la cosa più vicina che si arriva a trovare per definire il tuo lavoro è equilibrio di contrasti, che è un po’ una scorciatoia. Però adesso tu mi confermi che è proprio voluto, cioè tu vuoi creare questa forma di definizione imprendibile in un certo qual modo?
MDV: Ma più che volere non posso fare altrimenti, ho provato soprattutto per rispondere a una richiesta di mercato a un certo punto a ripetere ciò che la gente si aspettava da me e il risultato non mi ha convinto perché io mi sentivo forzatamente imbrigliato dentro dei codici che capivo erano fondamentali perché la riconoscibilità è un valore sul mercato, nella moda soprattutto, però io mi annoiavo, mi sentivo sfiorire, quindi per me ogni collezione era un nuovo progetto, era una sfida, era anche proprio un esperimento per conoscermi, per capire, ed è qualcosa che a tratti ha funzionato, a tratti invece è stato proprio, come dire, considerato un errore quasi. Però ecco io non ho quasi mai ceduto alla tentazione di fare il contrario perché non mi è piaciuto il risultato e allora sono tornato indietro.
PF: Tu hai un metodo ricorrente o ti affidi all’ispirazione? Tutte le volte che devi superare la paura della pagina bianca o comunque iniziare un nuovo progetto, poi lo vedremo tra poco, ne hai fatti tantissimi molto diversi. Quindi ti affidi a un metodo oppure cerchi l’ispirazione?
MDV: No, non ho un metodo, non ho dei riti e ogni collezione è il risultato di qualsiasi cosa possa diventare la scintilla. Anche in questo senso sono un po’ inafferrabile perché, come dire, un metodo potrebbe facilitare alcune cose, soprattutto quando hai una leadership e c’è un ufficio che lavora e deve in qualche modo anche anticiparti. Io ho sempre bisogno di raccontare una storia in cui credo, che può essere veramente nata da un libro, da una canzone, da una foto, da un pensiero, da una cosa assolutamente astratta, da due giorni passati in una fabbrica a spulciare in archivio. È un’adrenalina meravigliosa quella di non sapere fino alla fine dove sto andando a parare, mi ha sempre protetto questa energia invece di spaventarmi.
PF: Stai anticipando tutte le prossime domande, questo è fantastico, infatti la domanda successiva è questa: la tua ricerca è più visiva o letteraria? Mi hai parlato di canzoni, mi hai parlato di libri, non so perché io non sono mai stato nel tuo studio, non ti ho mai visto lavorare, ma a me viene da pensare che oltre alle immagini nei tuoi mood board, chiamiamoli così, ci siano tante parole, tante pagine.
MDV: Io sono molto legato alle parole e gli do un valore fondamentale, lo hanno avuto per me, ce l’hanno ancora. Questo è uno dei problemi perché oggi il mio mestiere richiede molta velocità, non hai molto tempo per raccontarti, devi essere molto veloce. A me piacerebbe invece proprio che i miei incontri ad esempio con i giornalisti fossero delle sedute di psicoterapia in cui ognuno si racconta all’altro, questo non avviene. Però le parole sono state veramente fondamentali, nel senso che se penso alle stagioni, ad esempio ai colori delle stagioni, per me ancora sono quelle di Emily Dickinson che le narra. Quindi mi rendo conto che abbiamo avuto un valore fondamentale, e unite però ad una scoperta invece molto empirica che è avvenuta intorno ai 30 anni, che è stata proprio la materia. Dalle parole, dai disegni, dai colori, dai pennelli, da questo mondo proprio assolutamente pittorico o letterario di pensare alla moda, poi io sono finito in fabbrica ed è stata una scoperta grandiosa. Ecco, quello è stato uno dei momenti in cui forse il mio approccio è diventato più materico e quindi io non ho più potuto fare a meno di partire da qualcosa di tangibile. Ma l’ho unita ad anni e anni invece in cui parole, suoni e immagini avevano fatto proprio da padroni.
PF: Ti capita mai che qualche accessorio, qualche oggetto, magari anche un’intera collezione, nasca più in fabbrica, in produzione, piuttosto che nello studio?
MDV: È successo per tantissime collezioni, io mi sono letteralmente trasferito per settimane nei dintorni di laboratori dove stavano nascendo le idee principali di una collezione. Ogni collezione è molto ampia, ma è sempre affidata a un’idea portante. Io quando la individuavo poi volevo stare lì e assistere alla sua nascita. Non c’è niente di più ispirante che vedere le cose mentre vengono fatte. Anzi, devo dirti che aspettare proprio in studio, non so, una settimana per vedere il primo campione è una cosa che adesso mi viene quasi insopportabile, preferisco vederla nascere lì mille volte, ed è in effetti il mio nuovo modo di lavorare più basato sull’interazione costante, proprio con gli artigiani, con la mano d’opera, questa è una cosa da cui non mi sono mai allontanato.
PF: Riesci a farci un esempio concreto magari di un oggetto o di un abito, di qualcosa che è proprio nato con questo procedimento?
MDV: Mi ricordo una collezione fatta proprio per il mio marchio, era un gruppo di maglieria che veniva spruzzato, dipinto a mano, spalmato, intrecciato, c’era veramente un lavoro manuale incredibile. E io ero innamorato di questi pezzi, il primo pezzo che avevo ricevuto mi aveva veramente folgorato, perché non riuscivo proprio a distogliere gli occhi da questo top intrecciato multicolor. E allora, visto che ne dovevano nascere altri 15, io avevo deciso di trasferirmi a Fano in quel momento, perché la fabbrica che realizzava questi capi era lì vicino. Ed era stata una settimana meravigliosa perché proprio facevo la vita da operaio, quindi dalla mattina prestissimo fino al pomeriggio, e stavo lì seduto, gironzolavo per i banchi, e chiaramente ero anche utile perché mi si chiedeva spesso come preferivo una cosa piuttosto che un’altra. Però ecco, quella era stata una delle prime esperienze proprio in fabbrica, ma me ne ricordo altre vicino a Vicenza, ad esempio in un’azienda che lavorava invece la pelle, e io partivo e respiravo quell’atmosfera per settimane. Un po’ forse c’era anche alla base una mania di controllo, non volevo essere deluso da quelle cose, quindi volevo proprio curarle. Però dall’altra parte c’era questo fascino incredibile proprio delle mani che non ho mai veramente mai abbandonato, anche oggi il mio lavoro spesso sulla pelletteria viene svolto lì.
PF: È quello poi che contraddistingue tantissimo design italiano, che sia di moda, che sia di arredamento, che sia di oggettistica, proprio questa vicinanza quasi simbiotica tra la mente e la mano, che poi si fondono, poi delle volte non capisci neanche più chi disegna cosa, cioè chi è il vero autore o la vera autrice del progetto.
MDV: Ma guarda il Made in Italy è nato così, io credo che moltissime idee di designer che mi hanno preceduto siano nate lì e non sapresti dire chi ha fatto cosa, io stesso se penso ad alcune idee fondamentali per la mia carriera, che hanno segnato un po’ il corso della mia carriera, dovrei ringraziare tantissime persone perché forse hanno creato più loro di quanto non avessi fatto io. È uno scambio e in questo scambio c’è il segreto di quello che ha reso famosa la moda italiana ed esiste ancora, è intatta, cioè tu puoi assolutamente decidere se fare più lavoro da ufficio o più lavoro da fabbrica, sta a te.
PF: In questo senso va citato “Design senza designer” di Chiara Alessi che racconta proprio questo aspetto del fare design, però per il prodotto. Sarebbe molto bello avere un libro di questo genere, una ricerca di questo genere per la moda.
MDV: Assolutamente sì, sarebbe meraviglioso, io spero che questa idea prenda piede, potrei raccontare veramente centinaia di episodi in cui gli autori sarebbero altri. E io stesso dovrei dire veramente grazie infinite a chi ha interpretato la mia idea e spesso l’ha modificata, ma mi è piaciuta di più alla fine.
PF: Certo, Marco, questo ti fa onore perché sono pochi i tuoi colleghi che direbbero delle cose del genere, che ammetterebbero che la collaborazione con la manifattura migliora il proprio lavoro.
MDV: No, è una cosa assolutamente vera che non toglie niente all’autorialità, ma racconta una pura verità. Quello che succede in questi luoghi è magico. Io la prima volta che sono entrato dentro un laboratorio, un tessutaio, io lì ho capito che metà dell’opera, se non di più, nasceva lì. Insomma un tessuto perfetto ha già detto molto e anzi spesso viene distrutto poi da un utilizzo sbagliato, però sono tutti molto stupiti quando tu li vai a trovare perché è un’abitudine che si è persa, quindi loro quasi non ci credono quando tu decidi di investire il tuo tempo e passarlo con loro.
PF: Ci ha raccontato delle storie meravigliose da questo punto di vista Deanna Ferretti, che insomma tu conosci molto bene.
MDV: Meravigliosa creatura della moda.
PF: Abbiamo avuto la fortuna di chiacchierare con lei qua a Parola Progetto, insomma anche lei in questo libro ci sarebbe sicuramente, anche Deanna.
MDV: Deanna è una figura proprio, sai, io non mi scorderò mai, sfilavo e cambiavano le facce, le persone, ma lei c’era, era proprio assolutamente una donna molto fedele alla creatività e quindi faceva quasi un lavoro da cronista di moda, anche se non lo era, cioè lei decideva proprio di seguire il percorso di alcuni designer senza mai perdersi un pezzo, e quindi tutto cambiava nella mia vita, ma Deanna era lì seduta al suo posto a guardare le mie creazioni.
PF: È vero, è anche una presenza rassicurante.
MDV: Sì, assolutamente.
PF: Tu lavori meglio sotto stress o con tanto tempo davanti a te?
MDV: Ti direi sotto stress, che però nel mio caso può essere più che altro una scadenza molto stretta. Io non amo lavorare stressato, cerco sempre di evitare, non sono quasi mai stressato, devo dire che chi lavora con me potrebbe confermare che io cerco di evitare ogni forma di stress, soprattutto durante la fase proprio di progettazione, perché credo molto nel divertimento anche di quel momento, anzi è fondamentale. Però l’idea dell’ultima ora spesso ha dato dei buonissimi risultati, quindi devo dirti che a volte una scadenza, un cambio di direzione molto veloce può fruttare, può dare i suoi frutti. Non posso negarlo.
PF: È più bello disegnare la donna, l’uomo o gli accessori?
MDV: Per me è sempre la donna, perché io sono sempre stato attratto dai vestiti, la verità è che la mia vita è andata diversamente perché io ho iniziato dalle borse ed è un mestiere che mi rendo conto conosco, è una zona assolutamente di comfort per me, io quando faccio borse capisco che la mia esperienza mi viene in soccorso. I vestiti li ho imparati un po’ anche da autodidatta, perché io ho cominciato a fare vestiti per il mio marchio, quindi non ho mai davvero studiato. Però li amo molto, quindi dividerei tra ciò che mi viene naturale fare, sono le borse, e ciò che invece ostinatamente faccio per imparare, che sono i vestiti da donna.
PF: E con gli accessori tu hai cominciato, perché a 21 anni sei entrato in Fendi, nel dipartimento accessori.
MDV: Esattamente, ero giovanissimo, non avevo mai disegnato una borsa e sognavo i vestiti, quindi insomma ho scelto Fendi, perché no, anzi è stato Fendi a scegliermi e io ne ero felice perché era un momento magico per il marchio. Io non pensavo che le borse mi avrebbero così tanto segnato, poi mi sono accorto dopo quattro anni che il mio curriculum era già spacciato, cioè la gente mi guardava solo per questo, quando io ho iniziato pensavo che tutto fosse molto più fluido e che io quindi avrei potuto tornare a disegnare vestiti in qualunque momento, non era così, però è stato bello perché è stato anche in quel caso imparare a fare qualcosa che non conoscevo e poi fare borse per un’azienda di borse e soprattutto poter crescere, perché poi io lì ho avuto delle occasioni incredibili per essere così giovane, perché mi hanno affidato la direzione dell’ufficio molto presto e di cose meravigliose davvero ne sono successe. Ma non a tal punto da farmi dimenticare quanto per me contassero i vestiti, tant’è che poi dopo dieci anni di questa vita dedita alle borse poi ho deciso di farli per quanto mio.
PF: Perché tutti parlano di Fendi come di una grande scuola? Chiunque sia passato per Fendi ne parla come di un luogo in cui si lavora duro ma si impara tanto.
MDV: Perché Fendi è una scuola di creatività, nel senso che loro, non dobbiamo dimenticare che le cinque sorelle furono tra le prime a investire in un designer esterno, le prime a dimostrare al mondo che non si deve temere l’eccellenza, anzi bisogna circondarsene per fare di meglio. Quindi diciamo hanno messo da parte il loro ego per ospitare invece una figura altamente egocentrica come Karl Lagerfeld, quindi un designer star, però ne hanno capito l’importanza, anche proprio per l’importanza nella contaminazione, arrivava un designer francese, diciamo quantomeno assolutamente la cui scuola era stata la Francia, trasportato a Roma, quindi era chiaro che sarebbe stato un cortocircuito. Questa filosofia di pensiero, cioè proprio il puntare sulle idee, non importa da chi vengano fuori, l’importante è che ci siano, è una filosofia che non è mai morta, fa parte del DNA del marchio, soprattutto fino a quando ci sono state all’interno delle figure di famiglia che hanno portato avanti proprio questa filosofia di pensiero. Quindi è una scuola di libertà, cioè da Fendi si può davvero mettere in piedi qualsiasi idea tu voglia e più era, mi ricordo, perché per me era la prima volta, però più era ambiziosa e più tutti volevano che nascesse. Quindi in questo senso la mia non è che una delle esperienze, ma è vero che tutti sono concordi, perché chiunque è entrato da Fendi ha respirato quest’aria.
PF: Quindi tu hai avviato il tuo marchio mentre continuavi a lavorare anche per Fendi disegnando gli accessori in pelle.
MDV: Assolutamente, io non ho mai abbandonato Fendi e loro hanno sempre deciso di investire su di me, nonostante i miei impegni si fossero moltiplicati, la mia presenza fosse diminuita, però ecco quello è stato quasi come un patto di sangue, cioè loro hanno accettato che io mi volessi trasformare e io gli ho promesso che avrebbero sempre occupato un posto d’onore, insomma, nel mio tempo, nella mia mente. E così è stato, mi sono diviso tra le due cose per molto tempo.
PF: Quindi nel 2009 hai lanciato il brand Marco de Vincenzo con una sfilata a Parigi. Perché Parigi?
MDV: Una sfilata a Parigi perché io avevo dei vestiti proprio di couture, stavo sperimentando, io non sapevo chi fosse Marco de Vincenzo nell’ambito dei vestiti e quindi avevo incaricato una sarta francese che abitava a Monteverde e quindi gli avevo detto guarda proviamo, io faccio dei disegni, tu li realizzi, ti pago, ho bisogno di capire che cosa c’è nella mia testa dopo dieci anni di pura pelletteria. E allora ho cominciato a sfornare questi vestiti, quando mi sono reso conto che insomma avevo un numero di pezzi adeguato mi è venuta voglia di farli vedere perché chiaramente lì l’ambizione è così che cresce, quindi ho bisogno di un giudizio esterno per capire se valgono. Ho conosciuto un PR, Angelo Sensini, francese, molto molto generoso, che mi ha ospitato nella sua scuderia e mi ha detto perché non proviamo a organizzare una sfilata fuori calendario, io ho un po’ di contatti, non ti assicuro una sala piena ma le persone giuste. E così è stato, sono partito con due valigie piene di vestiti per Parigi ma proprio davvero, sai, senza senza una prospettiva reale, per me il punto, l’obiettivo era la sfilata e poi avrei capito, anche perché non avevo un’azienda, una struttura, cioè volevo soltanto, come dire, che la gente mi conoscesse, che vedesse quello che avevo fatto. E così, quindi quello è stato uno dei giorni che ti cambiano la vita, perché non solo tu capisci che davvero vuoi fare quello, in più la gente se n’era accorta, c’era anche voglia in quel momento in Italia di nomi nuovi, quindi era un momento molto fertile e io ero rientrato tra questi nuovi progetti che poi Franca Sozzani aveva notato. Insomma è stato un bel momento perché si parlava di New Wave italiana e farne parte era davvero sensazionale.
PF: Per tanti anni è stata la tua occupazione principale, quella del tuo brand, poi ovviamente ne parleremo tra poco, l’ho già un po’ anticipato nell’introduzione, poi hai avuto la direzione creativa di Etro e ovviamente è andato un po’ in stand by, però c’è ancora il brand. Cosa sta succedendo?
MDV: È successo che io l’ho difeso per 12 anni, veramente, da tantissime vicissitudini, tantissimi incontri sbagliati, insomma un marchio quando nasce da zero è molto fragile ed è difficilissimo dargli una vita lunga, anzi io sono riuscito a tenerlo in vita per molto tempo ma poi avresti bisogno di investimenti, di grandi capacità, di strutturarti, e insomma alla fine il Covid segnò, come per molti altri marchi indipendenti, anche la fine del mio. Però, come dire, non l’ho mai considerato morto, tant’è che poi durante il Covid ho partorito un’altra idea con un altro nome che si chiamava Supérno, che era un altro esperimento sull’upcycling, e insomma ho sempre saputo che prima o poi io sarei tornato a occuparmi di un progetto personale, perché, perché l’ho sempre fatto, ne ho avuto sempre bisogno, a me non è mai bastato essere il dipendente o il consulente di un grande marchio, nonostante ne riconosca l’importanza. Ed è proprio oggi che sto in qualche modo riflettendo su cosa fare, perché so che poi torno sempre lì, il mio marchio è semplicemente stato congelato, è vero, è arrivato Etro, quindi i miei impegni anche mi impedivano di mettere a fuoco quello che avrei voluto fare, e ci sono anche delle fasi in cui tu devi anche disintossicarti, però so già che tutte le volte in cui ho un po’ più di tempo e quindi il lavoro si assesta dentro ritmi più tranquilli, a me non basta e tendo a ricostruire, a rimettermi in gioco con qualcosa. Stiamo parlando in un momento in cui sto meditando un ritorno con un progetto personale perché altrimenti mi manca un pezzo.
PF: Hai accennato a Supérno, che era una collezione di abiti esistenti, vintage, appartenenti alla tua collezione in buona parte, poi riadattati, proprio un progetto di puro upcycling, che poi dopo negli anni successivi abbiamo anche visto fare a grandi e grandissimi marchi.
MDV: I mesi del Covid, come per molti altri creativi, sono stati importanti per la nascita di nuove idee. Io mi sono chiuso in casa leccandomi le ferite del congelamento del mio marchio, allo stesso tempo mi interrogavo molto su quali fossero stati i problemi e cosa mi avesse deluso, in cosa non credessi più, e allora l’upcycling è venuto spontaneamente perché questo sistema di iperproduzione, io avevo tra l’altro assistito proprio a quei riti, quei roghi, questa distruzione di prodotto finito che mi aveva veramente ferito perché fa malissimo vedere un oggetto che ha richiesto così tanta cura e tempo e ore proprio venire distrutto in un secondo, e allora lì la mia reazione era stata quella di pensare in maniera radicale a un progetto che prendesse pezzi fatti e a volte li modificasse fino a renderli irriconoscibili, a volte invece ne modificasse solo piccoli dettagli. Divertentissimo momento in cui ho riscoperto ancora una volta i miei legami e le mie relazioni con gli artigiani, perché poi a un certo punto ho chiamato tutti quelli che mi servivano ed erano tutti felici di accogliermi con un nuovo progetto, avevo bisogno anche in quel caso, era un esperimento, di vedere che cosa il mio cervello avrebbe partorito con un limite così grosso che è un abito davanti, che ha già una personalità che tu devi non so se distruggere o secondare o forse tutte e due, ma insomma comunque ci devi fare qualcosa, perché chiaramente la condizione imprescindibile era che quel capo mutasse. E allora mi sono messo a girare, a tornare in giro per l’Italia da chi avevo tanto apprezzato anche durante gli anni di Marco de Vincenzo, ed è nata una collezione numero zero, credo la mia preferita ad oggi perché è quantomeno quella che mi somiglia di più, una collezione che avrebbe avuto sicuramente un seguito, che avrà un seguito, ma si è interrotta poi perché Etro mi ha chiamato, io ero ancora un po’ scottato dall’epilogo del mio marchio e quindi mi sono detto invece di rimettermi subito in pista con un progetto forse posso dire sì a Etro, mi sembra un’opportunità, io non avevo mai diretto un marchio, diciamo, che non fosse il mio, e quindi anche lì ho detto perché no?
PF: Un altro tuo progetto dello stesso periodo è un libro, che è Mondovisione del 2022, un volume molto singolare pubblicato da Electa, un bellissimo libro. È fatto di immagini e testi che raccolgono anni e anni di lavoro, ma non è una retrospettiva, non ha sapore di nostalgia, è una sorta di compendio del tuo archivio. Ti cito un testo che hai scritto nel libro: “centinaia di idee messe da parte, di trampolini serviti a saltare altrove, di sogni realizzati ma irrealizzabili, si erano materializzati nel mio presente per chiedermi un cenno sul loro destino”. Raccontaci questo libro, cosa c’è?
MDV: Era stato, come dire, una specie di funerale il riappropriarmi di tutta, tutti i centinaia di capi, di prototipi che mi erano tornati indietro quando il mio marchio era stato definitivamente chiuso. Io avevo un archivio, un magazzino vicino Brescia, a un certo punto ne trovai uno vicino Roma e un giorno andai ad accogliere questi circa 2000 pezzi che erano tutta la mia storia, per catalogarli, ordinarli in questo nuovo magazzino. Sono stati dei momenti anche durissimi emotivamente perché ogni volta che entro in quell’archivio devo dire io non sono forte abbastanza, perché poi, come dire, ci sono anche molte ferite dentro un progetto che si chiude, e lì mi ero stupito di quante cose non avessero mai visto la luce, di quante idee erano state accantonate perché non c’era spazio, non c’era tempo, non era il momento giusto. Allora, diciamo, da questa voglia, da questo elogio dello scarto, che era, diciamo, in qualche modo preannunciava poi la collezione di Supérno, io decisi di regalarmi un libro che in qualche modo gli dava un’ultima possibilità, quantomeno una prima possibilità, perché veramente erano dei vestiti che conoscevo solo io e chi ci aveva lavorato. Ed è stato, devo dire, molto divertente fare le nottate cercando di mescolare anche pezzi di anni diversi. Io avevo bisogno di riconciliarmi con tutto quel passato, guardarlo, e Mondovisione e Supérno appartengono proprio a quella fase di riconciliazione.
PF: Abbiamo già citato diverse volte, è arrivato il momento di parlarne: sei stato il direttore creativo dal 2022, quindi proprio gli anni di Supérno, di Mondovisione, e lo sei stato fino a poco fa, fino a più o meno metà del 2026. Qual è stata la prima cosa che hai pensato quando ti è arrivata la telefonata, la convocazione, la proposta?
MDV: Allora è stata di gioia, perché anche in quel caso si trattava di un’opportunità che non avevo mai avuto, quindi in genere tutte le prime volte sono sempre un modo per metterti alla prova. Ho subito pensato che sarebbe stato bello cimentarmi con dei codici altrui, cosa che avevo fatto anche per Fendi, ma chiaramente in una categoria, quindi in questo caso si trattava di orchestrare qualcosa in più. Non era un marchio che conoscevo moltissimo, ma ricordo che dopo un primo incontro con il fondatore, che fortunatamente è vivente, ho avuto la possibilità di ascoltare, di aver pensato che c’erano delle affinità. Soprattutto perché Etro era un marchio che era nato dal tessuto e io col tessuto avevo avuto tanto a che fare per più di dieci anni. Quindi mi sono detto provaci, chiaramente poi sulla carta i progetti sembrano sempre diversi da quelli che sono perché scoprirai proprio l’entità e anche l’aspettativa di un incarico del genere soltanto mentre lavori. Però mi sono, mi sono detto che avere l’opportunità di dare un punto di vista a un marchio appartenente a quel momento magico italiano della nascita proprio del Made in Italy era imperdibile, e quindi che Supérno poteva aspettare. Etro è stata un’esperienza meravigliosa, come tutte le volte in cui tu allarghi, come dire, il tuo punto di vista, la tua visione anche a cose che non avresti mai considerato in passato, quando allarghi la tua famiglia, i creativi, perché in ogni luogo dove si fa moda, si fa arte, esistono delle persone affini a te e anche lì le ho trovate, ed è una cosa meravigliosa perché questo filo che corre lungo binari apparentemente incompatibili, in realtà è quello che poi ci rende tutti molto più simili gli uni agli altri. Anche da Etro è successo ed è stato bellissimo per me occuparmi di un marchio a 360 gradi, cercando di rispettarne la natura, allo stesso tempo di aggiungere degli ingredienti. Percorso non facile, non facile in questo momento storico perché, come dire, poi anche Etro è un progetto, come molti altri, spiccatamente finanziario, cioè diciamo che oggi la creatività è un elemento, bisogna capire quanto all’interno di alcuni progetti conti più la creatività, più la finanza, più i risultati, insomma è stato complicato riuscire a trovare un bilanciamento, però sono felice di essere riuscito a fare delle cose a cui sono ancora molto legato, ad aver collaborato ad esempio con artisti, con musicisti, come dire ogni palcoscenico per me è un privilegio, indipendentemente da quale esso sia, quello di Etro aveva una discreta visibilità, ma devo dire che qualunque forma di collaborazione poi è comunque bella. La verità è che l’importante è avere una possibilità di progettare, di creare. Per me è quella la necessità, cioè quando manca quella io comincio a soffrire, proprio appassisco, ma in qualunque modo essa si presenti nella mia vita alla fine fa del bene.
PF: Qual è stata la prima cosa che hai disegnato per Etro?
MDV: La prima cosa è stata un accessorio a cui ero molto legato perché era un portamela, di cui si parlò molto dopo quello show. In qualche modo non so perché la mela mi era sembrata un pochino simbolica di quello che stavo andando a fare, non so, comunque io stavo veramente per mordere una realtà fino a quel momento intatta, gestita da una famiglia che aveva fatto la storia, quindi in qualche modo io dovevo mordere questo universo. Quindi la mela tornava un po’ qua e là, nei jacquard dei tessuti, nelle stampe, e mi ricordavo che avevo fotografato in un negozio che vendeva frutta, tra l’altro a San Giovanni a Roma, molti anni fa, un oggetto bellissimo di paglia, molto molto grezzo, artigianale, ma che mi aveva rapito, era bellissimo, dentro c’era frutta in esposizione. E allora mi ero sempre detto questo oggetto mi piacerebbe tantissimo rifarlo, e allora l’avevo donato a Etro come simbolo del mio primo morso al marchio.
PF: Prima hai parlato di collaborazioni, con Etro hai fatto diverse sfilate in cui hai coinvolto musicisti, artisti, ne cito solo qualcuno: Bluem, Santamarea, Miglio, La Niña, per quello che riguarda la musica; per i set di sfilata Agostino Iacurci e Numero Cromatico – entrambi ospiti di Parola Progetto, per cui [sono] molto felice – ma anche Emily Lincoln. Qual è secondo te il valore di una collaborazione? La vedi come un “ti ospito” o come un “ok lavoriamo assieme”?
MDV: Io la vedo come una capacità di fermarsi un attimo prima e delegare e dare a qualcun altro la possibilità di interpretare il tuo universo e di portarti dove tu non andresti. Io non sono convinto che, insomma, nonostante tu sicuramente sia in grado da designer di immaginare un set, di pensare alla musica di uno show, io penso che tutti siano capaci di questo perché chiunque ha un immaginario che può essere utilizzato all’occorrenza. Ma quando lo fai fare ad altri il livello si alza perché a un certo punto capisci che saresti arrivato altrove, quindi hai bisogno di tendere la mano e dire guarda aiutami tu, dammi un punto di vista su questa cosa perché io voglio essere trasportato, per me è un po’ questo, è proprio un chiedere aiuto a qualcuno e dire guarda spalancala tu la prossima porta.
PF: Quindi vale tanto per la produzione quanto poi per la comunicazione e l’esecuzione, quello che dicevi anche del rapporto con gli artigiani o comunque con le persone che fanno le cose.
MDV: Assolutamente, io credo che tutto quello che possa contribuire ad esaltare la tua creatività, il tuo istinto, sia un dono, è come non smettere mai di studiare, di approfondire, solo che c’è qualcun altro, poi io devo molto alle persone in generale. Io sono cresciuto in una piccola città del sud, gli incontri che ho fatto da adolescente soprattutto sono stati fondamentali perché vengo da una famiglia semplice che mi ha dato molti strumenti ma non tutti quelli che mi servivano, e io li ho rubati qua e là oppure mi sono stati donati da altri, e siccome ne riconosco l’importanza, da quando avevo 14 anni, non lo smetterò mai.
PF: Quindi si può essere gentili nella moda?
MDV: Si deve essere gentili, ma non credo che sia una dote che fino a questo momento storico è servita così tanto. Io personalmente ci credo e ci crederò sempre, nella gentilezza in assoluto, nella moda anche se è un sistema spietato. Per me la gentilezza ti fa solo arrivare a risultati migliori e io la coltivo sempre e adesso con ancora più consapevolezza. Credo che essere gentili sia anche un po’ un istinto e un’indole, però adesso ne ho scoperto il valore, quindi ci faccio molto caso.
PF: Parliamo del tuo presente e del tuo futuro, ci avviamo verso la conclusione. Ho notato che Parigi e la Francia ritornano spessissimo nel tuo percorso perché la tua prima sfilata è stata a Parigi e adesso stai lavorando per un brand che ha la sua sede a Parigi. Infatti dal maggio del 2026 sei il direttore degli accessori di Givenchy, sempre gruppo LVMH, che è anche qualcosa che ritorna spesso nella tua carriera, il gruppo a cui appartiene anche Fendi. Da Givenchy lavori a stretto contatto con Sarah Burton, un’altra donna mitica per chi si occupa di moda, perché ricordiamo che è stata la più stretta collaboratrice di Alexander McQueen, dopo la sua morte ha diretto il marchio per ben 13 anni, per tantissimo tempo. Cosa ci dobbiamo aspettare dal tuo contributo a Givenchy?
MDV: Intanto il mio incontro con Sarah, avvenuto lo scorso marzo, mi ha confermato che esistono persone gentili nella moda con una vita assolutamente dedita alla creatività e meno all’apparenza, al palcoscenico. Sarah è una incredibile creativa, sa fare dei vestiti incredibili ed è anche umanamente una persona fantastica, quindi l’ho incontrata a Londra e noi ci siamo immediatamente capiti, è scattata proprio davvero una scintilla in quel giorno, siamo stati un’ora e mezza a parlare, raccontarci di noi, e ci siamo capiti. Tutto questo ha fatto sì che il lavoro che abbiamo fatto in questi due mesi, che poi vedrà la sua luce a ottobre prossimo durante la settimana della moda francese, sia venuto con naturalezza. Quindi noi stiamo lavorando con una fiducia l’uno nell’altro incredibile, io ho ancora una volta trovato una nuova famiglia di creativi, di artigiani, quindi insomma è bello non essere smentiti, è bello proprio che a volte la vita non faccia la cattiva e allora ti cerchi di sviare. Ancora una volta l’ultima famiglia era stata quella di Etro, oggi quella di Givenchy mi ha rispalancato le porte della fabbrica di Firenze, dell’atelier di Parigi. Nuove persone, nuovi stimoli, nuovi punti di vista ti fanno fare delle cose che magari prima non avresti fatto. Ma ci dobbiamo aspettare soprattutto proprio il risultato del lavoro di squadra. E proprio ho la sensazione in questo momento, rispetto a questa prima collezione di borse creata per Givenchy, che ci siano tutti i semafori verdi azionati nello stesso momento, cioè le cose stanno venendo in maniera naturale, ci sono degli incastri casuali che addirittura polverizzano persino le aspettative che avevi perché le migliorano. Però non mi stupisce che tutto stia avvenendo con questa naturalezza rispetto al primo incontro che ho avuto con Sarah. Però insomma, bello e positivo, luminoso, con persone reali che lavorano nel sistema ma non sembrano essersi ammalate di sistema.
PF: Cosa ti auguri per il futuro della moda?
MDV: Mi auguro che si torni a puntare su una creatività molto più libera. Io non credo che tutte queste strategie finanziarie che vogliono edulcorare il messaggio dei creativi stiano funzionando. Penso che la classe manageriale dovrebbe tornare ad essere assolutamente più empatica nei confronti delle persone creative e più rispettosa della creatività. E soprattutto mi auguro che le voci nuove, quindi che i giovani marchi trovino uno spazio, perché oggi il mondo della moda si sta riducendo sempre di più a dieci nomi, il resto è fatto da progetti stagionali a cui viene data una o due anni di vita e poi vengono sostituiti con altri, e soprattutto che si ritorni, che si riveda la politica dei prezzi, perché credo che questo abbia allontanato dalla moda troppe persone e che se oggi si parla di bolla dipende dal fatto che molta più di metà del mondo non può nemmeno più guardarla e quindi si disinteressa, perché l’interesse può nascere solo se la moda può tornare ad essere un desiderio possibile, non così distante. Quindi credo che questa politica dei prezzi, questo allontanamento dalla vita reale sia stato esagerato, e soprattutto il lusso si rivolge sempre di più a un cliente che sempre meno può capire la creatività. Quindi è qualcosa che non può sicuramente portare del buono perché in fondo abbiamo bisogno, da creativi, di essere compresi da persone che abbiano un’altra sensibilità creativa come la tua, e invece tutto si è spostato verso un cliente, come dire, più feroce, che morde, fugge, che ha bisogno nuovamente di status symbol, in questo senso abbiamo assolutamente perso molto terreno e la moda ha perso di interesse e fa male a chi ne ha fatto, come dire, l’ingrediente principale della propria vita, però ecco, la cosa che mi rende sereno è che comunque le strategie ferocemente finanziarie non mi pare che stiano funzionando così tanto, quindi alla fine credo che ci sarà bisogno per forza di un tentativo opposto, visto che le intuizioni degli ultimi dieci anni non hanno portato molto bene.
PF: Marco, è arrivato il momento della raffica.
MDV: Sono pronto.
PF: Allora ti ricordo le regole: sono dieci domande a sorpresa, solo risposte secche, una possibilità di passare e una possibilità di argomentare, per cui hai due jolly, giocateli bene. Partiamo. Vacanza in barca o in spiaggia?
MDV: In spiaggia.
PF: Per studiare, a casa o in biblioteca?
MDV: A casa.
PF: Per fare ricerca: Mostre di arte contemporanea o musei di arte antica?
MDV: Musei di arte antica.
PF: La moda migliore, orientale o occidentale?
MDV: Ah, madonna. Questa… forse qui mi gioco la carta dell’argomentazione, è impossibile, forse non so come argomentarla. Io penso che semplicemente che bisognerebbe riscrivere la storia degli ultimi 300 anni circa e fare in modo che tutto quello che era pronto per essere diversamente non venga modificato dal potere di pochi. Insomma penso che anche la moda oggi sarebbe molto diversa se le influenze di Oriente e Occidente si fossero davvero incontrate in pace e non fosse avvenuto quello scempio che sappiamo. Quindi in qualche modo la mia risposta è utopistica, sarebbe bello tornare indietro, non ce n’è una più importante dell’altra, sarebbe stato bello assistere al corso naturale del loro mescolarsi invece di come è andata. Insomma sappiamo che la storia in questo senso ha scritto pagine dolorose, soprattutto relativamente proprio a questo. Sì, mi piacerebbe avere più che altro il dono della macchina del tempo in questo caso.
PF: Bello, una cosa da chiedere al genio della lampada quando lo troviamo, la macchina del tempo. Allora andiamo avanti con la raffica: minimalismo o massimalismo?
MDV: Massimalismo.
PF: Sneaker o mocassini?
MDV: Sneaker.
PF: Seta o viscosa?
MDV: Seta.
PF: Disney o anime giapponesi?
MDV: Disney.
PF: Arancino o arancina?
MDV: Non posso che rispondere arancino, se no mi linciano.
PF: L’ultima domanda della raffica. Pasta alla norma o pasta alla carbonara?
MDV: Norma, norma tutta la vita.
PF: Ok, bene, fatto. Non ti sei neanche giocato il passo.
MDV: No, non è servito, non è servito. A parte la macchina del tempo, no, non ho dovuto giocare altro.
PF: Bello però la macchina del tempo. Devo fare qualche domanda sulla macchina del tempo per i prossimi ospiti. Mi ha dato uno spunto molto interessante. Marco, la domanda finale del podcast che faccio a tutti gli ospiti: qual è un libro per te importante che dovremmo leggere anche noi?
MDV: Allora, un libro molto importante che ho letto qualche anno fa, tra l’altro mi è stato suggerito da un amico, si intitola “Armi, acciaio e malattie”, ed è un libro che per me è stato fondamentale perché io avevo delle voragini storiche che, diciamo, non a caso, insomma, ho parlato della macchina del tempo, in qualche modo, diciamo, non mi ero reso conto che l’assetto del mondo che conosciamo è abbastanza recente rispetto, diciamo, alla storia del mondo in sé, e soprattutto non conoscevo alcune cose. E devo dire mi ha ferito moltissimo, è un libro che racconta la civiltà in maniera molto spietata però ti fa capire quanto in realtà la storia sia stata lunga, la storia della civiltà, e soprattutto ti ribalta i punti di vista, perché mi è servito tanto.
PF: Bene, grazie Marco.
MDV: Grazie a te.